blog non ufficiale dedicato ad Antonietta Potente

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"Dobbiamo riscoprire quello che ci restituisce il senso di tutto, cioè la capacità di umorismo: saper ridere un poco di quello che siamo, delle tappe della nostra vita, della nostra storia". (Antonietta Potente)

sabato 5 dicembre 2009

Lo spirito contro il razzismo

Nel momento in cui gravi crisi attraversano la società, le religioni e la vita delle persone, occorre riflettere sulle scelte che, singoli e associazioni, debbono assumere per restare presenti e vigilanti nella storia. Personalmente penso che la cosa più importante, in questo momento storico, sia coltivare un pensiero critico e aperto perché non credo che le grandi sintesi ideologiche o religiosi possano oggi sospingere il mondo.


Grandi temi come il razzismo o l’amata e sognata pace vanno affrontati con la capacità critica che affiora dalla nostra stessa quotidianità. Non c’è nessuna ideologia che sostiene le reali inquietudini, né i reali drammi umani; credo invece che nuove aspirazioni possano nascere dalle differenti discipline, soprattutto quelle che restano inquiete e sveglie: nessuno possiede, per fortuna, le ricette e nessuno è proprietario delle soluzioni.

Oggi è finito il tempo dell’infanzia, cioè di illusorie attese di salvezza. Oggi l’essere umano può essere creativo dal di dentro. So che nel mondo ci sono rigurgiti nostalgici che cercano di resuscitare fantasmi ideologici; per fortuna essi appaiono già vecchissimi e privi di ogni autorità, come avviene con i fantasmi dei film dell’orrore postmoderni, che debbono attrarre l’attenzione col sangue e con il sesso, ma non hanno più il fascino quasi mitologico che avevano quelli antichi in bianco e nero.

Tra i vari rigurgiti ce ne sono di pericolosissimi, come il razzismo, ma credo anche che ciascuno di noi, nonostante i nostri sodalizi ideali, sia un po’ razzista, mentre agli stupidi di turno nell’ambito politico di qualsiasi colore, tocca solo organizzarlo e istituzionalizzarlo. Il razzismo non è solo di gente ricca o borghese, è a volte, improvvisamente di tutti (pensiamo a Hitler che non era né ricco né borghese). Il razzismo è la meschinità e l’ottusità del nostro spirito; è il moralismo; sono le nostre taccagne logiche sulla giustizia e sulla solidarietà; la frustata visione che abbiamo della proprietà, tra benessere raggiunto e obbiettivi mancanti.

Lo spirito e l’anima non sono razzisti, ma come recuperare lo spirito, come recuperare l’anima? Quante cose dobbiamo ancora capire e di quante cose dobbiamo ancora parlare: sono sempre più convinta che lo spirito sia anarchico, come dice Giovanni nel capitolo terzo del suo vangelo e noi dobbiamo ancora trovare le sue impronte, lasciate qui e là. Siamo troppo abituati ai dualismi, alle dicotomie, alle gerarchie per non essere razzisti. Il dialogo comunque deve restare aperto e guai a chi lo chiude.

domenica 17 maggio 2009

Vivere nel terzo millennio

La teologa Antonietta Potente, durante il 66° corso internazionale di studi cristiani, tenutosi nell'agosto del 2008 presso la Cittadella di Assisi, è intervenuta su alcuni temi di grande rilievo all'interno dibattito religioso e culturale mondiale.

Per vedere il video clicca qui.

domenica 15 marzo 2009

... Bisognerebbe essere un po’ alchimisti, maghi e poeti per poter solidarizzare con tutti coloro che nonostante tutto hanno speranza e pensano, creano e ricreano la storia tutti i giorni...
(Antonietta Potente)

Restiamo svegli sul tempo storico che ci sospinge

di Antonietta Potente


Che è un oceano?
Il mare è solo un lungo sogno

che sta sognando la terra

tra altalene di soli…

È il sogno della terra addormentata su una fiamma…

E che cos’è un sogno ? Un sogno…vediamo…un sogno…

Lasciamo la lezione per domani…

(Dulce Marìa Loynaz. Poetessa Cubana)

Osservo gli ultimi movimenti che si delineano in questa parte di storia dove vivo (Bolivia); percepisco l’importanza di questo tempo, il peso che può gravare sulla vita di tante donne e uomini comuni, bagnati una o più volte in battesimi di sangue e fango, sabbia, roccia, sole e pioggia, per poter incontrare l’arte della vita e il diritto a plasmare il proprio destino.
Scelgo un avvenimento tra tanti, più o meno nitidi; uno di quelli che ha avuto ripercussioni internazionali: la vittoria del «Sì» e dunque l’approvazione della nuova Costituzione politica dello Stato boliviano. Uno Stato, come scandisce lo stesso testo: plurinazionale e multietnico.
Come ogni avvenimento sociopolitico, anche questo provoca echi differenti, sia a livello nazionale che internazionale, ma personalmente non voglio commentare questa nuova possibilità a cui siamo giunti come popolo, ma piuttosto raccolgo alcune domande che, come nel poema che introduce le mie riflessioni, sottendono costantemente la vita e, anche in questo caso, guai se smettessimo di formularle, anche se fosse solo, nel segreto introspettivo delle nostre storie. Che cos’è…un oceano…un mare…una terra addormentata…un sogno. Non a caso ho scelto una poetessa che fa parte della tradizione culturale cubana; non a caso raccolgo il suo eco lasciato nel tempo, ancora più in là del suo sogno o della sua stessa vita e di quella della sua isola.
Come sempre e, sempre più volutamente, le mie riflessioni resteranno sospese nel tempo presente e, come canta questo bellissimo poema…lasceranno la risposta per domani…, così come ogni sogno, davanti a una più o meno certa realizzazione, non cesserà mai di accompagnarci e inseguirci in ogni giorno che ha ancora da venire.

Gli echi storici.
So molto bene che, dovuto alla situazione politica europea e soprattutto italiana, ogni intuizione di cambio alternativo nel panorama politico mondiale, sembra rianimare il respiro di chi sogna ancora una politica diversa da quella che, da anni, si è consolidata nel potere economico e sociale del neoliberalismo postmoderno.
Per questo, capisco che ogni eco che arriva agli orecchi dei sensibili uditori assetati di nuove macro e micro strategie politiche, solleva gli animi e crea un alone di speranza, soprattutto in quelle persone o gruppi che hanno sempre accompagnato processi di autodeterminazione dei popoli in differenti continenti e con differenti soggetti. È dunque normale, che i successi sociali di popolazioni con maggioranza indigena, o la introduzione di nuovi attori politici nel panorama mondiale, come per esempio Obama, facciano pensare alla realizzazione di un sogno. È normale anche che, per lo meno gli ambiti di tradizione di sinistra, guardino con interesse il capillare movimento politico dei popoli latinoamericani, tra riflessioni metafisiche e prassi alternative di vita e di economia.
Ed è proprio dal panorama latinoamericano che, ormai da un po’ di anni, giungono, anche se in modo diverso, echi di cambio. Tutti guardiamo con simpatia e speranza alle quotidiane metamorfosi di paesi come Bolivia, Ecuador, Paraguay, Brasile, convocati e assistiti da un Venezuela sempre più «primo attore». Nonostante tutto ciò, anche queste nazioni coinvolte in processi politici che attirano l’attenzione e alimentano la speranza di molti, in realtà restano ancora avvolti in correnti che in qualche modo bloccano il cammino vincolandole tra vecchio e nuovo.
Forse è per questo che, chi sta da questa parte del mondo, chi ha percepito i primi movimenti strategici di moltitudini di persone nelle loro quotidiane rivendicazioni, tra sogni di dignità e benessere, tra ancestrali fedeltà e nuove strategie economiche e sociali, percepisce che il cammino è ancora lungo. Chi ha visto infatti da vicino e ha avvertito sulla propria pelle e su quella degli altri una sensazione di brivido, vedendo varie volte l’alternarsi di presidenti o interi governi, nel giro di pochi mesi, giorni, ore o secondi, è probabilmente soggetto a una visione più critica su quello che accade nel mondo e anche nel mondo latinoamericano e, certamente non si pacifica e non si accontenta di vedere riuniti i capi di stato di questi paesi emergenti, o ascoltare i loro discorsi, anche quando tra di loro tracciano un’unica trama e una sola strategia.
È proprio su questo punto che irrompono i versi della poetessa cubana e soprattutto l’ultima parte…il sogno…la risposta lasciata per domani… Così che, se pur persistendo e appoggiando i sogni segreti e i concreti processi di cambio e, continuando a contrapporsi energicamente e criticamente a coloro che invece vogliono sviare questi processi e indebolire ogni tentativo alternativo. Mantengo infatti una sottesa nostalgia per qualcosa che, per ora, abbiamo solo visto o… salutato da lontano, come dichiara il testo biblico neotestamentario della lettera agli Ebrei (Cfr. Eb 11).

Il fantasma del populismo.
Circondata dunque da questi processi ancora in atto, vivendo notti inquiete che alimentano pensieri, paure, ma anche ulteriori sogni, mi ritorna in mente un antico testo profetico, a mio avviso molto interessante in questa congiuntura latinoamericana. Mi riferisco ad alcuni versetti del libro profetico di Daniele; una sorta di lamentazione di cui, oggi, come allora, forse non abbiamo ancora compreso il vero significato e la sua potenzialità mistico-politica. nella crescita di un popolo e di una umanità in cerca del riconoscimento della propria maturità, come direbbe Bonhoeffer: un mondo maggiorenne. Ed è proprio stando da questa parte di mondo che oggi come oggi, ritorna questa immagine biblica come una sfida silenziosa e perenne lanciata ai nuovi attori politici o alla politica in generale, una politica che sembra cadere nelle stesse trame di sempre.
Il testo a cui faccio riferimento è quello di Daniele 3,38: …ora non c’è più tra di noi principe, profeta o caudillo, sacerdote e olocausto, sacrificio, oblazione né incenso né un luogo dove possiamo offrire le nostre primizie.
Questo testo, probabilmente raccolto da una lunga litania di dolore, e ricordato sempre in momenti considerati drammatici lungo il cammino di un popolo in ricerca di liberazione, in realtà, a mio parere, sottende qualcosa di molto più profondo e ispiratore. Forse potrebbe diventare una e vera e propria critica a una mentalità che in realtà soggiace dentro ogni visione politica e religiosa di tipo soteriologico (salvatrice).
Infatti, sembra quasi che in ogni processo di liberazione, di crescita e di corresponsabilità socioeconomica, non riusciamo a pensarci senza nessuno che ci guidi, che faccia le veci di noi stessi e delle nostre responsabilità. Sembra quasi che allora, come oggi, tutti cerchiamo comunque e sempre un rappresentante, un mediatore, un leader, qualcuno che guidi.
Mi riferisco a processi di cambio che, in un modo o nell’altro, ricadono in un certo caudillismo o populismo che in fin dei conti è un nuovo processo di dominazione di pochi su una immensità che nessuno può contare e che comunque è la unica e vera protagonista di evoluzioni e rivoluzioni storiche economiche e politiche da cui sono nati questi stessi principi, sacerdoti e caudillos .
L’arte della sopravvivenza alternativa dei popoli, resta un mistero che sottende, qualcosa che, per esempio, dal punto di vista teologico, leggeremmo come una e vera e propria opera alternativa di un sogno divino che come nella genesi dei tempi, sorvolava le acque e creava ancora più caos fino a partorire infinite e differenti esistenze. È comunque certo che quest’arte alternativa non è sinonimo di perfezione o assenza di ambiguità, ma solo teatro di sempre nuove possibili alternative e cambi. E probabilmente è su questo piano che si gioca la lamentazione del profeta. Pensare che il popolo abbia sempre bisogno di persone che facciano da mediatori e quindi da leader politici o religiosi. Da questa lamentazione sembra proprio che non riusciamo mai a stare senza distaccate o evidenti figure istituzionali che ci rappresentino. In questa prospettiva sembra che cadiamo tutti e destra e sinistra si assomigliano e coincidono, così come coincidono istituzioni religiose e politiche.
Mentre il mondo che si considera adulto e cerca bene o male di togliersi di dosso ogni dipendenza, dottrinale, ideologica, il sistema politico anche quello che si presenta come alternativo ai vecchi sistemi, non riesce a inventarsi e pensarsi in un altro modo.
Così che il lamento del profeta che nel quadro biblico si potrebbe anche capire, visto ciò che significavano quei ruoli nell’universo simbolico del popolo di Israele, oggi come oggi, lo potremmo rileggere in un altro modo. Una storia, infatti, che si continua a pensare rappresentata da capi, sacerdoti o profeti non è ancora una società veramente responsabile e creativa. Anzi questi processi assumono un aspetto molto ambiguo rivestendo i processi di liberazione di un tono profondamente populista e sappiamo che ogni populismo è comunque negativo.
Oggi, senza retrocedere o negare i parti storici latinoamericani, sentiamo che il momento che viviamo non è un nuovo ordine politico, ma un tentativo ancora molto lontano da quella che può essere una possibilità alternativa. In realtà anche qui, non abbiamo trovato ancora un altro modo di far politica. Eravamo fiduciosi in sapienze alternative, gestioni differenti della vita e visioni del cosmo diverse. Come donna, in realtà, questa critica e questa paura, la attribuisco a che il modello sociopolitico comune è comunque un modello che fa parte dell’immaginario collettivo maschile di cui, dopo secoli, non possiamo ancora liberarci. Ogni rivoluzione ed evoluzione ci sembra possibile solo se portata avanti da questi rappresentanti maschili. È sintomatico nella profezia di Daniele, come questa lamentazione gira intorno alla mancanza di leader maschili. Così oggi come oggi, la politica latinoamericana soffre ancora questo pericolo; sembra che l’essere umano abbia bisogno di recuperare i suoi eroi, indigeni o meticci, ma comunque leader che si sentono rappresentanti di una moltitudine, dentro processi che per ora assicurano la sopravvivenza ma non sono ancora una vera possibilità alternativa. Senza sottovalutare niente di questi processi in atto nel mondo, non guardiamo la realtà come se queste fossero vere e proprie visioni di liberazione, ma piuttosto, restiamo critici, sentendo che per ora abbiamo solo intravisto qualcosa e che questi sono processi di transizione che vanno accompagnati e che hanno bisogno non solo di sostegno o solidarietà economica e politica, ma di un acuto senso critico e una ascetica vigilanza per non abbandonare un sogno dove prima o poi davvero e per fortuna, non ci saranno più profeti, né principi, né sacerdoti… né luoghi privilegiati per ottenere mediazioni particolari.
So benissimo che queste opinioni sono discutibili e che probabilmente per quelle persone che leggono alcune riviste o alcune pagine web, possono risultare riflessioni pericolose visto che, dopo il forum mondiale tutti continuiamo a pensare che abbiamo già trovato spazi alternativi e che i popoli sono coscienti di questi processi di cambio e soprattutto di ciò che questi processi comportano. Ma la mia inquietudine continua, perché ciò che rende questi processi più deboli non sono solo le minacce esterne, le ambigue politiche internazionali e i giochi economici degli organismi finanziari o la piovra dei poteri di entità transnazionali con le loro mafie politiche affiancate anche da quelle religiose. Ciò che rende precari i nostri processi alternativi sono anche alcuni fattori interni, come per esempio un certo caudillismo politico, o modelli ora mai obsoleti nell’immaginario individuale dell’essere umano postmoderno e soprattutto delle fasce culturali di altre provenienze e in quelle fasce più giovani, ma che in realtà restano in vigenza nel quadro politico più comune. Forse ancora una volta la vittoria delle opposizioni a ogni cambio è proprio questa, far sì che per difendersi, anche questi attori politici che sembrano alternativi, tornino alle vecchie posizioni populiste, con sapore militare, con sapore a welfar state, qualcosa che assicura la mediocrità di ogni cittadino, qualcosa che comunque perpetua relazioni ambigue tra i generi, qualcosa che comunque serve per educare a una visione del mondo profondamente ristretta, fuori da ogni parto di dialogo storico, dove l’individuo senza le solite strutture sociali non è niente ed entra in preda di una depressione politica e sociale oltre che psicologica. Errori che si ripetono incessantemente, anche se gli uni accusano gli altri di averli propiziati, da un lato proprio in questi paesi dove comunque la maggioranza è sempre stata in balia di credi religiosi o politici con annunci assistenziali di liberazione che, in realtà, hanno fatto sì che la coscienza umana restasse legata al filo della dipendenza, e dell’infanzia spirituale e sociale, proprio perché chi assicurava la liberazione e la vita era comunque un intermediario, un mediatore e se rappresentante del sesso maschile, meglio.
Oggi, mentre i processi di autodeterminazione dei popoli si sono intensificati ciò che non si è intensificato è la struttura di questo processo che comunque segue sempre gli stessi parametri e dunque tiene, gli stessi rischi, cadendo in una prassi che più che assumere i colori di un processo di autonomia dell’essere umano, sembra restare costantemente ancorato a quello stato primordiale di bisogno che ha fatto dell’essere umano un essere religioso, ma decisamente non mistico o delle sue intuizioni sociopolitiche un eterno ritorno simile a quello dell’olimpo degli dei greci.
Come ci piacerebbe invece, pronunciare questa lamentazione al rovescio: …per fortuna oggi non abbiamo più principe, profeta, sacerdote… perché come si sognava in un altro testo biblico, per bocca del profeta Gioele, tutti hanno la possibilità di sognare: anziani e giovani, liberi e schiavi divenuti liberi… (Cfr. Gio 3,1-2).
Forse questa è una anarchica illusione, può darsi, ma è comunque una intuizione di chi continua a credere nei parti di sopravvivenza di donne e uomini comuni, nei percorsi della ricerca e dell’osare umano, nel desiderio di sfociare in altre dinamiche di resistenza e di vita, perché, come direbbe il filosofo Edgar Morin, la prosa ci fa solo sopravvivere mentre la poesia invece, ci fa vivere…
Purtroppo, ci sembra che la politica sia ancora legata alla prosa e che ogni cambio, in fin dei conti ci porta alla mediocrità di essere cittadini, indigeni o meticci, ma comunque mediocri cittadini assicurati dalla certezza che qualcuno penserà e veglierà su di noi e ci assicurerà la sopravvivenza.
Un’antica dialettica dunque, tra la mediocrità di una storia che mi assicura il sopravvivere e la creatività di un sogno che risveglia costantemente, come ispirazione poetica, per poter vivere e non solo sopravvivere.
Europa come sempre, soprattutto la sinistra, forse guarda con speranza a questi movimenti con sapore rivoluzionario dei popoli, forse anche per consolarsi o per tranquillizzare la propria coscienza dopo il fallimento di una politica nazionale ed estera decisamente mal gestita. E così, oggi come oggi a questo sogno si è aggiunto anche il mito di Obama con tutto ciò che questa persona rappresenta nell’identità individuale e collettiva della complessità nordamericana. Ma nella vita concreta di chi davvero ha lottato in lunghi e inquietanti dormiveglia e più volte, ha attraversando i sentieri del limite e della sopravvivenza, il mito non basta più. Così come non gli basta più il senso di un immaginario collettivo, perché vuole camminare ancora con le sue proprie gambe. È così che la sua creativa resistenza scompiglia le correnti sicure e statiche dei venti che nacquero come moti vorticosi incontenibili ma che la ufficialità li ha resi ripetitivi e piatti, come coltri pesanti sul cammino dei popoli. Riconosciamo dunque che noi esseri umani ci muoviamo ancora nell’ottusa visione di coloro che pensano che gli altri hanno sempre bisogno di qualcuno e così abbiamo costruito i nostri universi simbolici individuali e collettivi e atrofizziamo il sogno, per fortuna esiste una incoscienza totale, che sospinge i sogni e trasforma le notti in spazi di significative ricerche e di inquietanti attese.
Restiamo dunque attenti, attente, come testimoni di un sogno che si muove nell’esistenza di donne e uomini comuni che, probabilmente, senza conoscere tutta la storia ideologica dei partiti e delle correnti politiche, ha il bellissimo sentore di una «altra vita possibile», un’altra storia, un’altra logica, altri rapporti, altri scambi, altri progetti istituzionali, altre leggi e altri cammini culturali e sapienziali di questa sinergica storia eco-antropologica.

mercoledì 7 gennaio 2009

Intromettendomi nel dialogo tra Marcello Pera e Benedetto XVI

di Antonietta Potente

Ci sono dei momenti storici nei quali le idee sembrano seguire il flusso di movimenti ondulatori e irrompere sulle rive come se non se ne fossero mai andate. Anche se coscienti dei molteplici cambi epocali, ci sono visioni del mondo che paiono preferire gli eterni ritorni delle più certe sistematizzazioni ideologiche e dottrinali, in nome di una fedeltà che rende la maggioranza numerica di noi poveri mortali, insensati e moralmente peccatori. Certamente la nostra epoca è complessa; certamente le coordinate storiche su cui ci muoviamo, a volte sembrano essere molto disordinate. Nonostante questo, ogni lettura storica che fa dell’umanità e dell’epoca attuale uno spazio di totale contraddittorietà, dove, secondo questa visione, tutti camminiamo ambiguamente, abbagliati dalla luce della superficialità, mi sembra davvero riprovevole, oltre che suscitare in me, una profonda tristezza. A chi mi riferisco? All’eco che già c’è giunto via Corriere della Sera, in una lettera di Benedetto XVI, che raccoglie la trama principale della pubblicazione del libro del senatore e filosofo Marcello Pera, dal titolo: Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori).


Non voglio e non posso ancora addentrarmi nei dettagli del contenuto del libro, ma voglio farlo riguardo alla lettera che accompagna il testo di Marcello Pera, resa pubblica il 23 di novembre, pochi giorni fa, e che probabilmente è, allo stesso tempo, cassa di risonanza e ispirazione, poiché non è la prima volta che i due autori fanno un concerto a quattro mani su temi socio-culturali e religiosi (Senza radici, Mondadori 2004). Per ora, dunque, è solo la lettera di Joseph Ratzinger che provoca in me alcuni sentimenti e alcuni pensieri. Raccolgo dunque alcuni frammenti, per poi lasciare libero l’eco interiore che hanno suscitato in me.

Il primo frammento è con riferimento alle radici del liberalismo che si alimentano – secondo Ratzinger - nell’immagine cristiana di Dio. Non voglio fare un riassunto su ciò che s’intende per “liberalismo” e soprattutto sulle sue multipli sfaccettature assunte lungo la storia, ma ritengo inconsueto sentire affermare, senza ombra di critica, che il liberalismo è la condizione ideale per una cultura veramente cristiana. Forse questo mi appare ancora più strano, sapendo che Benedetto XVI sta commentando il testo di Marcello Pera, uno degli esponenti di quelle correnti politiche che hanno scalpellato gli ideali liberali fino a renderli a immagine e somiglianza di quelli dell’economia neoliberale. Il liberalismo italiano, pronipote del liberalismo anglosassone nato alla fine del secolo XVII e rappresentato, in Inghilterra, da David Hume, Adam Smith, Edmund Burke ed altri.

Com’è possibile affrettarci per trovare sintonie tra cristianesimo e liberalismo e dubitare, invece, su possibili dialoghi con culture e religioni di altre geografie storiche ed esistenziali? Com’è possibile cercare complicità, senza ombra di dubbio e senza paura, tra il messaggio cristiano e quello del liberalismo europeo e avere, invece, tanti dubbi e tanta paura quando si tratta di leggere il parto storico d’intere società e culture di fronte alla complessità e alle sue nuove esigenze vitali?

Com’è possibile benedire e affiancarsi al sogno di chi pensa a una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità?

Forse il concetto dell’ecumene evangelico, non corrisponde alla realtà cosmopolita di una Europa interrogata da altre culture e da altre religioni? O forse Benedetto XVI si è dimenticato che questo flusso e riflusso di persone, culture e religioni è dovuto anche agli ideali imposti di un certo liberalismo culturale e neoliberalismo economico e politico de nostri giorni, che sospingono interi popoli a sottomettersi agli imperativi sociali e ai miti culturali dei paesi così detti sviluppati?

Che cosa succede? Com’è possibile che chi, come rappresentante di una confessione religiosa che dovrebbe sostenere il sogno dell’estensione del pensiero, della comprensione delle idee e della sintonia dei gesti, appoggi, invece, con convincimento, che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile? Qual è secondo Ratzinger il dialogo interreligioso in senso stretto…? Perché, forse ne esiste uno in senso largo?

Infatti, il dialogo vero non si gioca nelle sfere più alte, perché la vita non è in gioco nelle sfere più alte delle nostre istituzioni, politiche e religiose, di per sé già morte. La vita è in gioco nei meandri più quotidiani di questa società europea in cui le persone cercano di dialogare non per mantenere privilegi e poteri, ma semplicemente per vivere, giorno dopo giorno. E sono questi gli ambiti in cui la fede sussiste comunque, tra cosmovisioni e gesti diversi, perché sussiste la voglia di vivere e la ricerca costante per abitare il mondo in un altro modo.

E’ vero, forse il cristianesimo potrebbe contribuire a questo nuovo volto dell’Europa, ma mi domando quale cristianesimo? Leggendo tra le righe, mi accorgo che Ratzinger, se avesse scritto più a lungo, avrebbe fatto ulteriori distinzioni e non solo sulle religioni, ma sull’unico specifico cristiano che, secondo lui può contribuire, cioè il cattolicesimo.

E allora gli altri, con le loro sapienze, esperienze, con le loro ricerche di Dio, di se stessi, della storia; questi altri che? Forse le loro evoluzioni, rivoluzioni e rivelazioni non servono, non contano, sono assurde? Ma questo mondo postmoderno è così cattivo?

Ma la teologia cattolica, non ha mai il dubbio della sua insufficienza? Quale privilegio abbiamo? Pazienza che questi dettagli non siano colti dal senatore Pera, ma un rappresentante di una chiesa e per di più un teologo: com’è possibile?

Allora, se scruto e mi soffermo, mi ritornano in mente le parole della figlia di una mia amica (una bambina di circa 9/10 anni) che una sera mi domandò cosa significavano le ombre, nell’allegoria della caverna di Platone. E’ vero, forse c’è bisogno di ricordare quest’allegoria e tentare una semantica del testo, per capire cosa succede nella teologia della chiesa cattolica.

Dei prigionieri sono legati in modo che possono vedere soltanto la parete di una caverna. Un grande fuoco, dal dietro, proietta delle ombre sulla parete. Che cosa vedono i prigionieri? Essi vedono le ombre proiettate dai loro corpi o da qualsiasi oggetto o sagoma che si proietti sulla parete. In poche parole, i prigionieri non possono vedere oggetti reali, ma osservano solo ombre bidimensionali proiettate da oggetti che, in realtà, non possono vedere veramente. Ed è per questo che non potendo vedere le cause reali delle ombre, i prigionieri pensano che le ombre sono l’unica vera realtà.

Sappiamo che l’antico filosofo, nel proporre l’allegoria, sperava di scoprire alcune proprietà del “mondo delle forme”. Oggi, quest’allegoria è divenuta molto importante anche per la fisica e, la fisica, ci aiuta a capire che ciò che vedono i prigionieri sono immagini bidimensionali, così che, loro, pensano che il mondo è solo bidimensionale. Questo, a mio avviso è il problema del pensiero teologico e della cultura europea di matrice cristiana oggi. Pensiamo di continuare a vivere in un mondo bidimensionale di cui ci assicuriamo conoscere tutto, anche se in realtà sono solo ombre, riflessi. Ma oggi, la storia, precisamente in quest’auto-riscoperta delle identità, si mostra in tutta la sua complessità e dunque diversità. Le culture sono espressione di una molteplicità d’individui, categorie sociali, soggetti di genere diverso, visioni del cosmo. La rivendicazione che il mondo oggi fa della sua maturità e dei suoi impulsi, non è un peccato deplorevole, ma piuttosto un’ iniziativa mistica, dal di dentro dell’essere umano, che si riscopre degno di prendere iniziativa e soprattutto desideroso di non abbandonare la storia per raggiungere l’essenza di sé, della verità e del mondo intero. Il mondo, oggi, non è più bidimensionale e forse la scienza potrebbe dirci qualcosa su queste inquietudini religiose e culturali dell’Europa.

E’ per questo che restiamo perplessi di fronte alle opinioni di un rappresentante religioso che non sostiene l’osato sogno di chi nella storia di oggi, con fatica, osa uscire dall’idea o dall’esperienza fatta nella caverna e, uscendo, percepisce altre dimensioni. Personalmente penso che cercare altre persone, altre idee, altri lineamenti, non solo storici ma anche trascendentali per ritessere la trama della vita sociale, affettiva, spirituale e politica dell’umanità, non significa perdere l’identità del proprio credo. Mentre invece mi sembra che precluderci al dialogo è un vero e proprio precluderci al mistero, alla rivelazione, alla complicità divina con l’umanità e la sua biodiversità cosmica. Certamente questo non è un cammino facile, certamente questo non è il frutto d’incontri sociali e politici, oltre che religiosi, che si fondano sulle logiche dei privilegi, a cui la chiesa cattolica, nel mondo intero, è da sempre abituata; logiche economiche, di potere, in nome del riconoscimento della propria fede.

Si tratta di un parto, di veri e propri dolori di parto; sono sforzi quotidiani, di cui forse chi sta in certi luoghi e legge la storia da un certo punto di vista, si è dimenticato o non ha mai conosciuto. Vivere le diversità costa, ha dei prezzi molto alti. Certamente è più facile omologare o meglio dominare, con un pensiero unico e testimoniare le scintille del vero con un’unica esperienza. Quando è così, forse finiscono i dolori del parto della creatività umana, ma anche, finiscono i sogni di tutti quei cambi storici reali e, invece, si riconduce tutto all’eterno ritorno dell’olimpo divino dei poteri religiosi e sociali.

Comunque, potremmo discutere fino all’infinito su questa lettura e interpretazione della storia e della vita, ma almeno facessimo memoria di qualcosa di molto semplice, che riguarda proprio le radici cosmopolite del cristianesimo primitivo, quelle raccontate dagli Atti degli Apostoli, quelle raccontate da Paolo. Forse tutti contesti ancora più bidimensionali di quelli che conosciamo noi oggi, ma che nonostante tutto, hanno permesso al cristianesimo di alimentarsi anche nelle circostanze più complesse e diverse, proprio nella sua caratteristica fondamentale di passione profonda per la riconciliazione.

Una passione che rende la teologia più apofatica, nel suo insufficiente linguaggio e per questo in ricerca, tra visione, ascolto e nostalgia per l’assenza, l’Assente e gli assenti. Un progressivo itinerario di svelamento di linguaggi alternativi, che curino le rughe non solo dell’umanità, ma anche di questa comunità credente cattolica prigioniera delle ombre. Mi auguro che qualcuno, uscendo dalla caverna, torni e ci racconti le multipli dimensioni della realtà e così continueremo a cercare, noi stessi e Dio che, secondo la visione di Ratzinger e Marcello Pera, sembra essere così estraneo alle nostre fatiche e timide comprensioni della vita. Personalmente spero che, ancora una volta, tutti coloro che bramiamo e osiamo il mondo in un altro modo, si sia perdonati per avere amato troppo e per aver dedicato la vita a cercarci reciprocamente e a cercare. Se oggi, la figlia della mia amica, torna a rifarmi la domanda, le risponderò che ogni ombra evoca qualcosa di più, non solo quello che ci sta dietro, ma quello che ci sta davanti e che sta fuori e che lei e solo lei, per essere fedele, dovrà scoprire con altre e altri.

giovedì 18 settembre 2008

"Il sottile filo che sostiene il mondo"


E' uscito il nuovo libro di Antonietta Potente presso le edizioni della Fraternità di Romena, Il sottile filo che sostiene il mondo. Considerazioni sulla vita e su noi stessi.

In questo libretto la teologa domenicana accompagna il lettore alla scoperta di echi e frammenti di spazio, di parole, di vite, di scritture... Riflessioni che vogliono lasciare spazio al lettore affinché anch'egli possa farle sue, possa farle muovere nella propria vita...

Un libro che parla di risurrezione, di risurrezioni quotidiane... di quei germogli che silenziosamente compiono i miracoli del quotidiano, della vita. Un libro che vuole parlare della vita e niente più.


. Il sottile filo che sostiene il mondo, Fraternità di Romena, Romena 2008, 10 euro.

Il libro può essere richiesto presso le librerie oppure direttamente alla Fraternità di Romena (0575.582060, mail@romena.it).

venerdì 27 giugno 2008

Presentazione ANTERLUX

E' stata presentata il 20 giugno scorso ad Arezzo la nuova associazione Ant.er.lux. L’Associazione è nata con l’intento di sostenere il processo di crescita dei paesi in via di sviluppo ed il consolidamento dei diritti umani attraverso lo scambio scientifico e culturale.
L’impegno di Ant.er.lux è rivolto a progetti di redistribuzione che sappiano valorizzare le risorse intellettuali ed economiche di ogni popolazione e creare gemellaggi scientifico-culturali tra i continenti per realizzare un’economia solidale. Questi i principali obiettivi di un’associazione nata dalla volontà e dalla tenacia di Ersilia Ferrini e Luana Ghiandai e forte di una promotrice culturale di lucida razionalità come Antonietta Potente.
Il primo progetto di cui Ant.er.lux si è fatta promotrice è “Gli amici equosolidali”, una linea di prodotti naturali per animali realizzata in collaborazione con l’Associazione boliviana Phytosalud, che ha raccolto alcune piante officinali essenziali per la produzione di questi fitoterapici, e con la Cooperativa aretina Wipala, garante del processo commerciale.
Alla presentazione hanno preso parte la presidente Ersilia Ferrini, Antonietta Potente e Darìa Tacachiri Villca (infermiera boliviana impegnata nella formazione dell’Associazione Phytosalud), Carlo Simonetti (direttore della cooperativa Wipala) ed Alessandro Ciorba (medico veterinario e docente universitario presso l’Università degli Studi di Perugia. E' stata inagurata anche la mostra fotografica “Sotto il cielo della Bolivia”, un suggestivo percorso tra i panorami, i volti, i riti e le tradizioni della terra boliviana.

Di seguito pubblichiamo l'intervento di Antonietta Potente.

In questi tipi di eventi ogni parola può assumere un tono un po’ retorico; puro discorso che forse può sembrare anche demagogico.Ma per noi che questa sera ci presentiamo ufficialmente come associazione, questo evento non è per niente scontato.

Uso precisamente il noi: plurale maiestatico perché questo evento è nostro, è plurale, è di chi in un modo o nell’altro è parte di questa complicità. Vorremmo che questo spazio condiviso si allargasse e il noi diventasse espressione di personalità profondamente solidali con la vita.
Dietro a ciascuno di noi c’è una storia e ogni volta che la storia di ciascuno si incontra con quella di altri e in qualche modo si lega a quella di altri, diventa pubblica, edita, entra nel circolo di una vera e propria responsabilità politica, cittadina e culturale.

Il termine associazione, in fin dei conti, rivela questo; capacità di far sì che le nostre storie diventino davvero responsabilmente pubbliche, politiche, entrando in dialogo con le storie di altri, altre. Forse alla nostra associazione, proprio per essere stata pensata da persone che vivono in realtà differenti, era quasi impossibile non attribuirle anche questo specifico: Associazione Interculturale. Perché da subito si sono dovuti intrecciare i fili di mondi completamente diversi, di situazioni storiche e vocazionali differenti, perché il dialogo ci ha portato subito su scenari geografici diversi.

Oggi, momento in cui la diversità culturale è sotto processo. Oggi, proprio in Europa, dove le culture non appartengono solo all’immaginario dei racconti o dei documentari, ma sono realtà molto vicine, hanno dei volti concreti e si approssimano al nostro continente con problematiche esistenziali e sociopolitiche reali.

Oggi, dunque, parlare di interculturalità potrebbe sembrare una sfida troppo grossa per tutti noi, una inutile pretesa, visto che questa problematica non la riescono a gestire nemmeno i governi e le politiche ufficiali, per cui potrebbe sembrare impossibile e troppo azzardato da parte nostra, parlare di interculturalità.

Oggi che, mentre, si dichiara il 2008 come anno Europeo del dialogo interculturale, contemporaneamente si riceve notizia dalla Plenaria del Parlamento Europeo, nel suo primo atto legislativo che riguarda l’ approvazione di una direttiva, per niente innocua, sull’immigrazione.

Eppure è proprio oggi che noi vorremmo spingerci più in là per pensare in un altro modo, non solo opinando sui provvedimenti, ma provando a dire qualcosa e a muoverci in un certo modo in questa parte di storia che, ci piaccia o no, è diversa, molteplice, plurale. Vorrei ricordare a tutti noi che una associazione interculturale non sottovaluta la complessità dei processi storici di convivenza tra popoli e culture, ma anzi, proprio perché assume questa complessità prova a pensare alla diversità e a darle spazio, per favorire questo incontro e gestire questa problematica. Dietro ad ogni diversità ci sono soggetti con problematiche concrete, storie di sopravvivenza. Ci sono sogni, desideri, miti, ma anche diritti, ricerche della propria dignità, ricerche delle proprie identità e responsabilità.

E' per questo che noi vogliamo provarci, vogliamo dare il nostro contributo, senza scappare dalla realtà, falsificarla o semplicemente coprirla sotto il velo di atteggiamenti filantropici.
Noi vogliamo parlare delle possibilità che la storia ha, proprio partendo dalle sue diversità, proprio partendo dai suoi diritti, ma anche dalle sue risorse, quelle umane e quelle generosissime dell’ecosistema. E’ per questo che ci teniamo all’interculturalità.

Cultura, questa antica parola che viene dal latino, (dal verbo “còlere”) da un verbo che di per sé significa coltivare, attendere con cura, prendersi cura e che attraversa la differente gamma dei gesti umani: prendersi cura delle persone, di sé, della natura, delle cose (economia). Coltivare un pensiero, una educazione, cioè modi di stare in questa storia. Ma è ovvio sapere che ci sono molti stili, modi di coltivare, di prendersi cura e per questo entra questo dettaglio.

E’ uno scambio, c’è un inter…qualcosa che funge da legame, c’è uno scambio…tra…intra…fra, cioè tutto il senso di un dinamismo: provare a incontrare, a comprendere, conoscere, vedere…

L’interculturalità come metodologia di crescita tra contributi differenti, modelli differenti, nei complessi processi di crescita di noi individui e società. E’ una proposta contro ogni individualismo e anche contro ogni conformismo.

In questo senso la associazione diventa uno spazio alternativo, non sostitutivo delle istituzioni, ma propositivo, capace di individuare nuovi soggetti oltre a nuove problematiche e capace di dialogare politicamente con le istituzioni, capace di suggerire e di applicare e provare strutture differenti.

Questo è un gesto profondamente storico, cioè di chi vede i fatti, di chi osserva e diventa testimone delle cose che accadono.

Penso che oggi come oggi dobbiamo essere tutti un po’ storici, per uscire fuori dai nostri anonimati, per non lasciare che la storia sia in mano a poche persone e sempre le stesse, con le solite dinamiche di gestione, di pensiero, di azione. Ma lo storico, come dicono alcune etnie del Messico appare come un soggetto fatto di tante personcine… perché lo storico non è cultore del passato, ma del presente che a sua volta è fatto anche di passato. Essere storico dunque, è essere attenti, capaci di solidarizzare con il presente, di prendere iniziativa sul presente per non lamentarci sempre e per sentire che siamo ancora vivi e che la storia ha ancora molte cose da dire, ha ancora molte risorse, molte possibilità.

Noi dunque, oggi, molto semplicemente, vogliamo renderci disponibili a questa storia, rompere o abbandonare tutti quegli atteggiamenti che fanno la vita pesante per molte donne e uomini e per la stessa biodiversità, ricordandoci anche che esistono diversi punti di vista e ogni punto di vista è prezioso e va raccolto...

lunedì 23 giugno 2008

21/ Tessere reti - Rimini 11/04/08

Tessere reti: restituire, ricostruire, resistere.

di Antonietta Potente



Vorrei ripensare insieme la trama che tesse il titolo di questi giorni del Convegno: «Tessere reti: restituire, ricostruire, resistere».


Tornare a plasmare che tutti utilizziamo quando parliamo delle relazioni tra i popoli, continenti, culture, risorse naturali… Riaprire un discorso chiuso dove tutto passa solo e sempre attraverso l'ambito economico e del mercato, dove l'ingiustizia sembra avere solo il volto dei mercati e dei mercanti locali e internazionali. Tessere per riaprire il pensiero, le parole e la visione, sull'amore alle sapienze e alle diversità. Superare un linguaggio che oggi come oggi mi sembra divenuto troppo retorico.


Si tratta solo di una mia lettura, forse molto personale, intorno ad alcuni concetti e alcuni termini, usati nei nostri ambiti di impegno storico e che provocano in me alcune inquietudini.


Quello che propongo è soltanto un approccio, una chiave di lettura filosofica. «Tessere reti: restituire, ricostruire, resistere»: mi domando se a questi verbi, così cari nell'universo simbolico delle nostre complicità sociali, non possano esistere anche altri. Mi domando se oltre al restituire, ricostruire, resistere, non esistano altri gesti da esplorare. Ma per far questo parto ancora una volta dal contesto storico attuale e vorrei descrivere il contesto usando le eloquenti immagini di una danza: il Flamenco.


L'interpretazione è tratta dall'opera Live (la prima parte chiamata Martinete) di Joaquín Cortés. Grido, sogno, nostalgia, protesta; nomade passione di identità in ricerca.


Nostalgia, dolcezza e forza, intesa come sforzo. Frammenti di molte musiche e di molti movimenti. Nasce da un punto geografico senza arché, anarchico, ed è nomade come il desiderio e come il sogno. Qualcosa di intrattenibile, una vera e propria fuoriuscita di storia. Queste immagini si riferiscono a un canto, un grido… esplosione di una voce che segue il movimento più bello della vita, la fuoriuscita delle cose, siano esse suoni, scintille di luce, elementi della terra, frutti o esplosioni di lapilli vulcanici… desideri, parole… ma comunque e sempre fuoriuscite, perché la storia si porta avanti per queste fuoriuscite di vita, esplosioni di energie rimesse in movimento. Esplosione di un' idea, di un sogno, di un' intuizione, di un processo vitale. Non la monotona cronologica successione di avvenimenti, ma la fuoriuscita della resistenza. Perché anche questa danza, questo canto e grido, è una fuoriuscita di resistenza, no come passiva condizione di vita, ma come capacità di non farsi cacciare fuori dalla vita, succeda quel che succeda. Una mescolanza di stili di musica differenti: ingredienti orientali, indù, greci, bizantini, arabi, ebrei… Ingredienti che si sono fusi lungo la storia e sotto il sole dell' Andalusia…


I gitani, in seguito, sarebbero coloro che con spirito nomade raccolgono questi frammenti. Cultura mista, meticcia; un mistico linguaggio dei gesti del corpo e delle mani, una raccolta di gesti preziosi della vita e grido, espressione di nostalgie, pianti e lamenti, feste e gioie. Storie di dignità e storie di sfruttamento, ricerche e sempre più incessanti ricerche per arrivare al tempo della vita. Comunità clandestine, dice la storia, simboli di marginalità e disobbedienza totale. Probabilmente è per questo che comunque questa danza resta occulta e conserva toni misteriosi e io direi mistici. Soffusa dignità che viene dal basso e occupa lo spazio bellissimo della vita, anche se ufficialmente questa vita non la riconosce.


Anche il nome è curioso: Flamenco, i suoi gesti e movimenti ricordano quelli dei Fenicotteri che in castellano si chiamano Flamencos… Secondo alcuni potrebbe anche essere un gioco fonetico di una espressione arabo-spagnola «Fellah mengu» che letteralmente significa «Contadino senza terra». Per altri evoca il fuoco… Fa parte del mistero. E' comunque certo che chi sostiene il movimento e il passo, oltre agli strumenti, è il ritmo delle mani e dei piedi, insieme al grido , la fuoriuscita della voce. Nella parte che abbiamo ascoltato, è il grido di una donna… o forse della terra, dico io, visto che le parole che fuoriescono dal grido evocano la terra e la sua benedizione…Benedetta terra, terra benedetta, gridava questa donna, terra bruciata… io non so.., ma dopo la notte spunta l'alba e sorge il sole… anche la cadenza di questa certezza segue un ritmo: diviene certezza perché ripetuta, più volte.


Le conclusioni o, l'apertura verso il futuro, le affido al gioco misterioso delle parole di una canzone di Gianna Nannini: «Muro, muro». Alchemiche parole che ricordano elementi della storia quotidiana, ma che soprattutto rivendicano quel diritto che mantiene in vita la sapienza dei popoli. Segreto che raggiunge i nostri orecchi e i nostri occhi in un eco e in una luce silenziosa, evocando solo il mistero. Silenzio, segreto, aspetti così poco considerati nei difficili equilibri della pace e della giustizia. Prigione è non potersi chiudere dentro… Noi abituati al sogno di un mondo purificato, ma ancora così poco amanti di un mondo «diverso».


Mondo rifatto con i pezzi: pezzi di storia, pezzi di sapienze, pezzi di ideologia, pezzi di natura, di minerale, di risorse naturali… luce, aria, muro, ferro, pietra… Noi che parliamo sempre del presente con la nostalgia del passato, come se prima avessimo conosciuto qualcosa di totalmente bello. Come se ricordassimo il paradiso perduto e invece nessuno sa come dovrebbe essere, nessuno così come non lo seppero gli asceti del IV e V secolo, o i mistici del 1300 con le loro olistiche vite e gli idealisti illuminati e i rivoluzionari dei tempi tecnologici.


La verità non ha proprietari come il sole, l'acqua la luna, le nubi, per cui non solo bisogna difenderle dalle multinazionali, ma bisogna anche difenderle dalle grette ideologie, o dalle dogmatiche dottrine e dai facili imbrogli delle sornione politiche dei qualunquisti. Prigione è non potersi chiudere dentro… possibilità degli spazi segreti delle identità e delle dignità umane: celle interiori da cui possiamo salvaguardare i sogni e anche il futuro con la sua alternativa dei tempi. E questo, oggi, proprio oggi, tempo in cui gli individui sono dimenticati da tutti, perché massificati nell'economia e nel mercato. Potenzialità alternative ritrovate dentro, quando si scava nella storia, nella terra e anche nell'aria, graffiandola una più volte per percepire il suo vero significato e il suo contenuto. Un sapere cui soggetti sono persone concrete, individui e collettività, segreti principi attivi, capaci di alimentarsi e alimentare reazioni inaspettate di vita…


sabato 21 giugno 2008

Presentazione di "Qualcuno continua a gridare"

Venerdì 20 giugno, presso la libreria Edison di Arezzo si è svolta la presentazione del nuovo libro di Antonietta Potente, «Qualcuno continua a gridare» (la meridiana edizioni).
La onlus Ant.Er.Lux, nuovo soggetto aretino nel panorama della cooperazione internazionale, ha presentato il nuovo libro di Antonietta Potente «Qualcuno Continua a Gridare. Per una Mistica Politica».

La teologa domenicana, nata in Liguria nel 1958, da più di dieci anni ha trovato in Bolivia il perfetto equilibrio tra vita e passione. Il libro si legge tutto d’un fiato. Un libro «gridato a bassa voce», con la delicatezza e la determinazione di una donna che intende la «mistica politica» come «chiave di lettura per interpretare la postmodernità». «Ciò che accompagna armoniosamente queste riflessioni è la mistica – spiega Antonietta Potente nella prefazione del volume – qualcosa che la Chiesa si è sforzata di tenere lontano dalla quotidianità. La mistica è una trama segreta che vogliamo tornare a scoprire per sentire il calore della vita. Sono i sensi che si risvegliano provocati dalla vita, è l’alba dei sensi…quando tutto resta assolutamente in silenzio».

Il pensiero di Antonietta Potente cerca e si mette in sintonia con la ricerca dei protagonisti e delle protagoniste del racconto e poggia su una puntuale disamina della riflessione ecologica e di genere. «La mia teologia – continua la scrittrice – è una scienza solidale e complice con i narratori e le narratrici di racconti. Tutte e tutti siamo sfidati da questo: ci sono coloro che fanno teologia ufficialmente e coloro che semplicemente raccontano o semplicemente vivono, respirano, stando ‘dentro’ e nulla più. Tutti i soggetti della teologia debbono uscire da ogni schema prestabilito e seguire la vita con i suoi delicati movimenti, stare dentro di lei... non solo con il gusto di ‘servire’, ma anche di ‘toccare’: questo è il gesto mistico-politico della vita».

L’opera di Antonietta Potente si sviluppa a partire da una ricerca ermeneutica intorno alla teologia, come arte dell’etica nella storia, oltre che da un ripensamento della vita religiosa alla luce di una spiritualità ancorata al presente che unisce mistica e politica. La sua riflessione lucida e concreta la pone tra le teologhe più fertili e creative del panorama italiano e sudamericano.

All’incontro hanno partecipato: Ersilia Ferrini, presidente di Ant.Er.Lux, Antonietta Potente, scrittrice e teologa da anni impegnata nella cooperazione con la Bolivia e promotrice culturale di nt.Er.Lux, Darìa Tacachiri Villca, infermiera boliviana impegnata nella formazione di una comunità di cinquecento donne a Cochabamba, Carlo Simonetti, direttore della cooperativa Wipala, Alessandro Ciorba, medico veterinario e docente universitario presso l’Università degli Studi di Perugia.

venerdì 21 marzo 2008

Un pensiero di Antonietta

...un luna grande ci accompagna e alcune nuvole la proteggono da sguardi cuoriosi e forse possessivi. Tutto sembra riposare, ma in realtà è inquieto. La vita è precaria, come i cicli lunari, e noi esseri umani occupati a vegliare, a pensare, a raccogliere i framenti, particelle, per poter respirare con piú o meno dignità. Oggi, uno dei tanti venerdì santi del tempo, della storia, della vita, del cosmo... Mentre ti accompagno in questi giorni forse un po' retorici nell'universo simbolico della tradizione cristiana, mi affascina pensare che la vita spinge, ovunque e si cerca le sue dignitá, proprie, austere, belle.

(Antonietta Potente)

venerdì 8 febbraio 2008

Articolo da La Stampa del 6 febbraio 2008

Missionaria in Bolivia con la Liguria sempre nel cuore
di Marina Beltrame

Lo scorso dicembre il Comune le ha assegnato il premio «Pietrese dell’anno» per il suo impegno umanitario in Bolivia. Antonietta Potente, teologa nata 49 anni fa a Pietra, - «vicino al mare» come ama sottolineare - fa parte dell’Unione Suore Domenicane San Tommaso d’Aquino e da tempo vive in Bolivia, in una comunità aperta dalla sua congregazione. Una scelta di partecipazione nata durante gli anni della docenza universitaria a Roma e a Firenze, alimentata, forse, anche da una «certa inquietudine» dovuta alla percezione «che la teologia si stava pian piano chiudendo nei suoi spazi: seminari, facoltà teologiche, gruppi ecclesiali».

«Sentivo che essere teologa e fare teologia non poteva chiudermi in un ghetto di privilegiati. - racconta - Sentivo che c’erano aspetti della vita e di Dio che non avevo ancora scoperto e che era importante chiederne ad altri: ad altre culture, ad altri contesti storici, ad altre categorie di persone, soprattutto a quelle categorie ancora ‘’inedite’’ alla storia ufficiale».

«La congregazione delle Suore Domenicane di San Tommaso d’Aquino è stato un importante spazio di crescita e di intuizioni. - prosegue - Credo che ogni essere umano, quando matura nella sua affettività e nella sua capacità di pensare, diventi capace di dedicarsi alla ‘’vita’’ e nella vita ci sono gli altri, la natura con le sue risorse e anche le cose. Non considero ‘’gli altri’’ come dei ‘’bisognosi’’ che aspettano il mio aiuto, ma considero la realtà, la storia, gli avvenimenti con i loro soggetti, come veri e propri interlocutori. E’ una passione cresciuta tra i ‘’parti’’ della mia maturità umana: quelli della mia fede, delle mie ricerche e, soprattutto, dei miei incontri».

Dopo gli studi a Roma, Antonietta Potente si è occupata di pace e di giustizia: «Ho vissuto nella capitale quando nel dibattito politico si discuteva il disarmo, la presenza delle basi americane sul territorio italiano e quando nel mondo si vivevano differenti rivoluzioni, che chiamerei mistico -politiche, visto che non furono solo rivoluzioni armate: Nicaragua, Filippine, la caduta del regime dei Bianchi in Sud Africa, la Guerra del Golfo. Roma é luogo di ambasciate e questo facilitava il nostro impegno: sit-in, volantinaggi, marce, scioperi della fame di intere settimane davanti a Montecitorio. Questo non mi distraeva dal mio impegno come docente universitaria, che nel frattempo svolgevo anche a Firenze, e come lettrice e interprete del Mistero». In quegli anni conosce l’Africa (Uganda e Mozambico), frequenta il Centro interconfessionale per la pace, «punto d’incontro fondamentale per le diverse confessioni e religioni», partecipa a Budapest ad un congresso tra le diverse confessioni cristiane di tutto il mondo, dove la teologia si confronta sui temi della giustizia e della pace, conosce grandi esponenti della teologia europea (Jürgen Moltman), latino-americana (Enrique Dussel) e asiatica (Tissa Balasuriya) e interviene sul tema della pace e delle donne. «Un universo della diversità che mi affascinò. Furono esperienze che segnarono moltissimo la mia vita di giovane teologa».

La sua congregazione, già presente in America Latina, facilitò il contatto con quel continente. «Durante la prima visita rimasi in Argentina 5 mesi. Rimasi profondamente inquieta, ma anche profondamente affascinata. Fu un nuovo innamoramento e questo fece sì che si allargassero le prospettive e anche gli spazi». In seguito si trasferì in Bolivia. «Dopo i primi quattro anni, ebbi la possibilità di allargare lo spazio classico della ‘’vita religiosa’’, cioé della vita comunitaria con le altre suore. Nel ‘98 mi fu data la possibilità di fare comunità con una famiglia Aymara in una zona Quechua (Cochabamba). La mia teologia aveva bisogno di confrontarsi con un contesto vero e reale, in cui condividere tutto: i beni, l’economia, i frutti del lavoro, gli spazi nella casa. A questo nostro stare insieme demmo anche un nome: ‘’Sumaj Causay Wasy’’, la ‘’Casa del Buon Vivere’’. Ormai sono 10 anni che viviamo insieme». Alcuni membri della comunità hanno dato vita ad un progetto che coinvolge più di 300 donne e che mira, attraverso un percorso di formazione, prevenzione e presa di coscienza, a risolvere i problemi di salute di donne e bambini, a diffondere l’alfabetizzazione e a cercare fonti alternative di sussistenza economica.

(da La Stampa di mercoledì 6 febbraio 2008, cronaca di Savona, pag. 58)

lunedì 28 gennaio 2008

"Qualcuno continua a gridare"

Il nuovo libro di Antonietta Potente raccoglie tre riflessioni: sul nostro tempo postmoderno, sull’ambiente, sulla sessualità, con un unico obiettivo esplicitato nell’introduzione dalla stessa autrice «la mistica è qualcosa che la Chiesa si è sforzata di tenere lontana dalla quotidianità. La mistica è invece il gesto politico della vita». Di quella vita che passa nel destino di ognuno, perché ognuno di noi è a sua volta creatore di questo mondo.

Per cui affrontare il tema e la complessità della postmodernità, significa capire che questo è il nostro tempo, il solo e l’unico che ci è dato di vivere. Oppure parlare di gas e petrolio, di clima e armi chimiche, significa «recuperare il criterio elementare per una visione etica che è lo sguardo sulla vita concreta e sul bene comune, antico imperativo della più ancestrale biodiversità». E infine occuparsi in teologia di sessualità, non significa negarla o sublimarla nella sua rinuncia, ma ripensarla come energia creativa, data agli uomini e alle donne che vivono, perché Lui e lei possano riposare, e l’Universo possa avere un altro destino.

Un libro per scoprire e capire che «nella storia, la mistica nasce nelle società attraversate da movimenti di riforma creativa e di riscoperta di se stesse», non in quelle che si sono chiuse nel rito e nella tradizione. Forse per questo un libro che, a leggerlo, fa venire nostalgia della “sapienza”. (da Peacelink)


- Antonietta Potente, Qualcuno continua a gridare. Per una mistica politica, La meridiana, Molfetta 2008, 96 pagine, 13 euro.

lunedì 7 gennaio 2008

20/ Una spiritualità della liberazione - Torino 21/11/07

Appunti per una spiritualità della liberazione.
di Antonietta Potente


Vi ringrazio per avermi invitato a condividere queste idee e questo tema. Ascolteremo un canto latinoamericano che parla di alcuni dei temi centrali della mia riflessione. Spero, dopo il mio intervento, in uno scambio con voi e le vostre riflessioni perché questi sono temi che possono cambiare sfumature in rapporto ai contesti storici che viviamo per cui, probabilmente, io li leggi dal punto di vista dell’esperienza e del contesto storico dove vivo, che mi ispira. Voi conoscete altri contesti e potrete ritradurre questi temi nella vostra riflessione.

Corazon libre

di Rafael Amor (cantata da Mercedes Sosa)

Te han sitiado corazón y esperan tu renuncia,
los únicos vencidos corazón, son los que no luchan.
No los dejes corazón que maten la alegría,
remienda con un sueño corazón, tus alas malheridas.

No te entregues corazón libre, no te entregues.
No te entregues corazón libre, no te entregues.

Y recuerda corazón, la infancia sin fronteras,
el tacto de la vida corazón, carne de primaveras.
Se equivocan corazón, con frágiles cadenas,
más viento que raíces corazón, destrózalas y vuela.

No te entregues corazón libre, no te entregues.
No te entregues corazón libre, no te entregues.

No los oigas corazón, que sus voces no te aturdan,
serás cómplice y esclavo corazón, si es que los escuchas.
Adelante corazón, sin miedo a la derrota,
durar, no es estar vivo corazón, vivir es otra cosa.

Traduzione italiana:

Ti hanno occupato cuore e sperano nella tua rinuncia,
Gli unici vinti, o cuore, sono quelli che non lottano.
Non lasciare, o cuore che uccidano l’allegria,
ricuci con un sogno, o cuore, le tue ali ferite,.

Non ti arrendere, cuore libero, non ti arrendere.
Non ti arrendere, o cuore libero, non ti arrendere.

E ricorda l’infanzia senza frontiera.
Il tatto della vita, pelle di primavera.
Si sbagliano, o cuore, con fragili catene,
più vento che radici, distruggili e vola.

Non ascoltarli, o cuore, perché le loro voci non ti confondano,
sarai complice e schiavo, o cuore, se li ascolti.
Avanti, o cuore, senza paura e scoraggiamento,
durare non è restare vivo, vivere è un’altra cosa.


Il tema che mi avete proposto è molto ampio e difficile da trattare in pochi minuti. Cercherò, quindi, di dire qualcosa assumendo un punto di vista, un criterio di lettura, una mia ermeneutica, una mia interpretazione. Le interpretazioni possono essere tantissime e soprattutto più ci avviciniamo ai contesti storici reali e più queste provocazioni storiche ci porteranno ad interpretare questo tema anche in modi differenti.

Vorrei riprendere questi due grandi blocchi, queste due grandi parole, che poi sono parti molto importanti della nostra storia. Il tema della spiritualità e anche il tema della liberazione. Anche se credo che questi due temi vadano compresi insieme, essi infatti non sono due temi separati, probabilmente parlando di uno scopriamo anche l’altro. Ciascuno di questi due temi coinvolge la storia, la vita, gli individui, i popoli, le culture, e anche – come vedremo – la stessa creazione.

Per questo è necessario scegliere un punto di vista, per far sì che questi temi non siano solo retorica. In modo da non tradire i contesti concreti della nostra vita e della vita degli altri. Da parte mia non vorrei perdere nessun dettaglio, nessuna sfumatura che questi temi ci offrono, che la storia ci offre.

Riferendomi al contesto in cui io mi muovo normalmente potrei parlare utilizzando questi due grandi termini, spiritualità e liberazione, con una metodologia o con un’ermeneutica specifica della spiritualità e della teologia della liberazione. Per affrontare la vastità di questo tema volutamente scelgo una lettura esistenziale.

Se abbiamo un diritto a parlare di spiritualità e di liberazione è perché viviamo ed è perché la storia vive, i popoli vivono, le culture vivono. In questa storia esistenziale ci stiamo tutti: c’è la storia di noi come individui, con tutte queste sottili vivenze storiche, con tutte queste vite che si intrecciano; c’è tutta la parte della nostra vita che è la vita politica, affettiva, sociale, le nostre lotte per poter continuare a vivere in questa società; e poi le esistenze dei nostri popoli, dei contesti socio-politici che senza saperlo ci segnano profondamente.

Parlare di questi temi dal punto di vista esistenziale non risolve la vastità del problema. Lascio però il problema aperto, volutamente. Mi sembra importante scoprire fin dove vogliamo parlare di queste cose, e anche scoprire perché vogliamo parlarne. Qual è il nostro interesse, le nostre inquietudini che ci provocano ancore l’interesse a parlare di spiritualità, e di spiritualità della liberazione.

Quasi sempre i grandi temi della vita non nascono dalle teorie, ma nascono dalle esperienze, da questi contatti reali con la storia, per cui se voi avete scelto queste problematiche è perché probabilmente la vostra esperienza con la storia attuale vi porta a domandarvi di queste cose. Per lasciare questa possibilità di intervento, per fa sì che ciascuno si senta invitato ad intervenire sul tema e a fare la propria ermeneutica vorrei soffermarmi su quella che è un po’ la storia di questi due elementi: spiritualità e liberazione.

La spiritualità, così come la liberazione, ha una storia, un punto di inizio. Dietro alla spiritualità c’è tutta la vitalità dello Spirito e dietro alla liberazione c’è tutto il sogno della libertà. Certamente questi due temi, spirito-spiritualità e libertà-liberazione, evocano delle inquietudini, probabilmente dovremmo dirci cosa intendiamo con essi. Questi aspetti li cogliamo dai parti storici, dalle dinamiche della vita, dell’umanità, della creazione e credo che per trattare questi temi il primo passo è uscire da tutti i pregiudizi ideologici, istituzionali; che chiudono i temi, e li confinano solo ad alcune appartenenze. Cioè si pensa che la spiritualità appartenga solo alle religioni, e la liberazione, da un punto di vista anche soteriologico, appartenga solo a questi grandi messaggi delle religioni: qui si chiude il discorso. Bisogna uscire da questi criteri puramente ideologici, dai pregiudizi, essi infatti non appartengono solo a certe categorie, questi sono temi sono terribilmente laici: appartengono ai popoli, a tutte le culture, a tutte le persone e i gruppi umani che ancora cercano e che devono affrontare la vita. Questa è una premessa importantissima. Spiritualità e liberazione non sono solo i temi dei credenti, della fede, ma sono i temi storici dove dall’esperienza di fede, dall’appartenenza ad una comunità credente può nascere una certa interpretazione, però non sono temi di proprietà privata di nessuno in questa storia. Probabilmente proprio in questo consiste la difficoltà, perché quando noi li consideriamo di proprietà privata di alcune ideologie e di alcune esperienze religiose già chiudiamo il discorso. Trattare questa problematica diventa, così, ancora più difficile.

Si tratta di inquietudini storiche che appartengono all’umanità e al cosmo, che fanno parta della storia senza distinzioni di appartenenze, appartenenze che hanno solo avuto la funzione di interpretare e di dare dei contributi su queste problematiche. Però nessuna appartenenza può dire tutto nella storia. Come non mai, nella storia attuale, postmoderna, questi due temi rivendicano la propria laicità. E in questo senso lo Spirito non evoca solo ciò che è religioso, ma evoca realmente ciò che è storico e umano oltre che cosmico. Lo Spirito evoca tutta l’inquietudine della realtà, la sfida di oggi è: come raccogliere queste inquietudini nelle nostre storie, anche personali? Sono due temi che invitano gli individui ad allargare la mentalità, ci chiedono di aprirci, di salire, di uscire dalle nostre semplici problematiche individualistiche. Proprio la spiritualità nasce come critica, o come sospetto, alla morale, come diceva anche Nietzsche, intesa come un’origine a priori della storia. La spiritualità, quando nelle società e nelle culture comincia a farsi spazio, o rivendica uno spazio, o spinge, è perché nasce come una critica alla dottrina e alla morale che si impone come unica origine del comportamento umano, come qualcosa che sta a priori e che l’essere umano deve imparare.

Se ripercorriamo la storia questo è avvenuto tantissime volte, tutte le volte che dei gruppi umani rivendicano lo spirito, non solo nelle istituzioni religiose ma anche nelle istituzioni sociali e politiche. Questo avviene perché rivendicano il diritto alla dignità. Un aspetto questo importantissimo, che abbiamo visto già in altri momenti storici, e credo che in questo momento storico stia avvenendo lo stesso. Questo bisogno di ricuperare l’interiorità intesa, non come intimismo, ma come spazio dove l’essere umano ri-crea qualcosa, e si sente a casa. Questo è tipico del nostro mondo e nasce lì dove incominciamo a sospettare un po’ di questi a priori che esistono o che ci fanno pensare che esistono prima di noi.

Se seguissimo quest’eco storico arriveremmo a riscoprire l’eco delle Scritture. Quando diciamo che noi non vogliamo appropriarci di questi temi solo come i temi delle religioni o delle fedi, in realtà affermiamo che se riuscissimo davvero a riscoprire l’umano di questi temi, l’inquietudine di questi temi nella storia, arriveremo a capire in modo differente le religioni. Per cui non è dimenticarci delle religioni, o dimenticarci dell’umano, per riscoprire la vera spiritualità, ma anzi, riscoprendo, entrando sempre di più in questo umano più quotidiano, arriviamo a reinterpretare le Scritture.

Probabilmente questa era stata la metodologia della spiritualità della liberazione in America Latina. Il contesto storico così forte portava la teologia a reinterpretare le Scritture, la tradizione e la dottrina. Un itinerario profondamente interessante che non mette la laicità contro la religione ma che mette queste due grandi sensibilità alla pari. Il problema è che noi invece, non vogliamo stare alla pari: vogliamo che la religione abbia il sopravvento sulla laicità, ma questo è falso perché se davvero la storia riuscisse a fare il percorso della laicità, dell’umanità, della creazione, come è avvenuto in altre culture o in altri momenti storici, si arriverebbe alla spiritualità più profonda, all’anima della religiosità, ma noi ci muoviamo sempre in queste grandi diffidenze o sospetti.

Dal punto di vista teologico nelle Scritture c’è stato un itinerario. Purtroppo nella dottrina, soprattutto nella teologia occidentale, siamo arrivati a personalizzare troppo lo Spirito, a ipostatizzare, a considerarlo come persona divina e abbiamo saltato tutto questo itinerario di avvicinamento e di comprensione alla realtà storica e a tutta la realtà cosmica, non solo degli esseri umani, ma di tutto il cosmo. Questo Spirito identificato come persona divina, prima di tutto era identificato come la respirazione di Dio (Esodo 15,10), o come una presenza che agitava gli alberi, che scuote e trascina il grano (Isaia), una presenza cosmica ma anche una presenza nell’antropologia umana, una aspirazione della vita, che se si perde e abbandona la storia muore (Sal 78, 104). Il principio di questo Spirito, anche nelle Scritture, sfugge. Questo aspetto è bellissimo, quando si dice che “non si sa da dove viene e dove va”, diremmo che questa qualità dello Spirito ci protegge da ogni arroganza, da ogni indottrinamento, da ogni moralismo, perché ci sfugge il principio (l’arché) e ci sospinge più lontano, probabilmente ci da il gusto della liberazione come solidarietà tra Dio e la storia.

Questa solidarietà le Scritture la identificano con il Verbo, dicendo che lo Spirito, semplicemente, abita la storia. Ed è per questo che la storia, anche nell’esperienza delle comunità cristiane, diventa avvenimento, non solo una piatta ricorrenza cronologica, ma un avvenimento.

Il poeta messicano, premio nobel per la letteratura nel 1991, Octavio Paz parlava di un presente che si muove tra evoluzione, rivoluzione e rivelazione. Questa è la storia secondo lo Spirito: un processo evolutivo dove noi riconosciamo nella storia la sua autonomia, i suoi dinamismi interiori, segreti, invisibili; dove riconosciamo queste iniziative che irrompono nella storia. La rivoluzione intesa, non solo come dinamismo storico di rottura, ma come la capacità dell’umanità, dei popoli, della mente umana, nella sua inquietudine di rivoltare le cose, rivoluzionarle e darle un’altra posizione dentro la storia. Questi due elementi, l’evoluzione e la rivoluzione, che nella prospettiva dei credenti non sono dei momenti qualunque ma sono momenti rivelativi, con tutto quello che questo termine significa, che non è la chiarezza delle cose e degli avvenimenti ma è, probabilmente, una scintilla di luce che poi torna di nuovo a coprirsi nella quotidianità della storia; che porta noi esseri umani a stare attenti a questa realtà e a non tradirla, non smettere di stare in questa vigilanza costante che poi è l’atteggiamento che ci piacerebbe tanto avere: l’atteggiamento profetico, ovvero la capacità di guardare costantemente la storia, di leggerla, ed entrare in queste rivoluzioni ed evoluzioni storiche per poter vedere la storia in un altro modo, in questa dialettica tra laicità e religione, scoprendo misticamente dei lineamenti differenti del mistero.

Probabilmente quello che noi non riusciamo a fare nella storia, che la teologia non riesce a restituire all’umanità, ai popoli e alle persone comuni, è precisamente questo desiderio di ritrovare l’iniziativa e quindi di avvicinarsi, questo osare avvicinarsi alla storia con sempre più creatività. Da troppo tempo abbiamo diviso la storia dal mistero in una dicotomia così assoluta per cui il mistero segue il suo cammino e la storia segue un altro cammino e questo ci rende quasi come immaturi, o ci fa sentire tali, di fronte a tutto quello che questo mistero ci vorrebbe dire. Siamo diffidenti di fronte al mistero e non prendiamo l’iniziativa. Abbiamo paura, un certo tipo di morale, un certo tipo di dottrina ci hanno marcato e segnato con la paura, dicendoci che il mistero non si può toccare.

Questo si deve anche ad un ermeneutica particolare, perché la teologia è sempre stata fatta da delle persone con un ruolo particolare nella comunità credente. La sacerdotalità della teologia, che ha bisogno di mediatori, questo non è parte della spiritualità. La spiritualità restituisce questa iniziativa agli esseri umani, e dice loro che si possono avvicinare al mistero. Sentiamo il Vangelo così vivo spiritualmente perché i gesti di Gesù, il suo modo di vita, ci fa pensare che il mistero si è avvicinato alla storia e che quindi rimette in movimento tra i suoi contemporanei questa speranza di poter toccare il mistero. Ma poi lungo la storia, tante volte, noi ci siamo di nuovo riappropriati del mistero: la teologia, certe categorie di persone addette ai lavori nell’ambito della comunità credente, si sono appropriate di questo mistero e ancora una volta noi rimaniamo attoniti.

A volte parlando con alcune persone in America Latina ti senti dire: “tu sei suora, tu sei prete, voi siete più vicini a Dio”, questo discorso è solo un discorso di ruoli, che è stato portato avanti nella società e non solo negli ambiti semplici. C’è stata tutta una dottrina che ha costruito questo tipo di immagine secondo cui il mistero non si può toccare, eppure anche noi, in una religione come la nostra, dove il mistero dell’incarnazione aveva cercato di rompere questo schema, siamo ritornati di nuovo a questa prospettiva. Non osiamo prendere iniziativa nella storia. E se non prendiamo iniziativa con il mistero finiamo per non prendere iniziativa neanche nella storia. La passività con Dio è anche la passività etica nei momenti storici più importanti. Le istituzioni religiose e politiche fanno di tutto affinché non si prenda iniziativa. Anche in queste grandi ideologie politiche e sociali, che ci potevano dare delle ispirazioni, quando cominciano a diventare ideologie a priori, che sanno già tutto... Sartre aveva intuito che alcune ideologie fondamentali potevano aiutare la storia, però quando incominciò a vedere che anche queste ideologie davano tutto per scontato e dettavano tutto a priori e gli altri dovevano solamente obbedire, cominciò a diventare critico.

In questo momento storico c’è bisogno di riscoprire questa spiritualità della liberazione nel senso del poter, un’altra volta, allargare gli spazi. Questo noi lo possiamo fare, la teologia lo può fare, se restituisce una nuova immagine del mistero che non è lontano. Nessuno può dire che io non mi posso avvicinare o che non posso interpretare o prendere questa iniziativa nella storia, nella realtà.

Nell’ambito della prospettiva occidentale è stato fatto un danno abbastanza grave, cosa che forse nella prospettiva teologica dell’oriente cristiano è stato meno incidente, la teologia occidentale ha reso tutta la riflessione troppo antropocentrica, il Cristo antropos, specchio dell’essere umano, questo ha atrofizzato tutto il resto, l’iniziativa per poter scoprire Dio anche in un altro modo. La tradizione orientale, invece, ha lasciato più spazio al Cristo cosmico per cui la contemplazione si potrebbe dare passando per la natura, per gli elementi segreti della natura. Noi dobbiamo recuperare questo aspetto. Una volta silenziato lo Spirito si è silenziata la storia. Le possibilità alternative che le storia ha, si è silenziato il mistero perché tutte le volte che noi sappiamo tutto si chiude qualcosa per cui non possiamo continuare in questo senso restando solo tra di noi nella realtà.

Adesso credo che quello che ci insegna, o ci evoca lo Spirito lungo le comprensioni storiche e anche lungo la tradizione scritta, la tradizione biblica, credo che quello che lo spirito insegna è, come dice Paolo, la diversità, il mistero degli altri, il mistero dell’alterità. Ma ci insegna anche il segreto, il silenzio degli avvenimenti, ci insegna ad assicurare la libertà degli esseri umani, degli animali, degli elementi fisici e chimici e ci insegna la ricerca, il discernimento, le scelte, il linguaggio alternativo.

Lo Spirito ci insegna il linguaggio del genere, il linguaggio interculturale, interreligioso, l’esigenza di rendere le azioni nuove in tutti gli ambiti storici. Lo Spirito ci insegna dei tentativi di vita, ci sveglia, sono tentativi etico-mistici dove impariamo a stare nella storia. Nella tradizione ebraica un leggenda dice che nella creazione l’essere umano aveva solo un compito, doveva compiere solo una fatica: imparare a conoscere le piante e gli animali. La spiritualità è questo compito, è questa fatica: imparare a conoscere per poter imparare ad abitare nella storia. È un compito, una fatica che dura nel tempo, non è una cosa che si impara una volta per tutte, o che diventa un modo di vita dettato da certe norme. Si impara nelle relazioni, ascoltando e ricercando costantemente il mistero, nella vicinanza con l’umanità. La spiritualità della liberazione io la leggo, soprattutto in questo momento, come la rivendicazione più bella dei diritti delle persone, delle cose, del cosmo.

19/ L'incontro con le sapienze di altre culture - Mosaico di Pace 14/11/07

L'incontro con le sapienze di altre culture

di Antonietta Potente


Giorgio Piacentini.

Abbiamo la gioia di incontrare ancora una volta Antonietta. Quando passa dall’Italia come una meteora il Cipax l’afferra al volo e la porta qui. In realtà lei ci vuole bene e viene molto volentieri ad accompagnarci nella nostra strada e noi accompagniamo lei, in vari modi, nella sua strada in Bolivia. Solo due parole per dire come il tema di questa sera ha a che fare con il nostro ciclo. L’incontro con le sapienze di altre culture. Antonietta su questo è una maestra. Credo che non ci sia libro o intervento in cui lei non parla della sabiduria, della sapienza di altre culture. Il sottotitolo quest’anno è la storia, la spiritualità, la vita quotidiana dei cristiani d’oriente che sono una compagine crescente in Italia, per via dell’immigrazione. Una serie di confessioni che credo noi conosciamo ben poco. Solo gli specialisti conoscono gli aspetti di questa spiritualità. Come mai Antonietta ci parla dell’insufficienza del linguaggio di fronte al mistero? Noi non l’abbiamo scritto nel manifestino, ma questo è un richiamo alla teologia cosiddetta apofatica, una teologia che non dice, che non può dire, nata nell’ambito dell’Oriente Ortodosso. Antonietta ci parlerà di questa teologia alla sua maniera, forse con un approccio più politico che teorico. Lei farà un intervento di una mezzora: poi ci saranno cinque -dieci minuti in cui potrete parlare fra di voi, per mettere a punto le vostre reazioni su quello che ha detto e passare alle domande.

ANTONIETTA POTENTE

Buona sera a tutti e a tutte. Prima di entrare nel tema vorrei trattare la metodologia dell’intervento. Dato che parleremo di linguaggio, di insufficienza del linguaggio e a volte anche dell’arroganza del linguaggio, utilizzeremo un metodologia articolata, con parole, canzoni e immagini, perché io credo che faccia parte della sapienza della vita di ogni essere umano l’uso di tutti questi linguaggi. Purtroppo noi siamo abituati allo schema che il linguaggio deve essere in un certo modo, dobbiamo esprimerci con certi criteri. La storia che sta cercando di andare avanti in un altro modo ha bisogno di scoprire altri linguaggi. Nell’ambito, non solo della teologia, ma anche della vita più quotidiana, c’è il linguaggio visuale (non mi riferisco in questo caso alla tecnologia, ma alla contemplazione, alla capacità di leggere e guardare la storia in un altro modo), il linguaggio dei suoni; ci sono le immagini storiche, cioè reali, che fanno parte della nostra vita; il linguaggio della poesia, i canti e le canzoni sono sempre più simili ai poemi. Questa sera vi invito a far memoria di tutti questi linguaggi, anche della potenzialità del linguaggio del silenzio, non certo inteso come passività, ma come linguaggio che propone o che critica una certa lettura della realtà. In Italia le parole già non criticano più e c’è bisogno di trovare altri linguaggio.Inserisco questo tema nel cammino che state facendo, nell’ascolto di altre sapienze.

Sento che le mie riflessioni girano intorno a preoccupazioni che vanno molto al di là del dialogo interreligioso ufficiale. Credo che i contributi a questa storia non venga più fatto dalle istituzioni ufficiali, che invece stanno indebolendo il linguaggio. Lo stanno privando di quel potenziale che per l’umanità significava riprendere la parola. Sapete che leggere e scrivere è qualcosa di profondamente importante. Ma son sempre gli stessi quelli che parlano. Il linguaggio si sta indebolendo perché le istituzioni lo usano per farci tacere o per farci dire quello che dicono loro. La necessità di trovare altri linguaggi storici è un impegno etico. La necessitò di riprende in mano le nostre storie non secondo quello che ci dettano gli altri, ma secondo quello che anche noi riusciamo a capire dalla nostre contemplazioni, dalle nostre esperienze. Dobbiamo appropriarci di questi linguaggi in altri ambiti.

Ma parliamo ora di questa strana parola, la teologia apofatica: è un termine che viene dal greco e indica la negazione, il non volere dire tutto su tutto e neanche su Dio. Non dobbiamo lasciare che questi temi siano di proprietà propria solo di alcune categorie di persone o di alcuni spazi.

Io non vi posso parlare della sapienza della chiesa orientale, ma vi posso dire che nel mondo questa sapienza così rispettosa della vita, ma anche così resistente e capace di ricreare la storia, non appartiene solo alla Chiesa orientale, ma appartiene a tutti gli uomini e a tutte le donne che stanno cercando delle strade alternative, e che sono critici di fronte a questo linguaggio che è già diventato così vecchio e così antico.

Se dovessi utilizzare come un sintesi biblica, evangelica, nel mio ambito di riflessione teologica, per descrivere che cosa ci interessa capire delle sapienze, della vita e della storia degli altri, della storia della creazione utilizzerei un versetto del vangelo di Matteo (1^ immagine). E’ una domanda che fa attraverso i suoi discepoli Giovanni Battista, una persona molto inquieta, a Gesù: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?

Ho scelto una fotografia reale. E’ un’immagine eloquente che ci mette di fronte a questa inquietudine. Noi non vogliamo parlare di un tema, noi vogliamo capire che cosa dobbiamo fare in questa storia per terminare con certi atteggiamenti e con certe barbarie di ideologie, di modi di vita, di mancanza di rispetto per la dignità degli altri, per le intuizioni, per i piccoli o grandi sforzi di questi parti storici che altri fanno. La bambina della foto è profondamente stupita. Credo che questa domanda è una domanda che accompagna l’essere umano: da piccoli a grandi cambiamo la Storia quando impariamo a stupirci, con uno stupore contemplativo, come direbbero anche gli orientali, che nasce perché vediamo ed ascoltiamo. Guardiamo quest’immagine in silenzio ed ascoltiamo un canto che ci ispira questa volontà di capire la storia in un altro modo.

Nell’aria c’è una voglia in me

Qualcosa che non so cos’è.

Mi piace si stare con me

Guardarmi dentro, scoprire che….

Vorrei che facessimo attenzione a questa frase aperta. La domanda gira intorno a qualcuno e a qualcosa. C’è da cercare dove stanno e a chi girano intorno le nostre domande, che possono essere domande religiose, di fede, ma che sono sempre domande profondamente storiche, mistiche, di incontro profondo con la realtà. Sei tu o dobbiamo aspettare? In questi sei tu credo che sta tutta la nostra ricerca. Sei tu popolo differente, sei tu genere differente, sei tu la natura che sei profondamente differente da tutto quello che è costruito attorno a te. Vi invito a dare un nome a questo sei tu, ed anche a dare tutta questa ampiezza, grande respiro al verbo aspettare. Credo che aspettare non sia mai un atteggiamento passivo. Quando parliamo di una ricerca che sa di essere profondamente limitata parliamo di un atteggiamento molto creativo. Aspettare svegli, per vedere se davvero arriva qualcuno. Se posso riconoscere qualcuno. E questa domanda resta profondamente aperta. E’ vero che nella storia della riflessione teologica delle chiese questa caratteristica di non volere dire tutto sul mistero o di essere consapevoli di non potere dire tutto sul mistero ci viene dalla tradizione orientale. La tradizione occidentale ha voluto appropriarsi degli altri, per cui si è voluta appropriare anche di Dio. Quando invochiamo questa insufficienza del linguaggio nell’ambito della metodologia teologica certamente dobbiamo risalire a questa tradizione orientale. Questa sensibilità però non appartiene a una geografia, ma alla storia di donne e uomini che hanno un contatto con la vita reale, che non immaginano la vita, ma la fanno. Dico questo per esperienza e perché nella stessa teologia ad esempio latino-americana questo tipo di sensibilità è sempre stato molto presente. La voglia di non dire tutto su Dio, perché la storia possa riprendere la parola e possa ritrovare il suo linguaggio.

Ripensavo ad un testo molto bello di qualche anno fa di Gustavo Gutierrez, dal titolo: come parlare di Dio, partendo dalla sofferenza dell’innocente. Era un commento al libro di Giobbe. Gustavo stava ancora in Perù ed erano gli anni di una grande sofferenza del continente latinoamericano e caribeño. Nella introduzione citava questo tipo di metodologia e diceva che per fare una teologia della storia dove davvero si potesse riscattare tutta questa passione storica e riconoscere dei soggetti storici come veri teologi e teologhe bisognava accettare questa insufficienza del linguaggio, altrimenti questa sensibilità che a volte abbiamo verso la storia diventa una sensibilità profondamente arrogante. A volte vogliamo aiutare la storia, ma la vogliamo aiutare secondo il nostro linguaggio e togliamo tutto questo stupore: e se ti dovessi aspettare?Sei tu? ma anche chi sei tu?.

Passiamo alla seconda immagine: è per ricordarci l’insufficienza delle parole, che forse è ancora più forte dell’insufficienza del linguaggio. L’immagine ha molta ombra perché l’insufficienza non mette tutto in luce. L’insufficienza delle parole non è solo un criterio teorico. Ci sono delle situazioni storiche che diventano silenziose. Ma parlano con i corpi delle persone, come i corpi si muovono nella realtà, e diventano eloquenti. Noi che osserviamo dobbiamo ammettere che questi silenzi sono i nuovi linguaggi. Nella storia ci sono dei linguaggi silenziosi, ma anche dei linguaggi che vogliamo rendere silenziosi per permettere che parlino ad altre persone. In questo momento storico nell’ambito politico e nell’ambito ecclesiale sono molto poche le realtà dove si vuole lasciare lo spazio perché gli altri ritornino a parlare secondo i loro criteri e secondo i loro linguaggi.

La terza immagine mostra uno schema dell’alfabeto tuaregh.

Una volta avevo letto che i tuareg hanno forme di scrittura ed anche un modo di organizzare il linguaggio molto difficile, perché si basa di più sui suoni delle consonanti, che delle vocali. Per cui puoi entrare da più parti in questo linguaggio (da destra, da sinistra, in diagonale, in verticale) e devi stare profondamente attento. Questo mi aveva affascinato. Pensavo che quello che noi dobbiamo fare nella storia è lasciare tutte le infinite possibilità agli esseri umani, ai popoli, alle culture ed anche alla natura di esprimersi secondo il proprio linguaggio. Quello che dobbiamo chiedere oggi alle nostre politiche, alle nostre cosmovisioni occidentali, ai nostri mondi religiosi (penso nel mondo delle chiese, delle religioni) è lasciare che altri parlino con il loro linguaggio e che scrivano con i caratteri della propria lingua, con questa possibilità di rivelare in un altro modo la storia.

Ho partecipato a questo festival dei popoli, delle culture delle religioni a Terni. Ero in una tavola rotonda sul dialogo interreligioso, per vedere come le religioni partecipano a questo impegno per la libertà e per i diritti civili. Mi era sembrato molto bello che si chiedesse alle religioni di partecipare, di pensare ai diritti civili, ma poi ascoltando e pensando, mi sembrava che abbiamo una tentazione: apparteniamo già a degli schemi e ritorniamo sempre sulle stesse cose. L’unico criterio è quello che già sappiamo e invece in questo momento storico, per cambiare la storia ci dobbiamo muovere con quella domanda iniziale o con questo stupore davanti a questo alfabeto tuareg. A noi sembrano disegnini, ma sono forme di espressione che fanno la storia. Quando qualcuno scrive con questi caratteri, descrive qualcosa della sua storia o pensa il futuro nella storia. I nostri contesti devono rischiare un po’ per rimanere in silenzio e stupiti di fronte a quello che non capiscono e lasciare che quello che non capiscono sia il nuovo linguaggio. Non mi riferisco solo a queste attitudini ed a questi atteggiamenti un po’ superficiali: tutto va bene, accogliamo, non accogliamo e discutiamo su chi ha ragione, se gli stranieri devono starci o non starci, e lo facciamo con molta superficialità. Io parlo di un criterio di giudizio storico, politico, religioso per ripensare il futuro e questo criterio deve essere sapiente, intelligente. Non è l’atteggiamento qualunquista o superficiale di chi dice: ma a me non è mai successo niente e quindi che vengano pure tutti. Oggi è molto importante essere sapienti su queste cose. Ogni volta che torno in Italia quello che mi stupisce è la mancanza di sapienza nella nostra politica. Ci fosse qualcuno che ha un po’ di buonsenso, che voglia ascoltare gli altri o voglia rileggere la storia. Tutti ci muoviamo (e possiamo dirlo anche delle nostre chiese) con quello che già sappiamo. Non c’è questa voglia di trovare anche in questo silenzio la creatività di una storia futura. Probabilmente ci dobbiamo mettere tutti insieme. A Terni eravamo tutti rappresentanti di gruppi religiosi; l’unica che non rappresentavo ero io. Mi colpiva una cosa. Credo che di fronte al sogno storico: di fronte ai diritti civili, alla libertà, ai temi della necessità di considerare le differenze dei generi che abitano questa storia, alle risorse naturali, ecc.ecc. non c’è una religione che possa dire: io scaglio la prima pietra. Tutte le religioni, ancorate al passato, hanno sempre, sempre pensato che loro avevano qualcosa di più da dire agli altri. L’aspetto più bello è ricostruire questa storia con i pezzi di tutti.

La quarta immagine. Nessuno ha il pezzo completo e dobbiamo vedere quale pezzo mi tocca e come lo metto in un puzzle. Si tratta di ricomporre e non di inventare. L’insufficienza del linguaggio e la consapevolezza che noi non possiamo sapere tutto, non abbiamo tutte le certezze sulla verità, ci potrebbero probabilmente aiutare a ricomporre. Qui non è il gioco della complementarietà. Ogni pezzo ha la sua forma, che è enormemente importante. Noi pensiamo che quella forma è l’unica e non riusciamo a guardare il presente e, di conseguenza non guardiano più il futuro. Risolviamo tutto con gli occhi del passato, con quello che già sappiamo, che ci ha accompagnato finora: può essere importantissimo, ma non è più il linguaggio sufficiente in questo momento. Penso alle nostre grandi ideologie o ai nostri grandi ideali o sogni religiosi. Bisogna imparare da questa domanda: sei tu o devo aspettare un altro?

Ci sono situazioni storiche che denunciano tutto questo. Ci sono delle posizioni dell’essere umano e della natura nella storia che denunciano e reclamano un altro atteggiamento. Io non so perché le religioni, la nostra chiesa non riesce a contemplare la realtà in un altro modo. Forse perché siamo troppo sicuri o perché siamo spaventati. Sento che noi siamo fermi e non riusciamo più a leggere le posizioni che questa storia prende e che gridano di per sé anche quando le parole sono insufficienti.

Ancora un’immagine, ma da guardare in silenzio ascoltando un canto latino americano.

E’ una fotografia che testimonia la tortura. Noi sappiamo che nella storia ci sono diversi tipi di tortura. La tortura è l’arroganza del linguaggio, non è solamente il gesto fisico dell’altro. E’ anche l’arroganza del linguaggio e la certezza che l’altro non serve, per cui bisogna eliminarlo, bisogna colpirlo nelle parti più vere della sua identità. La tortura sulle donne, la tortura ideologica su tutto l’essere umano. Sistemi dittatoriali. Torture nate nell’ambito delle religioni: questi pregiudizi e questi sospetti che si sono dati lungo la storia. I pregiudizi nascono sempre da quello che già sappiamo, non nascono mai da quello che non sappiamo.

Foto..

Ci sono torture che l’essere umano provoca nella storia per potersi difendere o per poter attirare tutta l’attenzione su di sé. Dall’esperienza del popolo dove vivo io, ci sono state per secoli torture sulla natura. Tutto il dominio su questi Paesi delle grandi catene multinazionali, sulle nostre risorse naturali sono state torture che si sono prolungate. Le torture sono state anche sul popolo, ma prima sulla natura: comprare la natura per poter poi comprare le ideologie, le speranze, i sogni dei popoli. A parte di ciò che conosciamo di questo mondo così egocentrico, dobbiamo intuire che questa storia continua a sognare con altri progetti di vita e vuole terminare con questi linguaggi arroganti sulle cose, sulle persone e soprattutto con questo togliere la parola. Tutte le torture tolgono la parola. Tutte. Chi resiste alla tortura non vuole fare nomi. Fai di tutto per colpire la sua memoria, come se questa persona restasse sola, invece era profondamente solidale con altra gente. Se avete letto le ultime cronache delle torture in Argentina (sono usciti vari libri, anche tradotti in italiano). Mi colpisce sempre pensare questo che chi tortura toglie la parola e allora l’unica realtà che parla è il corpo, è la posizione di questo corpo.

Foto. Questa è una posizione.

In questa storia noi dobbiamo cominciare a ripensare il nostro futuro guardando le posizioni del nostro corpo, di quello degli altri. Se ci sono posizioni comode o non tanto comode,che possono essere raccontate quando uno si sveglia o se saranno posizioni che ci mandano avanti silenziosamente.

Io credo che c’è ancora un modo nella storia per ricrearci.

Canzone. Non tutto è perduto. Io vengo a offrire il mio cuore. Intendendo per cuore la possibilità di una vita differente.

Il messaggio principale è quello di offrire qualcosa a questa vita. I vari pezzi, con il loro linguaggio differente, con la loro sensibilità differente, sono estremamente importanti. Dobbiamo imparare a metterli insieme nella storia. Io credo che è ancora possibile. Quando guardiamo la drammaticità della storia dobbiamo ammettere che bisogna reinventarla, bisogna ritrovare tutti questi criteri che non possono uscire solo da noi. L’aspetto positivo della postmodernità che tanto critichiamo (e che io non riesco a criticare totalmente,forse per superficialità o non riesco a vederla in tutte le sue componenti) è questo:tutto questo movimento storico della sopravvivenza ha dei linguaggi che suggeriscono delle soluzioni.

Il primo aspetto che dobbiamo imparare a considerare è che dobbiamo imparare a vivere insieme. Questo è l’unico aspetto importante oggi. Aspetti importanti non sono più l’etica della perfezione, l’etica dell’appartenenza a determinati gruppi, ma è importante imparare a vivere insieme a riprendere queste posizioni degne nella nostra storia, con la storia degli altri, uomini e donne, in questa realtà. Per far questo, l’avvicinamento al mistero evoca tutto questo. C’è sempre più sintonia tra il pensare Dio e il pensare la storia. Credo che chi pensa che pensare Dio è solo pensare Dio,non riesce a cavare un ragno dal buco. E’ molto pericoloso, ma soprattutto assurdo pensare a differenze: questo ha fede, questo non ha fede e così via. Io parlo dalla mia prospettiva di fede. Se c’è qualcosa che mi evoca l’alterità, la diversità, il desiderio di unirmi alla vita, che sia la vita umana, del cosmo, è proprio Dio.

E’ questa realtà di cui posso solamente balbettare alcuni nomi. Dare il nome è solamente delineare o scoprire alcune orme dentro la storia. Per cui oggi essere credenti non è contrapporsi ai non credenti. O essere non credenti contrapporsi ai credenti. Credo che questi parti storici sono belli quando ad essi si avvicinano tutte le persone che cercano, che poi cerchino Dio o come riuscire a mangiare in modo degno o cerchino un principio attivo o un pianeta o una parte di un pianeta che può diventare significativo per la vita umana, tutte questo cose sono preziosissime. Quello che invece non serve, e che creano sempre di più queste contrapposizioni, sono le appartenenze troppo certe. Dobbiamo difendere quello che ci ha fatto nascere….Ma quello che ci ha fatto nascere, già ci ha fatto nascere. Adesso dobbiamo “rinascere”. E per rinascere abbiamo bisogno di tutte le particelle storiche, non storiche della natura e del cosmo. Per cui continuo a pensare che questo è profondamente positivo nella nostra storia e bisogna operare. La fede diventa anche questo sogno politico di una realtà differente. Passare ore per capire che cosa vuol dire un altro, come si esprime o i gesti di un altro, credo che è passare delle ore intorno alla sapienza, e quindi intono al mistero.

Adesso condividiamo un po’ di discussione tra di noi.

Piacentini.

In questo nuovo modo di intendere il linguaggio, come possiamo utilizzare il linguaggio delle Scritture? Anche qui ci può essere un modo nuovo di assimilare queste Scritture che scendono su di noi come una pioggia leggera e continuano a fecondare la nostra vita.

Claudio.

Sento che fare una ricerca personale di nuovi linguaggi ed esplorare nuove strade è più facile a livello personale che a livello di gruppo o di comunità. La comunità si dà certe regole che però rappresentano anche un ostacolo.

Cesare.

Io non ho domande, ho solo proposte. (risate) Volevo solo dire che sto vivendo l’esperienza della meditazione silenziosa. Le parole hanno creato solo problemi. Cerchiamo un’altra strada, quella del silenzio. Non è molto che sto cercando di vivere questa esperienza. Ma intravedo in qualche momento, mi sembra che la mia testa (abbandono le parole, abbandono i concetti) sia più libera.

Marco

A proposito di quel giudizio ottimistico che hai dato sulla postmodernità, portatrice di movimenti che favoriscono nuovi linguaggi. Questa impressione è giusta se pensiamo alla realtà latino americana, ma nella società attuale mi sembra che non ci sia il silenzio, né si vada verso il silenzio come forma di linguaggio, ma un’ulteriore perdita della comunicazione. Ci sono studi sull’afasia, sulla perdita di comunicazione nella teologia italiana, ma vediamo che la maggior parte dei ragazzi e delle persone non riescono ad andare altre quello che si chiama l’analfabetismo emotivo, o gli sms predeterminati, l’e mail standardizzato, ecc. Ci vorrà molto tempo prima di arrivare ad un recupero della luce della parola. Ho curato di recente gli scritti di un vecchio parroco di campagna che diceva: la parola dei contadini una volta era luce. Brillava perché era particolarmente espressiva.

ANTONIETTA

  1. Come utilizzare il linguaggio delle scritture. Io non so se lo dobbiamo utilizzare o se lo dobbiamo lasciare parlare come tutti i linguaggi. Sono sicura, anche se molti non pensano così nell’ambito teologico e religioso, che non è l’unico linguaggio. Per riconoscere come tale questo linguaggio ho dovuto utilizzare tutti gli strumenti umani, perché le Scritture parlano con le lingue degli esseri umani, con i loro simboli. Certo per noi di tradizione giudeo cristiana si concretizzano in una sintesi scritta. L’unica cosa che evocano le scritture è imparare a leggere e scrivere e ascoltare. Leggere la storia, gli avvenimenti come hanno fatto per comporre queste scritture. Scrivere, per prendere un’iniziativa sulla storia, per non vivere questa storia passivamente e ascoltare perché questa storia continua sempre quando qualcuno “rinasce” e dice qualcosa. Le scritture evocano anche questi atti comunitari di dialogo. Poi purtroppo per noi, anche in ambito cattolico, le scritture sono diventare definitive, chiuse. Addirittura sono tanto chiuse che le possono interpretare solo alcune persone e queste persone le devono interpretare sempre con alcuni criteri. Si tratta di restituire alle Scritture la loro umanità.
  2. Esplorazione. Quando una persona comincia ad esplorare nuovi territori, nuovi soggetti, nuovi incontri, già è un fatto comunitario. Nel momento in cui ricerco, già formo una comunità. Quello che tu dici è il fondamentalismo del gruppo umano o queste forme di “appartenenza” per cui non possiamo mettere un piede fuori; bisogna avere tutti gli stessi criteri, ma questo non è di per sé la comunità. Noi abbiamo un’idea di comunità e di comunione a priori. La comunità sono soggetti insieme ed è più simili a un concetto di diritto giuridico che ad un calore di storia umana con le fatiche i dolori di parto per imparare a vivere insieme. Tutte le volte che una persona si mette in ricerca o in ascolto fa sempre un atto comunitario e forma comunità, superando questa dicotomia che abbiamo sempre se farlo da soli, se farlo insieme. Quando una persona pensa qualcosa già l’ha pensato con degli altri. L’ha pensato perché ha avuto stimoli da altre perone o da altri contesti.
  3. meditazione silenziosa. Dicevi che tu senti più libero. Sarebbe bello sapere quello che dicono gli altri intorno a te. Se si sentono più liberi per il tuo silenzio. E’ bello chiederci se anche gli altri dicono la stessa cosa, se loro si sentono più liberi.
  4. la postmodernità. Io non voglio pensare che è solo latino americana. C’è certamente l’aspetto di tutta questa freschezza, anche di ricerca, utopica, con cambi politici. Nell’epoca postmoderna c’è un problema: la tecnologia ha manipolato il linguaggio. Gli esempi che tu fai sono manipolazioni, per affrettare le cose, per farti credere che sei informato, che sei capace di comunicare in un certo modo. Io sono ancora convinta che il linguaggio tornerà a trasformare la tecnologia e sarà nelle stesse generazioni giovani. Sono certa che le inquietudini umane passano per vari labirinti e cammini, ma hanno sempre voglia di rinascere. Quando dico che la postmodernità ha qualcosa di positivo mi riferisco all’intuizione di voler essere liberi, che probabilmente le istituzioni sia politiche che religiose non capiscono o non vogliono capire. La libertà non è un gioco. Io sono un po’ triste su questi flussi migratori, cercare spazio. Io credo che il nuovo sarà il nuovo volto dell’umanità, con dei processi, anche con dei dolori di parto notevoli. Quello che mi crea fatica, penso all’ambito cattolico, è questa superficialità creata da pregiudizi (noi buoni, gli altri cattivi, noi con le soluzioni ai problemi, gli altri senza soluzioni) che rende la società inerme, molto piatta. Ci accontentiamo di discutere tra noi: quelli buoni sono quelli che dicono: vengano tutti, non c’è nessun problema; quelli cattivi sono quelli che dicono, no! no! Facciamo delle leggi, ecc. Questi atteggiamenti sono anche colpa nostra, colpa di queste sapienze che abbiamo lasciato in mano a persone che hanno fatto un mercato delle ideologie, che si sono arricchite su queste benedette ideologie, cristiane o atee o filosofiche. Bisogna ripensare seriamente. Non basta dare solo delle opinioni. Sono parti storici che ci devono impegnare dando la vita. Non possiamo accontentarci solo di essere buoni o cattivi. Tutti ci rendiamo conto che la dignità non è solo assicurare la sopravvivenza, la dignità è un parto lungo. Penso alla lettera agli Efesini, che non consideriamo un testo politico, anche se io credo che lo sia: “voi non siete più stranieri, né ospiti, ma cittadini”. Quando uno riconosce nell’altro un cittadino è perché ne riconosce la facoltà di dire qualcosa, di fare delle proposte, di dire no alle proposte che tu gli fai. Noi invece discutiamo solo come farli sopravvivere il giorno dopo, e non pensiamo che la storia cambierà se incominciamo a pensare come a poter vivere da cittadini in tutto il mondo. Io non sono boliviana. Ma perché ho dei diritti da cittadina in un Paese così diverso? Noi invece neghiamo la possibilità agli altri di essere cittadini. Certamente per essere cittadini ci sono delle condizioni, ma da ambo le parti. Dovremmo aiutarci a riscoprire queste condizioni e non solo a rimanere su posizioni superficiali che non servono e che procurano gli stessi errori che ha fatto la chiesa nell’ambito della missione. La carità che fanno la chiesa e lo stato. Noi sappiamo come nei Paese in via di sviluppo quanti drammi ha creato la carità, quanti secoli di esclusione. Anche nel Paese dove vivo io sono arrabbiati con certe strutture o mentalità ecclesiali. Quanti drammi, quanti silenzi, quante parole tolte, quante torture, hanno creato le missioni in queli ambito anche se poi il papa nel discorso di apertura ad Aparecida ha detto che no, proprio no. Non è successo niente, l’evangelizzazione era proprio bella. [1] Lui non so dove viveva. Non viveva perché è vecchietto, ma non tanto. Ma come? Dobbiamo aiutarci ad essere più seri, più responsabili eticamente, e non come queste persone che subito si accomodano a destra o sinistra o nel centro. Basta, basta davvero. Queste cose non servono nella storia e subito si impara da questi popoli meno teorici o intellettuali a non accomodarsi nei pregiudizi posizionali che abbiamo. Non esiste una posizione vera. Bisogna ricrearla dentro la storia. Questa è la positività della post modernità. Probabilmente questo terreno così scivoloso ci sbatte in faccia che dobbiamo continuare a camminare in un altro modo. Quello che avevamo raggiunto ad esempio negli anni 80 adesso si rimette in discussione Lo stesso modello di democrazia, io credo che oggi è in discussione. In un mondo così plurale e così globale già non basta la democrazia rappresentativa. E’ davvero un linguaggio insufficiente, perché siamo in un mondo che sempre più sottolinea la necessità del genere, delle identità o della soggettività reale delle persone (giovani, bambini…). Tutti reclamiamo questa partecipazione partendo dalle nostre identità. Poi si dice: un mondo individualista, perché ciascuno reclama il suo. Certo c’è anche una parte di storia individualista però intuizione originale mi sembra forte ed eloquente, un humus propizio per poter ripensare. Dobbiamo mettere in discussione i modelli. Anche i grandi ideali, le grandi certezze che ci hanno garantito di arrivare fino ad oggi (la coscienza democratica ha salvato l’Italia varie volte), adesso mettiamoli in discussione.

Domanda.

Come si può affermare che Cristo è via, verità e vita, senza fare di questa affermazione un linguaggio arrogante che pone divisioni.

Giovanna

Per riscoprire i nuovi linguaggi bisogna rischiare l’errore. Va riscoperto il valore dell’errore. Una tappa per poter proseguire.

Domanda

Vorrei che dicessi qualcosa su ciò che pensi della contemplazione. Ho usato questo termine in chiave positiva (uno spettacolo della natura, etc.). Credo che bisogna saper contemplare anche il negativo, ad esempio la tortura. Non vederli solo con toni di disgusto, dello sdegno, ma saperli vedere in un’ottica religiosa, ma in senso ampio.

Shahrzad

Ringrazio Antonietta che ha oltrepassato il linguaggio interculturale, interreligioso. Veramente un livello altissimo.

Quando parlavi di questa attesa mi sono ricordata un passo della teologia islamica che dice. Aspettare è l’atto più grande della preghiera. E poi anche quando dicevi: non dire tutto, mi sono ricordata della nostra tradizione che dice i nomi di Dio sono 99, ma c’è sempre un nome da scoprire. Mi ritrovo con te in questa visione così positiva nel credere all’essere umano, nella vita che è Dio stesso.

Antonietta

Propongo di ripensare non solo nello specifico della via, della verità, della vita, ma a quando si dice, sempre in questa logica, che Cristo è l’unico salvatore



[1] Il 13 maggio 2007 aprendo ad Aparecida i lavori della V conferenza generale dell’episcopato latino-americano e dei carabi, Benedetto XVI da detto “in effetti, l'annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né fu un'imposizione di una cultura straniera”.

18/ Tra rivoluzione e rivelazione - Mosaico di Pace 12/06

Tra rivoluzione e rivelazione
di Antonietta Potente

Quando nel 1990 Octavio Paz, scrittore e poeta messicano, ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, pronunciò un discorso sulla posmodernità: un gioco tra i tenui colori della realtà storica, tra rivoluzione e rivelazione, tra presente e presenza. A differenza delle altre rivoluzioni del XX secolo, la rivoluzione messicana non fu tanto espressione di una ideologia più o meno utopica come esplosione di una realtà storica oppressa... ma piuttosto un vero scossone che mise in luce ciò che restava nascosto. Per questo non fu una rivoluzione, ma una rivelazione...

Rivelazione, un termine molto caro nell'universo simbolico delle religioni. Una parola che ispira un atteggiamento, una ricerca, un modo di stare e di essere vigilanti, nella realtà, nella storia e in mezzo ai suoi più sottili movimenti. Ma anche una parola che ci potrebbe rimpicciolire gli orizzonti, distrarre gli sguardi e rendere silenziosa la realtà e la storia, soprattutto quando essa è soggetto di un parto difficile, scena di intensi chiaroscuri: poche risposte, poche certezze, molte domande che ci vengono dalla vita e dai suoi aneliti etici più profondi.

Il presente, la presenza Terminando il suo discorso, Octavio Paz aggiunse: quindi le porte della percezione si schiudono e appare un altro tempo, quello vero, quello che cercavamo senza saperlo: il presente, la presenza... Ancora una volta parole molto care al mondo religioso: presente... presenza... Termini misticopolitici della vita. Ma invece, proprio le religioni, in questo momento storico, sembrano sentirsi scomode nel mezzo di questo terreno insicuro della realtà. Forse dobbiamo ancora tradurre, come se le nostre ermeneutiche, facessero di queste parole, parole veramente a rischio. Religione: sistematizzazione della religiosità che soggiace nella stessa vita; mescolanza di sensibilità individuale e avvenimenti storici e collettivi; qualcosa di anarchico, confuso, ma vivo, presente, sincretista... al quale le religioni cercano di dare un nome e un codice, ordinando e sistematizzando tutto. In alcuni contesti, religioni più o meno assunte o accettate, ritradotte, interpretate, quasi all'insaputa di tutti, hanno continuato a tessere con i loro propri ritmi, la religiosità della vita e suoi rispettivi sogni. Così che oggi, tra rivoluzioni e rivelazioni, tra presente e presenza... la realtà non è semplicemente terra che contiene "Il seme del Verbo", ma piuttosto i "frutti", tra rivoluzioni e rivelazioni. Ma dobbiamo anche dire che, come lo stesso termine indica, ogni rivelazione non è così chiara e non dà nessuna certezza, ma è solamente l'assaggio di una visione che resta sempre insufficiente e per questo bisogna continuare a cercare, soprattutto ciò di cui bisogna prendersi cura.

Complici

Questo prenderci cura ha un nome, si chiama giustizia, complicità con la storia di altri, creatività perché la storia cambi, giorno dopo giorno, con fedeltà. Ma questi gesti, questo prendersi cura, non è proprietà delle religioni, perché è propria della vita, tutte le volte che la riscopriamo, recuperandola dal di dentro, uscendo dalle nostre egocentriche mentalità e affettività, oltre che dalle politiche ed economie. Dovremmo aiutarci di più, e le religioni ne avrebbero tutte le premesse, per riconoscere la vita e la diversità: compiacenza, direbbe il Vangelo, per i gesti di altri che scacciano i demoni pur non essendo dei nostri, come racconta Marco. Ancora una volta la Parola ci chiede di avvicinarci e riconoscere il presente. Cercare con altri e altre, ricreare delle nuove relazioni, con la vita, con le cose, con la biodiversità del mondo. Certamente più simile a una rivoluzione che a un semplice mantenere le cose come stanno: saggio etico, nuove scelte, nuovo modo di stare nella storia, nuove strutture, nuovi gesti, anche se la novità, accompagnata dalla sapienza, si muove tra ciò che è ancestrale, inteso come fedeltà a ogni atto creativo, e la novità: il presente... la presenza.
Per le religioni, dunque, non è più sufficiente quella rivelazione degli antichi dei con miti creazionisti ed escatologici. Ciò che oggi aiuta le religioni è il riconoscimento del presente con i suoi soggetti più reali, nella quotidianità della vita. Il presente, la presenza irrompono come un imperativo etico. Nessuna religione vivrà solo conservando, se non si prenderà cura della vita nella sua più essenziale ed esistenziale verità: gesti e simboli quotidiani. La rivelazione quindi, torna ad essere una compagna di viaggio nel cammino profondo di donne e uomini contemporanei, non come "deposito" custodito, ma come un progressivo parto storico. Storia che si sta facendo, storia che si sta ricreando tra infiniti tentativi che dovremmo ascoltare, riconoscere e aiutare, come se - proprio perché siamo credenti - fossimo delle nuove levatrici di Egitto (Es 1; 2).

Obbedire alla vita

Forse è questo che costa di più alle religioni: accettare che i soggetti storici contemporanei, prendano delle nuove iniziative per ricreare la vita, la politica, l'economia. Una vera ispirazione; delle vere nascite... come direbbe Pablo Neruda. Oggi ciò che muove la storia non sono semplici ideologie, né utopie storiche o religiose, ma piuttosto la vita... Ritornare a obbedire alla vita, ma la vita è esigente, la vita geme e soffre. Sintonizzati con essa e con i suoi tentativi, anche quando non sono così limpidi come vorremmo, perché sono pur sempre aneliti di vita, necessari per trovare equilibri differenti e nuovi spazi. In questo senso, le società non vivono una crisi religiosa, ma piuttosto le religioni sono in crisi di fronte a una esistenza religiosa che non trova spazio dentro i parametri ufficiali delle religioni. Queste ultime sono diventate troppo strette, soprattutto quando non lasciano spazio a domande semplici ma esistenziali che potremmo ritradurre con: dignità, vestito, casa, lavoro, terra, acqua, parola e scrittura, idee... Le religioni e le loro teologie appaiono troppo piccole per gli aneliti umani contemporanei, visto che oltretutto ci entrano anche quelli del cosmo.
Son troppo stretti i loro contenuti dottrinali, ragione pura o pura ragione, proposte etiche taccagne, proposte politiche ancora ambigue e traumatizzate dagli antichi fantasmi della storia e della eterna lotta tra Stato e religione: rivoluzione francese, rivoluzione industriale. Quasi degli incubi nei sogni notturni delle nostre religioni: sta- to laico, comunismo, rivoluzione cubana, come se la storia conoscesse solo un unico movimento di eterno ritorno, mentre la creatività della vita, con audacia, si ricrea costantemente perché ciò che vuole assicurarsi è la dignità di vivere e vivere per sempre.
Oggi quindi la sfida alle religioni non è più quella dottrinale della Verità (l'Ortodossia) ma quella esistenziale e mistica della ricerca di ciò che di Dio non sappiamo ancora, perché purtroppo non conosciamo ancora la vita nei suoi più profondi movimenti, i suoi parti e le sue possibilità. Ciò non significa abbandonare ciò che già sappiamo, ma piuttosto cercare ancora, aggiungere colori, simboli, criteri ermeneutici, lineamenti... ricordarci che in ogni rivoluzione esiste una rivelazione, non un nuovo dato per restare sicuri, quanto piuttosto una nuova impronta per continuare il cammino e accompagnarci nei nostri parti storici più quotidiani, esistenziali e politici.

17/ Parole senza storia - Mosaico di Pace 11/06

Parole senza storia
di Antonietta Potente

Sento una grande tristezza perché la Parola è silenziosa. Forse deve essere così per non essere confusa con le parole ufficiali piene di nostalgie di gloria e di trionfalismi perduti. Mentre la vita scivola da sola sotto i nostri occhi, le religioni parlano tra di loro ma parlano dei propri poteri, delle proprie glorie, ciascuna cercando di accusare l'altra dei suoi errori o orrori, e forse non basterà la storia per poter raccontare tutto. Nel frattempo la vita scorre, silenziosamente, o forse con i suoi sintomatici rumori; scorre per conto suo. Ci sono mondi che si mantengono volutamente lontani, culture che si tengono volutamente separate. Ci sono criteri ermeneutici che - usati in un modo o in un altro - si usano, per mantenere le distanze... E la gente - i credenti, donne e uomini comuni - assiste alle diatribe socio-religiose gestite dai propri rappresentanti.

I rappresentanti dei sogni

Mi domando se davvero ci sentiamo rappresentati, mi domando se si sentono rappresentati i nostri desideri, i nostri sogni, le nostre paure, le nostre audaci ricerche... Perché non diciamo ai nostri rappresentanti che quando fanno le loro esegesi sulla realtà non scendono dalle cattedre e domandano i pareri delle persone semplici? Perché la nostra Chiesa usa sempre i criteri ermeneutici di sempre, il razionalismo più spietato anche quando si riveste di fede? Perché noi non riusciamo a pensare e a parlare in modo alternativo? La storia affonderà nelle sue stesse polemiche nelle sue false ed ermeneutiche parole. Ci uccideremo discutendo, per la nostra piccola razionalità borghese e di classe. Intanto la Sapienza grida nelle piazze o geme nei parti delle donne e della natura, parti che costituiscono delle sfide alle minacce del neoliberalismo e del nuovo colonialismo ideologico delle grandi religioni, per lo meno quelle che sempre si affrontarono per proteggere il loro proselitismo esoterico. Perché noi restiamo in silenzio? Perché non esprimiamo il nostro dolore per le nostre deboli esegesi storiche? Ma soprattutto perché non domandare a nuovi interpreti ciò che pensano della vita e di Dio? Forse perché seguiamo antiche tradizioni dove non contavamo mai le donne e i bambini... con tutto ciò che queste due categorie rappresentano. Perché quando si parla nei fori dei grandi dibattiti intellettuali e universitari non si cercano altri sogni? Perché non si osa dire la vera follia della Parola, quella parola che non conosce ancora una storia, perché non si è ancora detta, quella parola che non si trasforma in rischio solo per difendere la propria supposta ragione, ma piuttosto una parola che raccoglie i sogni più comuni, quelli delle notti piene di nostalgia, di donne che non vogliono più restare da sole perché il loro uomo è stato reclutato per una nuova guerra etnica o religiosa. Perché non si ascoltano i sogni dei bambini, che vorrebbero giocare tranquillamente nei cortili delle loro case o per le piazze, i sogni dei nuovi deportati del liberalismo postmoderno; i sogni di chi vorrebbe avere la garanzia di poter vivere per lo meno fino al giorno dopo. Perché non si chiede alla natura, alle piante, agli animali, alla terra, all'aria, tutti i danni che abbiamo fatto una e più volte, per l'assurdo gioco dell'egocentrismo umano e culturale.Perché i nostri capi religiosi, prima di parlare, non chiedono aiuto a quelle persone che tutti i giorni cercano la strategia più utile per salvare la propria vita; perché non domandano a loro qual è il gioco sottile tra l'intelligenza e la fede.

I segni dei tempi

Perché alle religioni non interessano queste storie? Perché scrutiamo i segni di altri tempi, per parlare alla società postmoderna? Perché, invece, non scrutare tra le nubi, gli spruzzi stellari delle costellazioni? L'antico adagio del Concilio Vaticano II sembra essere totalmente dimenticato: i segni dei tempi... e l'inquietudine e la voglia di cercarli, qui, ora, in questa storia e non in un'altra. Perché non pensiamo che è possibile un altro modo di stare insieme, cercando la sapienza di chi non vuole competere con nessuno, né con i suoi simili né con Dio. Ancora una volta la nonviolenza non viene dalla ragione occidentale e dalla sicurezza della nostra fede, che pensa di sapere tutto e averlo indovinato lungo i secoli. La nonviolenza, la pace, l'equilibrio delle energie vitali della biodiversità cosmica, l'equilibrio delle cose che tornano a circolare e che rompono il monotono codice strutturale della torre di Babele: ancora una volta tutto ciò verrà da soggetti alternativi. Se continueremo così ci seppelliremo da soli, nella nostra arrogante razionalità e in una fede che a volte assomiglia più a un freddo trattato di calcolo che a un brivido che attraversa la pelle di chi ascolta il mistero...

Mi vergogno

Incanto che ci sospinge solo per poter vedere... senza possedere niente. Tutto ciò mi ispira un gesto: sprofondare il mio viso nella terra; prostrarmi in silenzio, coprirmi di polvere non per la paura che succeda qualcosa, ma solo per la vergogna, per tutto ciò che non abbiamo ancora ascoltato; se non l'abbiamo ancora ascoltato, significa che non lo possiamo ancora dire e che nessuno lo potrà dire fino a quando non lo ascolteremo o lo percepiremo come una visitazione improvvisa che verrà da altri, da quelle donne e bambini che non hanno mai contato. Mi affascina pensare che in Bolivia, la terra in cui vivo, esistano etnie che sanno solo contare fino a tre o sei e che non enumerano i mesi, così come si fa in altre parti del mondo. Mi affascina e crea in me una nostalgia grande, mi fa pensare che tutta la razionalità e la forza di una certa cultura occidentale, un giorno, verrà ridotta al silenzio: non dalla rabbia o dalla paura, ma dallo stupore per la semplicità. Vengano gli uomini a parlarci dell'innamoramento e del corteggiamento nella vita e nella fede. Vengano le donne e i bambini, anche se non contano, come dice anche il Vangelo, nelle culture ufficiali... Vengano e ci facciano credere in un'altra storia che non vuole essere uguale né a questa né a quella degli imperatori del 1300 o a quella degli illustri illuminati dei secoli posteriori, perché tutte queste storie, e non solo i loro dei e i loro universi religiosi, sono state storie arroganti e violente. Alle donne e ai bambini queste cose non interessano, anche perché, noi donne lo sappiamo da sole di contare, in quanto siamo quasi sempre le uniche a sapere se i bambini hanno mangiato o meno, se hanno fatto i compiti o meno, a che ora devono andare a dormire... Siamo le uniche a custodire i loro sogni...

16/ Silenzio e indignazione - Mosaico di Pace 10/06

Silenzio e indignazione
di Antonietta Potente

Mister Tamburino, non ho voglia di scherzare,
rimettiamoci la maglia,
i tempi stanno per cambiare.
Siamo figli delle stelle
e pronipoti di sua maestà il denaro.
Per fortuna il mio razzismo
non mi fa guardare quei programmi demenziali
con tribune elettorali.
E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti
siete come sabbie mobili tirate giù...
C'è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma
e sintomatico mistero.
Come è difficile restare padre
quando i figli crescono
e le mamme imbiancano...
Quante squallide figure
che attraversano il paese,
come è misera la vita
negli abusi di potere.
Sul ponte sventola bandiera bianca...
A Beethoven e Sinatra
preferisco l'insalata
a Vivaldi l'uva passa
che mi da più calorie.
Come è difficile
restare calmi e indifferenti
mentre tutti intorno fanno rumore.
In questa epoca di pazzi
ci mancavano gli idioti dell'orrore.
Ho sentito degli spari in una via del centro
quante stupide galline
che si azzuffano per niente.
Minima immoralia
...e sommersi soprattutto da immondizie musicali.
Sul ponte sventola bandiera bianca...
Minima immoralia...
(Franco Battiato)

È vero, non abbiamo più voglia di scherzare. Davvero la nostra storia è troppo importante, come è importante la vita quando sappiamo quanto costa vivere, e quando avvertiamo come questa nostra stessa vita si muove nelle vene, con forza ma anche con tutta la sua vulnerabilità e delicatezza profonda. Sappiamo che questa storia è ambigua, piena di contraddizioni. Sappiamo che ci muoviamo tra sogni ancestrali - per essere figli delle stelle - per scoprire che discendiamo da princìpi vitali e olistici di antichi misteri; ma nello stesso tempo ci piace consumare ciò che la nostra epoca produce senza chiedere il permesso a nessuno - per essere pronipoti di sua maestá il denaro...

Il nostro tempo

Questa canzone piena di simboli, soprattutto per noi "occidentali" e italiani - simboli che evocano molte cose - è come una retorica della nostra vita postmoderna. Gioco contraddittorio di forze e stili di vita. Consumo e austerità, ricerca di equilibri esistenziali e trasgressioni. Silenziosi orgogli e capillari rivendicazioni. Toni malinconici e rabbie piene di nostalgia... Ma questo è il nostro tempo, questa è la nostra vita, la nostra storia; in questo contesto si percepisce l'urgenza di nuovi criteri di lettura, nuove ermeneutiche, ma anche di nuovi sguardi "compassivi", di nuove ispirazioni tra la folla, per consolare e per moltiplicare il pane, il mosto, il vino e l'olio... Urgenza di autenticità e creatività; critica non solo alla pura ratio, ma anche alla sola dottrina; critica a una fede bisognosa di un Dio che faccia tutto. Storia annoiata dalle nostre moraleggianti critiche e dalle nostre analisi storiche e teologiche, così sicure di sé e capaci - ancora una volta - di dividere il mondo e la vita stessa in due, superando la pazienza di un mistero che cresce tra erba buona, zizzania e dolori di parto.

Da questa storia si innalzano gemiti inesprimibili, custoditi nella vita che scorre e scorre rapidamente, soprattutto nelle vene di coloro che la vita se la giocano nella quotidianità e che tornano a leggere i trattati di storia e di teologia, solo per scoprire ciò che non hanno mai saputo e potrebbero ancora sapere su questo inedito mistero.

Il pianto soffocatoChe tristezza, che pena! Ancora una volta, come il profeta dell'Apocalisse, ci domandiamo: chi aprirà il libro? Chi potrà leggere ciò che nessuno ha saputo ancora scrivere? Chi saprà ascoltare? Chi potrà osare ancora un sogno, lontano da tutto ciò che già si è detto sulla storia, sulle religioni e su Dio... Non piangere più... continua il testo dell'Apocalisse...

Credo a ciò che dice il libro, ma chi mi può assicurare che non piangerò mentre l'epidermide umana dei popoli soffre per la guerra e per le religioni? Chi mi assicura che posso non piangere, se poi siamo sommersi da ogni lato, da chiuse e stantie ermeneutiche sulla vita, sulla storia e sugli dei? Sì, forse è proprio vero, dovremmo parlare degli dèi perché nessuno offenda o si senta profondamente giudicato, ma anche perché nessuno - né un rappresentante religioso, né un semplice e comune credente - possa pensare che il suo Dio è quello giusto. Critichiamo il relativismo morale e religioso, ma forse è questo il grido di una postmodernità privata delle sue nostalgie più grandi, sì perché queste nostalgie vengono comprate dal mercato, dal mito del consumo per essere qualcuno, ma anche dalle stesse dottrine religiose sempre più impositive e statiche. Così il mondo segue il suo proprio corso, ricerca altri modelli e crea altri miti per salvarsi, mentre noi parliamo ai mondi intellettuali, dalle solenni cattedre universitarie; parliamo a poche persone perché ormai sono sempre meno quelle che ci obbediscono.

Ma perché citiamo sempre le stesse cose? Perché il nostro desiderio si è fossilizzato intorno a ciò che già si sa, perché... continuiamo a usare gli stessi criteri di sempre?

Uno strano malinteso

Mi metto a scrivere e ci provo, una e più volte; sento in me una grande tristezza, sento il bombardamento delle interpretazioni ufficiali intorno a un malinteso che prende la forma dei più antichi casi diplomatici che molte volte si sono dati nella storia e che sempre hanno generato guerre o sottili violenze etniche, sociali, culturali e religiose. Che triste, sembra che solo i mezzi di comunicazione ufficiali, i giornali, le radio e i canali televisivi, possano dire qualcosa e dissolvere i drammi e le crisi profonde delle religioni, in semplici notizie: ...il Papa Benedetto XVI in un discorso nell'università.... E i drammi, divenuti notizie, sono una scusa in più, per l'Occidente sempre meno cristiano ma sempre più arrogante, per vedere e criticare le immagini piene di rabbia dei popoli di cui questo stesso Occidente - da sempre - ha avuto paura, così come avevano paura i suoi imperatori, anche se letterati o "santi"... Una occasione in più perché tutti possano esaltare le loro tradizioni democratiche e cattoliche. Che pena, che tristezza, mentre la Parola tace, per rispetto o forse per paura, o forse perché già, tutta la diplomazia si è ritrattata.
Restano i commentari quotidiani, quasi segreti; la sottile indignazione etica, mentre sono in molti quelli che pensano che, ancora una volta, abbiamo ragione e che la storia ce la darà, perché noi siamo il modello del rispetto e della libertà, oltre che dei diritti... e quindi della pace.
Ma perché succedono questi malintesi nei nostri mondi socio-religiosi e politici postmoderni? Perché dobbiamo correre ai ripari e scusarci o sentirci eroi e vittime?
Le nostre sapienze e le nostre storie quotidiane sono così frammentate, così lontane dalla vita... Siamo maestri e maestre in eloquenti discorsi culturali e religiosi, eruditi nelle nostre disquisizioni cattedratiche, ma così lontani tra noi! I sistemi religiosi sono sempre più sistemi e sempre meno sensibilità esistenziali, compassioni. Possiamo sederci come i contemporanei di Gesù per fare disquisizioni, per vedere se qualcuno trasgredisce la legge religiosa a noi più cara. Possiamo discutere per giorni interi, per anni, possiamo citare personaggi illustri o meno illustri... forse perché già le nostre viscere non sanno ciò che significa essere curvi per tutta la vita o vivere pubblicamente l'emarginazione? I nostri sistemi religiosi stanno difendendo fantasmi, anche quando sembra che i fantasmi come non mai, stiano ritornando, ciclicamente, chiamati dalla nostra sete di avere ancora una volta la ragione e di tenere ancora una volta la verità dalla nostra parte.

15/ Il peso specifico delle parole - Mosaico di Pace 9/06

Il peso specifico delle parole
di Antonietta Potente


Nell'intuizione di alcuni versi poetici, che nacquero nel sogno mistico-politico centroamericano un po' di anni fa, cantava il sogno. Così scrisse, una e più volte, il poeta e monaco Ernesto Cardenal:

Fin dal principio ci fu un'unione.
Anche se al protone e neutrone,
un protone li separò per sempre.
"Non conviene che l'uomo stia solo"
per cui non è umano un uomo solo.
L'umano come comunità: [...]
Un giorno nel Pacifico, di fronte alle coste del Nicaragua,
pescando con Bosco pargos rojos
nel mare blu con il cielo blu,
come un mare di pittura blu.
E all'improvviso due tartarughe, agganciate,
una sopra all'altra
facendo l'amore nel mare
così come l'hanno sempre fatto
fin dal principio della loro specie
per riprodursi e produrre sempre più specie.
Lo stesso atto nel mare da milioni di anni
per amore
alla specie umana
e al suo culmine
il comunismo.
Questo atto realizzato fin dall'inizio del mondo.
E... pensai in Matteo 19,12.
C'è anche colui che non si sposa
per amore al regno dei cieli, al comunismo
come la tartaruga sola a metà del Pacifico.
Sola sotto il cielo
una sola cosa con il cielo...

Ascoltando questo poema sento tutta l'insufficienza del nostro modo di pensare e sognare la società, la vita, la politica. Un linguaggio sclerotizzato, così come sclerotizzato sembra essere anche il sogno. Certamente questi versi sparsi possono apparire ancora una volta utopici, e le parole, i termini troppo a rischio: un sogno in più da lasciare nel vento.

Oggi, parole come "comunismo" fanno parte di quella alchimia ancestrale che già non sappiamo più chi la inaugurò e come nacque e ciò che davvero significava. Per alcuni questa parola è ancora motivo di polemici scontri; riaccende gli animi e l'energia per continuare la caccia alle streghe e ai fantasmi. Per altri è solo un'eco nostalgica quasi uguale a una perduta giovinezza, mentre il poeta continua a rimettere insieme le parole e i loro veri significati, rasentando ancora una volta il rischio per lo strano desiderio di tornare a essere amante della vita.

Sogni comuni

Anch'io, come il poeta, voglio condividere alcune idee o intuizioni che nascono in me quando mi ritrovo a pensare,a contemplare i fenomeni socio-politici e culturali della nostra storia contemporanea.Il monaco e poeta Ernesto Cardenal, senza difficoltà, raccontava la passione più mistica degli esseri umani e del cosmo come passione di amore, ricerca collettiva, equilibrio di giustizia,avvicinandola a ciò che nel Vangelo si chiama Regno e nella storia alcuni rievocarono come un anelito comunitario,sogno socio-politico circolare, coltivato nel desiderio di un mondo uscito fin dall'inizio dalle sue più intime e collettive solitudini.

È partendo da questo sottile gioco di energie vitali che certamente superano l'ambiguità storica dei termini. In effetti ci potrebbe scandalizzare l'uso del termine "regno" conoscendo il significato storico dei regni... così come ad alcuni scandalizza il termine "comunismo" pensando, anche qui, alle realizzazioni storiche di questo termine. Ma io vorrei superare l'effetto che queste due parole - certamente a rischio - possono provocare in noi, per riscattare il sogno che soggiace nelle nostre vite, per osare ancora una volta il rischio non delle parole ma dei sogni che ci accompagnano giorno e notte, anche quando non diamo loro un nome o non li seguiamo.

Sogni che accomunano i pescatori del Mediterraneo e degli Oceani; gli essere umani e le tartarughe, i gabbiani, i delfini... I monaci e i noti sognatori del mondo planetario e comunitario, delle polis e dei deserti. Nello spazio storico comune si intrecciano le dimensioni della vita e del mistero che quasi sempre abbiamo mantenuto separate tra loro: mistica e politica; affetti e politiche, separando così la giustizia e la pace dagli equilibri più segreti della vita di donne e uomini amanti. Nel canto del poeta il gioco dell'amore, della biodiversità o degli esseri umani sembra ritrovare accoglienza dentro i parametri socioculturali e comunitari dei popoli. Le grandi utopie socio-politiche sembrano convertirsi e intrecciarsi con i sogni più elementari e più caldi della vita, così che il sogno del regno, il sogno comunitario di molte donne e uomini, coincide con i sogni degli amanti e dell'amore: lo stesso atto nel mare da milioni di anni...

Queste parole ci raggiungono come una brezza fresca nel mezzo dell'oceano contemporaneo delle nostra politiche postmoderne e della nostra prassi cristiana senza più rischio, senza più coraggio e così dogmatica e ripetitiva da rendere gli imperativi etici anonimi, senza volti e senza corpo.

Se analizziamo la nostra storia ufficiale, possiamo dire che i grandi temi socio-politici delle nostre società postmoderne si giocano dentro ambiti fatti di grandi idee e concetti che forse, a volte, non sono nemmeno tanto grandi, togliendo spazio a ciò che è il diritto dell'umano più umano, affettivo e mistico. Politica e religione restano lontane dalla vita e dai suoi più sottili movimenti quotidiani, così che politica e religione parlano da sole, avvolte nei loro grandi e sacri dogmi che con difficoltà rispondono ai sogni dei pescatori dei Mediterranei e degli Oceani, o a quelli delle tartarughe marine, o a quelli ancora più esistenziali e drammatici che navigano con le piccole barche piene di donne, uomini e bambini profughi, non solo in cerca di una città dove abitare, ma anche di dignità e sapienza da rivelare.

Sogni e vita

Il sogno affettivo e il suo diritto a essere sogno e a essere affettivo; i gesti amanti e creativi della vita non sono poi così estranei e differenti dai desideri e dai sogni di un mondo più giusto, dei beni più condivisi per ricreare una convivenza umana e cosmica diversa. Il problema politico, il problema del regno gira intorno a questa sottile rivendicazione che si gioca tra giustizia, dignità, sentimenti, sapienze, diritti, vita e solo vita. Evidenziare i due aspetti di una stessa problematica, evidenziare la misticapolitica della vita, aspetti che si muovono dentro di noi, ciò che possiamo fare e ciò che possiamo o non possiamo essere, è il test più severo e difficile della teoria e della prassi.

Affettività e quotidiano, spazi nei quali si giocano tutte quelle dimensioni più segrete della vita, che sono anche il respiro più vero che sostiene i sogni e le utopie storiche. Fede e cosmovisioni, storia personale e collettiva, segrete appartenenze nella camminata storica della vita.

Più le problematiche politiche e sociali sono reali, più le rivendicazioni nascono dagli aneliti quotidiani della vita, più ritroviamo queste vere utopie umane e cosmiche, aneliti comunitari o comunisti come direbbe Ernesto Cardenal; l'aspetto mistico del mistero biologico-affettivo si unisce al sogno collettivo dei popoli e questo è il sogno evangelico. La storia non possiamo pensarla solo partendo da astratti ideali, perché essa si fa anche nel segreto e il segreto non è il chiuso individualismo borghese, quanto piuttosto lo spazio delle rivendicazioni più umane e vere delle persone e dei gruppi. In questo segreto consiste lo stesso atto mistico nel mare da milioni di anni, atto mistico politico come le due dimensioni che rivestono la pelle dei popoli e provocano i loro gesti di vita e di fede.

14/ Dov'è la parresia? - Mosaico di Pace 7/06

Dov'è la parresia?
di Antonietta Potente

Ritorno in Europa, precisamente in Italia, e respiro gli echi degli ultimi avvenimenti politici. Un gioco sottile di ombre e di luci. Ancora una volta un Paese salvato da una strana tradizione democratica. Ma certamente questa democrazia ha colori molto pallidi, deboli; i suoi movimenti e i suoi gesti sono confusi. Non sappiamo se ciò che la rende indecisa è il suo essere troppo attaccata a un passato, a una "tradizione", a ideologie e modelli già prestabiliti, togliendole tutta la voglia di ripensarsi e di riprovare, in altro modo, cercando nuovi protagonisti. Forse qualcuno, profondamente deluso, pensa a questa tradizione democratica come al "meno peggio" o come al "male minore". Forse qualcuno la segue, ma con un lamento nel cuore che noi potremmo identificare con il lamento degli esiliati biblici: "Non abbiamo più principi, né profeti, né capi; né olocausti, né sacrifici, né offerte, né incenso, né un luogo dove poterti offrire le primizie e ricevere la tua misericordia" (Dn 3,38). Una certa delusione: nostalgia di ispirazioni, di profeti, di spazi. Altri, invece, lanciano anatemi e risvegliano vecchi fantasmi, perché tutti si spaventino, senza rendersi conto che questi fantasmi non esistono più da tempo, e che, più che fantasmi, si tratta delle loro stesse ombre.

Cammini alternativi

I cittadini comuni continuano a essere spettatori annoiati, anche perché devono vedere sempre le stesse facce, oltre che ascoltare gli stessi toni di voce, le stesse parole e le stesse idee. Nasce allora una domanda: è ancora possibile cambiare? O forse abbiamo diviso per sempre la vita quotidiana da quella istituzionale, la fede dal sogno, l'arte politica dalla creatività poetica di donne e uomini liberi? Tutto si muove in uno strano equilibrio e questo sembra bastarci; anche se a volte malediciamo l'individualismo postmoderno, in realtà appena possiamo ci rifugiamo in questo spazio privato che ci garantisce una certa sopravvivenza. Anche la fede cerca i suoi spazi privati per non essere disturbata, o per lasciare tutto in mano ai suoi rappresentanti gerarchicamente più autorevoli e garanti della proprietà privata e dei suoi illimitati diritti. La parola a rischio ancora una volta soggiace, o forse grida nelle piazze e agli angoli delle strade, arrangiandosi come può. A questo punto ci facciamo un'altra domanda: è inevitabile, per donne e uomini credenti, pensare il mondo dividendolo in due: buoni e cattivi? Non esisteranno cammini alternativi senza portarci a scappare dal mondo?

Alla ricerca di un mondo adulto

Mi ritornano in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer: "La comunità la formano i figli della terra che non la isolano, che non hanno progetti speciali per migliorare il mondo, che non sono nemmeno migliori del mondo, ma che perseverano nel centro, nella profondità, nella monotonia e nella prostrazione del mondo". Forse Bonhoeffer, quando scrive questi pensieri, pensa a quel mondo che lui stesso chiamava e riconosceva come adulto, mentre noi in questo momento, per differenti motivi, sentiamo che coloro che ufficialmente pensano la storia politica, sociale ed economica, non rispecchiano questa maturità. Lo stesso potremmo dire degli atteggiamenti della comunità credente che rivelano il vuoto e l'assenza di un sogno, mentre lasciano che la fede appaia come un miraggio o semplicemente un "rifugio". Il modello biblico, molto eloquente, di un popolo in costante ricerca di liberazione, sembra essere rimasto paralizzato, aspettando altri tempi, oltre ad aspettare profeti e messia che lo rendano attuale. La ricerca di una città dove abitare - come canta il Salmo 107 - si è svuotata di tutto il suo contenuto più storico. Il nomadismo postmoderno, anche se molto eloquente, non riesce a risvegliarci.

Così il Salmo 107 risuona - nella maggioranza delle nostre assemblee religiose - come il sogno dicotomico che esalta la città divina, della teologia agostiniana e pensa alla "città terrena" come un inevitabile luogo di rifugiati, che hanno solo il diritto a essere assistiti, perché anche qui, come nelle loro terre, continuano a essere poveri e stranieri, mentre i cittadini ufficiali e "nativi" delle città terrene, si possono permettere di discutere ancora gli stessi temi di prima, per riequilibrare la loro precaria abbondanza economica e fare, ancora una volta, della politica un solo gioco di forza e il centro del mercato. Così che, per i credenti, ancora una volta, la separazione tra le due realtà: quella terrena e quella celeste, storia e meta-storia, sembra riconfermarsi e mantenersi immobile. Ormai siamo già abituati: i processi storico-politici quasi sempre si realizzano ai margini dell'anelito della fede e del sogno. In nome di ideologie sconfitte, o di modelli politici decaduti che identifichiamo ancora con la caduta di un muro... la fede non sembra sintonizzare molto con i sogni umani che si creano più o meno coscientemente, lungo il cammino della gente. In alcuni casi, quando le Chiese si sentono toccate o coinvolte più da vicino, la fede riappare ma semplicemente come criterio di giudizio etico, o come semplice rivendicazione di ambigui privilegi, come se solo la religione fosse l'unico spazio con il diritto e il desiderio di custodire la vita nei suoi più segreti movimenti e aneliti. Mentre l'ambito socio-politico continua a essere oggetto di sospetto, la sua vulnerabilità e i suoi limiti non attraggono i nostri sguardi e nemmeno i nostri sogni; con esso già non siamo più esigenti. Ancora una volta lo spazio e la vita si rompe tra pubblico e privato, e noi lasciamo che la fede giochi silenziosamente nelle sfere più private.

Accompagnare il sogno

Nella nostra camminata storica ci accompagnano alcune inquietudini; che lo vogliamo o no, l'eloquenza dei contesti sociali cambia. Certamente abbiamo avuto momenti storici che ci sembravano molto più significativi e illuminanti, nei quali soggetti sociali irrompevano non solo con le loro richieste sociopolitiche e culturali, ma anche con le loro creative proposte. Non ci basterebbe il tempo né lo scritto per poter narrare i germogli sociopolitici, culturali e anche religiosi di questi ultimi 50 anni, anche perché evocarli semplicemente, potrebbe significare, ancora una volta, risvegliare la malinconia e la lamentazione di qualcuno. Partendo da una prospettiva di fede ci domandiamo come è possibile far sì che gli aneliti umani ispirino i sogni evangelici, provocandoli e accompagnandoli? Ma anche: come riscoprire il sogno evangelico sintonico con quello umano? Se partiamo dall'esperienza notiamo invece che la familiarità della fede con i processi storici è molto poca. Fare memoria del sogno evangelico come un sogno sociopolitico, per molti, forse, può sembrare a-storico e fuori dal contesto attuale, oltre ad avere un sapore romantico e idealista, cioè qualcosa di molto diverso e lontano dalla nostra politica postmoderna. Infatti i grandi movimenti sociali e politici degli anni delle utopie sembrano essersi ammutoliti in mezzo al vertiginoso tempo postmoderno e nella nuova geografia del mercato neoliberale. Ma ciò che colpisce di più non è il fatto che "non siamo più come prima", ma che - anzi - siamo troppo uguali a prima e non abbiamo più il gusto di scoprire sapienze alternative e creative, che forse appartengono ad altri. In questo essere sempre come e con le idee di prima giustifichiamo la nostra fedeltà, senza renderci conto che manteniamo sempre gli stessi stereotipi. Ci sono parole, termini, idee, che suonano come qualcosa di strano in mezzo al linguaggio politico attuale, così come - negli ambiti ecclesiali - suona strana la categoria evangelica del regno, esaltando invece la esclusività di Gesù. Ci sono parole o termini che oggi, politicamente, si pronunciano con insicurezza, e a volte con un sentimento di vergogna o paura.

13/ Nomadi per scelta - Mosaico di Pace 6/06

Nomadi per scelta
di Antonietta Potente

È in quest'incertezza che camminano i popoli, e che con loro emigra la fede. Un nuovo nomadismo attraversa la storia e la fede, come in altri momenti storici, espatria. Nomadismo, fenomeno sociale, politico, economico ed esistenziale: la mobilità e il nomadismo in massa dei lavoratori [...] sempre esprimono una ricerca di liberazione: resistenza contro l'orribile condizione di sfruttamento e la ricerca di libertà e di nuove condizioni di vita [...] sarebbe interessante scrivere una storia dal punto di vista dei mondi di produzione, dal punto di vista del desiderio di mobilità dei lavoratori (dal campo alla città, dalla città alla metropoli, da un paese all'altro, da un continente all'altro)[...] questo movimento è irresistibile (Michael Hardt e Antonio Negri). Ricerca di libertà, sogno, desiderio o semplicemente vita... e la fede soggiace. La fede parlerà, troverà ancora una volta la creatività dell'iniziativa perché la vita divina continui a resistere dentro la trama storica più sottile e segreta.

Nomadismo religioso

Nomadismo dunque, non solo fenomeno sociale, ma anche fenomeno religioso, mistico-politico, nuova missionarietà delle religioni, nuovo universalismo religioso: verranno e diranno, saliamo al monte del Signore (Is 2,23). In questo nomadismo le religioni potrebbero liberarsi delle proprie paure, ma anche dei rispettivi poteri. Se le religioni riconoscessero questo, la fede già non sarebbe un potere, un deposito o un tesoro nelle loro mani, ma un regalo che esse fanno al mondo e la sua irresistibile sete di sopravvivenza. La fede giocherebbe con la sapienza di donne e uomini che si muovono nella creatività della vita, della biodiversità cosmica, restituendo ossigeno alle religioni, ai loro templi, o alle loro sacrestie; sale di culto, altari, candelabri, oggetti sacri, incensi ormai umidi e nuvolosi ma già poco trascendentali.

Nostalgia e resistenza, fedeltà e resistenza, vita, tanta sete di vita, nudità della fede che risplende nel nomadismo dei corpi di donne e uomini che non pretendono altra cosa che la vita, l'acqua viva, secondo le parole del Vangelo di Giovanni. Sete, la sete che spiazza il potere sicuro delle religioni: Credimi donna, per voi è giunta la ora di adorare il Padre. Però non sarà su questo monte, né in Gerusalemme [...] i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Gv 4,21-23).

La cerva assetata

Non in questo monte o in un altro, ma... anche le religioni emigrano, se ne vanno quando la fede accompagna la vita segreta dei popoli, i nuovi e veri adoratori in spirito e verità, atteggiamenti etici, sete di giustizia e verità, autenticità della vita, ricerca dei gesti originali che ricreano la vita, giorno dopo giorno, ora dopo ora; sogni di pace, diritto, liberazione. Come la donna samaritana, riprendono la parola, riacquistano la voce profetica della vita, superano i confini dei pozzi religiosi, delle anfore che contengono le dottrine.

Parola a rischio.

Dobbiamo imparare a rischiare se vogliamo davvero vivere, anche le religioni devono lasciarsi portare dove vanno i loro pellegrini. Certamente, i pellegrini nomadi che vanno, che emigrano, non sono quelli che solitamente girano intorno al tempio; i pellegrini che emigrano che cercano le sorgenti d'acqua, come la cerva assetata... i pellegrini che emigrano, questi nuovi nomadi, non sono le masse turistiche degli esotici mercati in cerca di emozioni, non sono nemmeno gli ufficiali visitatori dei santuari, e dei musei religiosi e artistici, ma piuttosto uomini e donne che hanno davvero sete, uomini e donne che partono con nostalgia, che si sentono quasi castigati ad andare via, a lasciare la propria terra, come il salmista sufi. Sono uomini e donne che cammineranno morendo di nostalgia, che vanno con la sete nel cuore, che soffrono il sapore differente dei loro prodotti, che soffrono l'assenza della melodia dei loro linguaggi, e il calore dei propri gesti.

Scambi di sapienza

Le religioni emigrano con loro quando diventano complici di queste lunghe carovane di nomadi in cerca di vita, quando li aspettano e ricostruiscono nuovi spazi, dove le religioni si scambiano la sapienza e inventano una storia futura, in cui non si discute per la paura di perdere il proprio spazio, ma solo si coltiva un altro tempo e altre storie, altre geografie che i nomadi, e solo i nomadi, hanno osato con la loro sete e che le religioni solo devono raccogliere. Alle religioni chiediamo che facciano una nuova scelta: chiediamo che scelgano ancora una volta dove andare a cercare i lineamenti del loro Dio, che tanto anelano e dicono di amare.

Alle religioni chiediamo di riconoscere chi sono i veri (o le vere) protagonisti che le mantengono ancora vive. Sappiamo benissimo che, ancora una volta, come nel Medioevo, non abbiamo bisogno degli ordini cavallereschi, militari, che hanno custodito le terre considerate "sante" e i sepolcri dei possibili fondatori e guide spirituali.

Ciò di cui abbiamo bisogno sono le esuberanze di desiderio (gli hebionìm biblici) che nella loro nudità emigrano in cerca di vita. Le religioni non dovranno avere paura degli immigranti, non dovranno avere paura degli stranieri, perché il volto divino è ancora troppo nascosto perché si possa dire che già lo conosciamo, e la verità ancora troppo confusa per poter dire che abita con noi, e questi volti potranno rivelarci qualcosa di prezioso. I templi potrebbero trasformarsi e sarebbero meno vuoti se fossero il luogo dell'accoglienza. Le liturgie sarebbero meno insipide e più esistenziali se diventassero il tempo della celebrazione della sopravvivenza e della vita di tutti. La dottrina sarebbe meno morta se raccogliesse la narrazione della vita e della fede delle infinite culture che la esprimono e i nostri canoni e libri sacri non sarebbero lettera morta, ma un gemito o un grido, simile all'alito di vita di una donna incinta, ventre abitato da un nuovo sogno.

12/ La migrazione delle religioni - Mosaico di Pace 5/06

La migrazione delle religioni
di Antonietta Potente

In mezzo a tante parole più o meno a rischio, più o meno compromettenti e più o meno responsabili, soggiacciono molte idee e sogni. Ci piacerebbe che queste idee e sogni fossero raccolti nei fori politici attuali; invece, percepiamo che in questi fori, le parole e i sogni si adeguano sempre alle stesse idee, alle stesse utopie e alle stesse simbologie.
Le religioni che di per sé potrebbero essere un po' più creative, perché fanno appello ad altre dimensioni storiche e umane, seguono anch'esse, più o meno, gli stessi criteri, più o meno etici, più o meno dottrinali, ma sempre gli stessi. La paura di perdere il posto o il potere, anche se ormai puramente simbolico, rende sclerotico il pensiero mentre la fede diviene misteriosamente silenziosa.

Il mondo adulto - secondo le parole di Dietrich Bonhoeffer - cammina e cerca per conto suo, forse per mantenersi in vita. L'escatologia si allontana sempre più, come qualsiasi utopia, e il mondo maggiorenne mantiene il suo sogno autonomo, ma che resta pur sempre un sogno.

Sapienze gratuite

Se ci mettessimo intorno a una parola ancora gratuitamente posata - come rugiada - nella storia, se ci mettessimo intorno a una sapienza ancora gratuitamente presente nelle piazze e negli angoli della strada (cfr. Pr 8,1-3), forse potremmo percepire il gemito; una verità che nessuno possiede ma che molte e molti cercano.
Con molte donne e uomini ci domandiamo - a volte piangendo - se esiste qualcuno su questa terra, in questa moltitudine di religioni e d'approcci divini, qualcuno capace di aprire il libro e di leggere (cfr. Ap 5,4). Capace di leggere a voce alta e di lasciarsi trasportare liberamente dalla magica sorpresa che le parole evocano.
Ma la parola sigillata sta nel tempio mentre nelle piazze grida ancora la sapienza, approccio divino alla vita umana, alla biodiversità, alla terra. Spazio misteriosamente abitato da ciò che non sappiamo ancora capire, né immaginare, perché non lo abbiamo mai provato. Eppure, nel tempio ci sentiamo dire che non abbiamo abbastanza fede, che abbiamo abbandonato Dio e le sue Chiese, o tutto ciò che assomiglia a esse.
Alcune e alcuni di noi, invece, con resistenza infinita, aspettano qualcuno che ci parli e ci racconti come potrebbe essere la vita. Qualcuno che apra il libro... Ma molti di noi non resistono e abbandonano gli spazi dichiarati ufficialmente sacri, non per infedeltà ma perché la sete e la fame li divorano. Non vogliono aspettare e se ne vanno.
Cercano acqua e cibo altrove, rischiando come sempre rischiarono molti amici e amiche di Dio, anche con un prezzo alto, quello della solitudine e della confusione. Di per sé questo è sempre successo lungo il corso della storia: coloro che sono andati via molte volte hanno ricevuto il nome di eretici o di eretiche.

Ascoltare gemiti lontani

Altri cercano con nostalgia infinita dialoghi intensi e segreti con ciò che sottostà alla vita stessa. Non dimentichiamo ciò che raccontano le fonti francescane narrando la vita di Francesco: Cercava luoghi solitari, amici al pianto; là, abbandonandosi a lunghe e insistenti preghiere, tra gemiti inenarrabili... (cfr. Leggenda maggiore I.1034). Queste strane solidarietà tra tempi ed epoche differenti, tra spazi geografici e contestuali, queste coincidenze di desiderio e di sete mantengono viva la Parola, perché attirano una risposta... la ricerca.

La risposta è continuare a ricercare insistentemente, non abbandonare la sete, né il desiderio: desiderio delle donne, degli esclusi, delle risorse naturali, desiderio dell'atmosfera e dell'acqua, dei mari e dei fiumi, dei bambini e degli anziani... Grido degli amanti e dei filosofi, degli alchimisti e dei loro mistici esperimenti. Se potessimo ravvivare la memoria, forse saremmo più creative, creativi. Se non ci dimenticassimo delle infinite Gerusalemme... (cfr. Sl 137,5), del Sudan, della Bosnia, dell'Iraq, di Haiti... gemiti, fughe in luoghi solitari, amici al pianto... fughe nel deserto dove si può tornare a ritrovare equilibri segreti, alito di vita e spirito divino che ricrea, come fece Gesù di Nazaret.

Anni di desolazione

Quanti deserti e quante storie vagano! Le nostre memorie sono troppo piccole per contenere questi gemiti, questi anni di desolazioni, di dittature, per trattenere i nomi dei morti, la maggior parte delle volte anonimi. Quanti silenzi perduti, come lacrime che nessuno raccoglie o asciuga; le nostre memorie sono troppo strette e distratte per ricordarsi quanti chilometri abbiamo fatto per chiedere che ci restituissero l'acqua quante sedute e digiuni nelle piazze e di fronte alle ambasciate, perché lasciassero liberi amici e amiche anonimi.

La memoria è troppo piccola, troppo corta, per potere mantenere in vita il ricordo, per impuntarsi a non voler dimenticare. Eppure, a volte, questi ricordi vengono a visitarci, di tanto in tanto, come se volessero tornare a vivere in noi e a ispirare un'altra storia, altre politiche, altre Chiese, altre religioni, un'altra pace.

Qualcuno continua a gridare: fino a quando Signore... fino a quando... Qualcuno ha ancora una voce viva, calda, forte, per potere gridare e la sua memoria non ha tempo, è grande ed estesa, si ricorda tutto e non vuole dimenticare, chiede di guardare il sole che sorge, la luna della notte e le stelle che illuminano segretamente le notti piene di luci artificiali. Qualcuno non smette di gridare o di aspettare che vengano ad aprire il libro con i suoi sigilli... qualcuno aspetta giorno e notte fuori del tempio, e non abbandona gli spazi umani e i solitari deserti.

Qualcuno torna tutti i giorni a cercare riposo e spia il pozzo per vedere se lei, la donna che cerca acqua, è venuta anche oggi... (cfr. Gv 4). Qualcuno spia il tempo e sorride, per vedere se la sua anzianità serve ancora, perché l'umanità provi la gioia, mentre la sua pelle è attraversata da un brivido di piacere... (Gn 17,17; 18,11-12).
La creatività non si allontana dalla vita, l'epidermide la porta con sé, così come la porta con sé la corteccia degli alberi e il sangue la lascia scorrere gratuitamente nel circolo della vita... mentre le piante fanno la loro fotosintesi, gli animali acconsentono alle stagioni dei loro istintivi amori e le spiagge accordano i loro spazi con i movimenti delle maree e dei fiumi.

Il posto delle religioni

Ma in tutto ciò, dove stanno le religioni? Dove stanno le differenti confessioni cristiane? Sinceramente non lo sappiamo. Sinceramente dobbiamo dire che non le vediamo né sentiamo tanto presenti.

Forse sono troppo preoccupate per un futuro che sta per venire... sono preoccupate per gli ultimi dati anagrafici: lunghe liste d'assenti, panche delle cattedrali ormai vuote, tempi e monasteri divenuti musei, privilegi costituzionali ormai in pericolo, categorie di persone troppo disobbedienti... Alcune sono preoccupate dal tempo mitico dei popoli indigeni che ritorna poco a poco, libero come il vento, occupando il presente e scoprendo i lineamenti di un mistero sconosciuto (ultimamente si è proibito alla Chiesa cattolica messicana l'ordinazione di diaconi indigeni...). Altre sono preoccupate per la civilizzazione, per la scienza, per l'autonomia delle leggi civili dagli empirei delle divinità.

Perché le religioni hanno ancora paura? Paura di che? Già in altre epoche ebbero paura e la paura fu tanta che lottarono tra loro per stare in vita...

Perché le religioni sono ancora preoccupate del loro potere, proprio come i vecchi partiti delle oligarchie dittatoriali già da qualche tempo democratiche; perché vogliono tanta sicurezza, mentre l'umanità cammina su di un terreno gelatinoso, dove appoggiare il piede non ha nessun sapore di certezza, ma piuttosto di precarietà e indecisione...

12/ Magi d'Oriente - Mosaico di Pace 4/06

Magi d'Oriente
di Antonietta Potente

Vorrei che c'invitassimo reciprocamente, non tanto a pronunciare parole che aprano una possibilità, un rischio, ma piuttosto a un "ascolto a rischio"; un orecchio che si disponga alla possibilità-rischio di udire qualcosa di diverso: un'altra politica, ma anche un altro modo di comprensione del mistero e della vita.

Altri mondi

E noi che siamo stranieri, che abbiamo a che fare in tutto ciò? Mi piace utilizzare un testo biblico e recuperare la sua simbologia: i Magi d'Oriente. Gli avvenimenti che hanno coinvolto ultimamente la Bolivia mi ricordano la narrazione biblica neotestamentaria dei Magi che dal lontano Oriente ebbero un'intuizione.

I Magi d'Oriente, nel contesto biblico della comunità di Matteo, rappresentano - come sappiamo - gli stranieri, cioè un'al tra cultura, un'altra religione, un'altra cosmovisione.

Ma questa volta i Magi potremmo essere noi, o dovremmo imparare ad esserlo.
La narrazione di Matteo è molto ricca di simbologia. Un ebreo che ascoltava quel racconto sui Magi poteva coglierne tutto il significato più profondo. Personalmente non mi fermo tanto sull'importanza di questi tre anonimi personaggi stranieri, ma su come questi hanno saputo leggere la storia. Certamente erano Magi, astrologi, alchimisti, in altre parole persone abituate a percepire la vita come un mistero e a riconoscere nelle cose e negli avvenimenti differenti e misteriose potenzialità. Certamente erano persone abituate ad affrontare il presente e il futuro scrutando lo spazio e l'universo o usando minerali, olio e profumi e aromi. Maestri della chimica e dell'astrologia, cioè persone inserite nei ritmi cosmici della vita e delle biodiversità cosmiche. Certo non amanti della chimica e dell'astrologia dei mondi borghesi e annoiati, in cerca di nuove esperienze esoteriche in cui si mescolano angeli e demoni, ma piuttosto filosofi (amanti-amici della sapienza).

Seguendo una stella

Nel racconto di Matteo queste persone intuirono qualcosa scrutando i cieli: una stella - dice la tradizione - semplicemente una stella, diremmo noi.

Una stella: una sfera di plasma autogravitazionale, in un equilibrio idrostatico, che genera energia nel suo interno ed emette energia nello spazio sotto forma di radiazioni elettromagnetiche e di venti stellari... Stella fugace, stella polare, meteora, fenomeno luminoso che attraversa la nostra atmosfera. Pietra o particella di polvere interplanetaria, che nell'atmosfera terrestre si incendia e brilla. Pioggia di stelle... stella mattutina o stella della sera, pianeta che possiamo percepire semplicemente guardando il cielo, quando si risveglia il sole o quando si addormenta.

Ma questa stella è storica, è un processo mistico-politico della vita di un popolo. Questa stella porta con sé tutta la precarietà della vita, è un fenomeno cosmico e per questo delicato; nessuno è così ingenuo da riferirlo a un definitivo avvenimento escatologico, del finale dei tempi, ma tutti lo possono identificare con un processo, una trasformazione.

Lungo la storia, i processi socio-politici sono sempre frammenti di luce, come le stelle; piccole o grandi energie cosmiche che si percepiscono nell'atmosfera umana, a vista d'occhio, come la stella mattutina o la stella della sera. Stelle e solo stelle. Noi, come i Magi d'Oriente, percepiamo questi timidi movimenti della vita cosmica; non adoriamo le stelle, però le seguiamo, le scrutiamo, incontrando cammini alternativi dove si mescola l'alchimia umana con l'alchimia della biodiversità universale. Sentiamo una profonda pena per tutti coloro che continuano a pensare la storia e la politica come un gioco chiuso di potere economico e sociale; una politica senza nessuna mistica, senza nessuna sapienza, con protagonisti sclerotici, cioè fossilizzati nella loro stessa immagine.
Una politica senza umiltà, cioè senza la partecipazione di tutti, anche perché "i tutti" o "i tanti", sembrano essere troppo sazi e distratti dalla loro egocentrica situazione di benessere, cosicché non gli interessa partecipare.

La nostra politica

Ancora una volta, la politica, così come la storia, è della gente semplice, che conosce ancora i ritmi della vita e le sue necessità, l'ecologia come la pace. Ci sono persone invece che non vogliono che la politica sia la vita di tutti; ci sono poteri economici e anche ecclesiali e religiosi, che preferiscono gli errori pragmatici di un mondo politico ben gerarchizzato, ma che non accettano nessun errore da parte della politica confusa e alchimista dei semplici. Mi ritornano in mente le poetiche parole di un cantautore cubano, riferite all'unità latinoamericana:


La nascita del mondo si fermò per un instante / un breve lasso del tempo, / dell'universo un secondo. / Invece sembrava che tutto terminasse / con la distanza mortale che separò le nostre vite. / Si sentirono in dovere di disunire le nostre mani / e anche se eravamo fratelli oggi ci guardiamo con timore. / Con il passare degli anni si accumularono i rancori, / si dimenticarono gli amori, sembravamo estranei. / Che distanza così sofferta, / che mondo così separato / mai più si sarebbe unito, / se non avessimo collaborato con nuove vite. / Da un lato schiavi, / e servili figli adottivi dall'altro, / è ciò che si vede a prima vista, / ma è ciò che si dissolverà per ultimo. / Utilizzando la missione di poter vedere con chiarezza / un giorno si scoprirà liberata / grazie a questa rivoluzione. / Questo non fu un buon esempio per altri / che stavano per liberarsi, / si sentirono di nuovo in dovere di isolarci, / bloccando ogni esperienza. / Ciò che brilla di luce propria nessuno lo può spegnere. / La sua luce può raggiungere l'oscurità di altre cose. / Che cosa pagherà questo errore del tempo che perdemmo, / delle vite che costò, di quelle che ancora potrebbe costare. / Lo pagherà l'unità dei popoli in questione, / e colui che nega questo fatto / la storia lo condannerà / perché la storia spinge il suo carro e a molti ci porterà, / mentre passerà sopra coloro che vogliono negarlo...

Il senso della rivoluzione

Qualcuno commenterà: una semplice illusione, o un inganno, un bagliore; tutti infatti sappiamo il risultato di alcune rivoluzioni o politiche latinoamericane. Ogni processo politico è come un tentativo di vita. Per questo mantiene le sue ambiguità e anche la sua precarietà. Un processo è comunque una stella, vista e raccolta da alcuni. Se i Magi non avessero prestato attenzione alla stella non sarebbero arrivati dove arrivarono; non avrebbero riconosciuto la possibilità di un'altra storia. Il problema è che noi ci stanchiamo, non accompagniamo questi processi lenti: un certo perfezionismo cristiano ce lo impedisce e un certo pudore borghese ce lo proibisce.

Ciò che è successo in Bolivia è semplicemente la visione di un frammento di storia che si libera, una meteora, una stella: chi la seguirà incontrerà nuove possibilità; per queste persone certamente le risorse torneranno ad essere rinnovabili, la pace tornerà ad essere una possibilità di vita differente per tutti e tutte, anche per gli animali e le piante, l'atmosfera e la terra. Chi seguirà questo frammento che si è staccato dal corso della storia tradizionale intuirà di nuovo la presenza di altre dimensioni per poter vivere, anche se, come nella vita dei Magi d'Oriente, continuerà a correre il rischio per aver udito il movimento impercettibile di una stella e per aver seguito la sua scia di luce.

11/ Echi lontani - Mosaico di Pace 3/06

Echi lontani
di Antonietta Potente

Scrivere su un popolo che non é il mio mi risulta sempre più difficile. Respirare e sentire la stessa brezza, provare gli stessi bruschi movimenti del sole e della luna, dei venti che portano con sé terra, polvere, cenere e percepire gli stessi odori e profumi..., mi rendo conto che non significa conoscere le sottili dinamiche dei sentimenti di un popolo. Ciononostante, in questi ultimi tempi, il popolo dove vivo ha lanciato intensi echi; ha liberato qualcosa di suo perché si potesse percepire in tutto il continente americano e potesse raggiungere anche gli altri continenti, passando le cordigliere, i vulcani, gli oceani, le pianure, i fiumi e i laghi, le spiagge e le coste...Per questo sento il dovere di scrivere e di condividere alcuni sentimenti e alcune emozioni che mi porto dentro.
Se penso a ciò che è successo in Bolivia, posso solamente scrivere un poema, sbozzare dei versi, delle rime, strofe, perché sono sicura che ciò che è successo non si può descrivere utilizzando sempre gli stessi criteri e gli stessi parametri logici di qualunque analisi storica, sociologica, politica o teologica. Mi riferisco alle ultime elezioni presidenziali e a tutto il processo socio-politico che le ha preparate. Per facilitare la comprensione, poiché l'arte poetica non sempre è facile da capire, userò alcune immagini bibliche, lasciando che si mescolino con la vita quotidiana. La lettura di questa realtà, la faccio partendo dall'esigenza della fede: sete, desiderio, parto storico dell'umanità, della creazione e di Dio.

Il ritorno dei deportati

Il primo simbolismo biblico che mi aiuta a interpretar ciò che è successo in Bolivia, è il Salmo 126. Questi eventi si possono solo raccontare come il salmista - o la salmista - nell'antico libro della tradizione ebreo-cristiana, canta il ritorno dei deportati: ci sembrava di sognare...ci si riempì di risa la nostra bocca, le nostre labbra di gridi d'allegria... grandi cose ha fatto il Signore per noi...e siamo contenti... Le nostre bocche piene di gioia e di canto e i nostri piedi inquieti, pronti per danzare con un ritmo armonico e dunque etico.

Tutto ritorna a vibrare, tutto si risveglia... anche se ci sembrava di sognare... eravamo emozionati e commossi... ci ricordavamo dei giorni del pianto: se ne vanno piangendo, con lacrime... e ora tornano, torniamo... con i frutti. Ma il salmista è molto realista, il canto continua con una forza speciale... continua a ricondurre i prigionieri. In questa danza, in questi ritorni, manca ancora gente, mancano ancora molti... riconduci gli altri deportati... Il cammino sembra essere ancora lungo, durerà fin che vivremo. Ma ciò che c'interessa oggi, in questo momento storico, è che siamo ancora vivi, vive, ed essere vivi significa scoprire che dentro siamo ancora pozzi con acqua, terra con risorse naturali, sapienze con creatività e psiche con sogni.

Leggiamo la storiaCertamente, chi giudicherà i mondi e le culture sempre con gli stessi criteri di lettura sociopolitica, s'imbroglierà ancora una volta tra le ragnatele dei vecchi parametri culturali di chi non ammette che il suo potere già non serva più, né il suo denaro, né la sua dottrina e solamente giudicherà con malignità e sospetto queste scintille che emana una storia ancora viva.

Indubbiamente, l'allegria che sentiamo è una gioia molto cosciente e consapevole che non ha niente a che vedere con l'ingenuità di chi pensa che un nuovo populismo latinoamericano ha vinto ed è asceso al potere. Sappiamo molto bene che questi echi non traggono la soluzione immediata dei problemi che l'antica storia ha cristallizzato nel tempo, formando statue anche se con i piedi d'argilla o innalzando sepolcri e bianche lapidi ai martiri e agli eroi (molto pochi alle eroine) e formando lunghi calendari in cui si scrivono i nomi dei santi. La storia passata è troppo pesante e ancora troppo viva nel tempo, per far sì che si possa cambiare in pochi mesi ciò che in realtà é una sclerosi politica ed economica di lunghi secoli.

Ciò che è accaduto è l'irruzione osata e disobbediente di piccoli gruppi fedeli alla loro storia. Una storia con poche parole e poca scrittura, ma con una memoria molto forte, che non si può cancellare; memoria non intellettuale, o ideologica, ma piuttosto vissuta. Una memoria prodotta per le ferite, fatta di sole che brucia la pelle e forma le rughe; fatta di vento, di mais, patate, riso, carne di lama, coca, frutta tropicale: odori, sapori, rumori, passi di danza, storie di fughe e sopravvivenze. Una storia fatta di prodotti, ma non solo prodotti per vendere o comprare, secondo la vecchia logica, ma piuttosto elementi presenti dentro di un universo vitale, in cui sta e si muove anche l'essere umano. Prodotti trasformati in offerta e avvolti nel fumo dell'incenso nei momenti più solenni della vita. Alchimia di un mondo silenzioso e segreto: fumo, profumo, nube, mistero, gloria, direbbero tutte e tutti coloro che appartengono alla tradizione ebraico-cristiana.

Ciò che è successo in Bolivia non è una tradizionale rivoluzione, perché non si usarono gli strumenti classici delle anteriori rivoluzioni latinoamericane. Non solo non si utilizzarono armi, ma nemmeno ideologie. Le armi sono state sostituite con la lenta ricostruzione psicopolitica di un tessuto culturale e sociale rotto, disperso e minacciato, ma ancora vivo, come brace: il tessuto autoctono, antiche e strategiche sapienze e tradizioni, logiche alternative.

Queste sono le nuove strategie e le nuove energie politiche dei popoli inquieti. Evocare storia passata ed evocare storia presente, cercare coincidenze disperse, tessere nuovamente una trama storica, per ricordare chi siamo... anzi tra una sensibilità psicologica individuale e collettiva, rivendicazione della propria dignità e di quella di un gruppo e anche della terra e della biodiversità nazionale.

Una sapienza mistico-politica

È stato questo il cammino della sapienza misticopolitica di questo popolo, e questa sapienza misticopolitica ha soppian tato gli antichi strumenti rivoluzionari. È interessante: Evo Morales Ayma non è un militare (come Chavez o Fidel) e non capeggiò una rivoluzione, ma sì, lunghe sedute sindacali e di base, interminabili blocchi stradali e scioperi... Il tessuto incominciò a realizzarsi in una lunga pazienza, sotto il sole, nelle arterie stradali più strategiche del territorio boliviano...nel dialogo impaziente con gli anteriori presidenti o nelle disobbedienze più ostinate nel parlamento. Era un dirigente, in altre parole una persona abituata a consultare la maggioranza e a obbedire ad essa, a unirsi a rivendicazioni nate dalla base e dai bisogni immediati delle persone. Era un dirigente di una zona emarginata e sfruttata com'è quella cocalera. Non è nemmeno un indigenista, vale a dire qualcuno che ha lottato o rivendicato dei diritti solo razziali. Lui ha lottato per la dignità, e con dignità. La sua non è un'ideologia indigena precostituita e quasi esotica, ma piuttosto una prospettiva di vita sofferta, popolare, dove, come per la maggioranza dei boliviani e boliviane, si mescola la razza e la propria sapienza, con il bisogno di lavorare; realtà contadina e urbana, diritto a reinventare le proprie leggi del mercato e diritto all'educazione, allo studio, alla salute...


La storia del nuovo presidente, è molto simile alla storia della maggioranza del suo popolo e continuerà a esserlo, perché la Bolivia continuerà a essere minacciata, come sono minacciati i suoi territori, le sue risorse naturali e i suoi confini.

Il ritorno dei deportarti, come recita il salmo, in questo caso corrisponde al ritorno dei sogni, e dei prodotti, delle risorse ...cioè di ciò che per secoli è rimasto nella cattività. Non è il magico ritorno della democrazia dopo la dittatura - come in altri casi o momenti storici - ma piuttosto il germoglio di un'altra sapienza dentro della democrazia già esistente, o il sogno creativo di un altro mercato, di un modo nuovo di relazionarsi tra noi e con le cose, le realtà, anche con quelle degli altri Paesi limitrofi.

Come i deportati, cominceremo un'altra vita, e tutti sappiamo che non è facile ritornare a essere liberi o a vivere nella propria terra. Tutti sappiamo che ci stancheremo di nuovo e dovremmo di nuovo addormentarci per poter tornare a sognare, cioè cercare nel tesoro dell'anima e della sapienza della vita più nascosta, gli strumenti alternativi che ci serviranno per vivere giorno dopo giorno, perché, come canta il profeta Geremia, ritorni il mosto, il vino e l'olio e gli animali tornino a tenere i loro cuccioli, e la terra torni a dar frutto, e tornino liberamente le donne in cinta e gli zoppi... (Gr 30). Certamente, dovremmo inventare di nuovo la vita: inventare lo studio e la formazione, il lavoro, la produzione... Certamente il ritmo tornerà a essere lento, perché il ritmo veloce è proprio di una mentalità borghese e di una economia produttiva ricca, mentre nel mondo, dove la quotidianità ha il suo prezzo più alto, il ritmo a cui dobbiamo obbedire è quotidiano e fedele, per non tradire nessuno, per non essere infedele alle diversità e alle differenze, per non tradire i bisogni reali e per non aumentare gli abissi che l'accumulazione di pochi ha creato tra la gente: accumulazione di potere, di soldi, di mercato, di ruoli.

10/ Ode al sogno! - Mosaico di Pace 2/06

Ode al sogno!
di Antonietta Potente

Riprendiamo la nostra riflessione proprio dalla Parola a Rischio. Se una Parola a Rischio esiste è perché esiste un sogno: l'interiorità della parola, la sua anima, è il sogno. Queste mie, nostre parole si uniscono ai sogni coltivati nella storia quotidiana dell'umanità e della creazione. Il sogno, canta Carl Jung, è la visione interiore...piccola porta nascosta nell'intimo dell'anima, che conduce a quella notte cosmica che era anima quando ancora non esisteva la coscienza del proprio io... Niente, dunque, sarebbe così normale come il poter sognare, dopo esserci perduti nei dettagli delle solitudini infinite della superficie del mondo... Qualcosa che si intravede, si respira, anche se, a volte, resta come un gemito inesprimibile nel cosmo e nell'umanità e si muove gratuitamente nell'aria, mentre Colui che scruta i segreti più intimi, conosce l'anelito dello Spirito e lo raccoglie (cfr. Rm 8,27).


Il sogno è la parte più intima di quanto pensiamo e diciamo ed è anche la parte più vera, la più originale, esigente e coerente. Quanti pregiudizi, invece, si costruiscono intorno al sogno, quanti dubbi, sospetti, critiche... Carl Jung aggiungerebbe: semplici scuse per non prendere sul serio il sogno, perché sarebbe troppo scomodo... Cosa dire di tutti e di tutte coloro che interpretano i sogni, che credono in essi, profeti e profetesse alchimisti della vita? Cosa dire di coloro che coltivano i sogni e ne hanno cura perché aiutino altri, perché ci ispirino e diventino criterio di discernimento e di scelte?

Anche a noi piacerebbe essere un po' maghi, alchimisti, profeti, per poter avere gli stessi sentimenti di coloro che nel mondo sognano ancora e osano sognare, cercare. Sono coloro che ancora pensano e creano e ricreano qualcosa che serve per vivere, tutti i giorni.

Un altro mondo è possibile Partendo da questi contesti segreti, raccolgo una delle sintesi più belle di questo sogno: Un altro mondo è possibile. Questa sintesi è come un leitmotiv nei nostri sogni e nelle nostre storie di vita quotidiane; un credo che ci trasmettiamo di bocca in bocca, un'eco che ascoltiamo tutte le volte che vogliamo pensare la vita, tutte le volte che entriamo nelle profondità del nostro sentire la fede e lasciamo che la Parola torni a essere ciò che realmente è: anarchica, amante e creatrice. Un altro mondo è possibile...: inedita ricerca di coloro che sono presenti nel momento in cui si dà luce alla vita, come le levatrici d'Egitto (cfr. Es. 1,15-17). Un altro mondo è possibile: è un'espressione che evoca Dio, quel Dio raccontato all'orecchio (cfr. Lc 10,21) e che diventa sogno, irruzione politica, esigenza etica di denuncia e di rivendicazione: grido lanciato dai tetti (cfr. Lc. 8,16-17; 12, 2-3); irruzione che convoca altri e altre e moltiplica i sogni.


Il sogno è una piccola porta stretta - direbbe il Vangelo. Una porta di entrata - direbbe la Genesi (cfr. Gn 28,17). Prospettiva che si apre e ci introduce, consentendoci di restare sull'uscio perché: è meglio un giorno sulla porta dei tuoi atri che abitare nella casa degli empi... (cfr. Salmo 84, 11). Preferiamo sognare piuttosto che entrare e accomodarci nei palazzi sicuri e poderosi degli empi.


Anche a noi piace osare per mescolare, come veri alchimisti, la nostra sete e la nostra fede la ricerca che essa provoca nella storia. Mescolare i profumi della sapienza divina con i vapori e i gas che la storia umana emana, giorno dopo giorno, in questo tempo in cui i desideri giocano con i sogni ed entrambi convivono insieme. Un altro mondo è possibile... desideri, ricerche, tentativi... tutto sembra correre come sangue nelle vene e negli interstizi dell'umanità inquieta, anche se in quella parte d'umanità più inedita e a volte più disobbediente.


Ci sono vite che sognano un altro mondo perché i loro contesti storici non promettono niente; le risorse sono finite, le loro ricchezze non soddisfano più come prima. Altri e altre sognano perché la loro sofferenza è molto grande e si muovono tra nostalgia e delusione, e altri ancora, perché vorrebbero che la propria gioia fosse perfetta ed eterna incontrando il proprio centro di gravità permanente che non abbia mai fine. Ma ci sono anche sogni gratuiti, semplici e pure passioni per quella storia non ancora conosciuta; intelligenze nomadi e itineranti che cercano semplicemente per potersi avvicinare alle profondità della vita, delle persone, del cosmo e toccare le leggi infinitesimali del mistero. Un altro mondo possibile... è l'anelo che soggiace nelle ricerche, nella parte incosciente e cosciente individuale e collettiva dei popoli.
Gli echi che ci arrivano dalle Scritture come testimoni di queste timide speranze sono molti, anche se non abbiamo saputo raccogliergli tutti perché la nostra preoccupazione ha sempre cercato di trovare risposte invece che alimentare ricerche e vivere teofanie storiche che si presentano come roveto ardente (cfr. Es. 3).

Cieli e terra nuovi In questo senso il desiderio di un altro mondo possibile ha un gusto quasi apocalittico. Rivelazione, possibilità di percepire che qualcosa sta succedendo sotto il nostro sguardo inquieto anche se - come direbbe Elisabeth Schussler Fiorenzan - ciò che vediamo, dipende dal luogo in cui stiamo. Visione che penetra gli orizzonti umani e le sue geografie fisico-politiche, cieli e terra nuovi, differenti. Sognare un altro mondo, non è una invenzione, ne una illusione fittizia, le Scritture, come parte della nostra tradizione, ci lasciarono questa possibilità, questo esempio. Guardare la storia fino a poter vedere fino a quando possiamo avere delle visioni del mondo e di Dio. Guardare la storia, contemplarla è possibilità reale di percepire la novità di altri cammini. Lineamenti differenti della realtà: riveliamo qualcosa, profeticamente, perché vediamo e percepiamo l'impossibilità di continuare a camminare in un certo modo; leggiamo ad alta voce ma anche nascondiamo: il nostro linguaggio è insufficiente e deve restare insufficiente. Sulla realtà storica e su Dio, non si può dire tutto. Anzi semplicemente balbettiamo qualcosa, riconosciamo un'energia vitale che abita la storia, come ciò che passa, come brezza leggera, come rugiada che cade durante la notte e si mostra nelle prime ore dell'alba; soffio di vita che dilata i boccioli, che fa vivere un germoglio nelle sue tappe più segrete e nascoste.


Se la visione di un altro mondo è apocalittica, dobbiamo dire anche che indica una profonda familiarità con la storia e con la realtà, in cui i contorni del bene e del male si mescolano. Quanta vita, quanta speranza, quanta sete di donne e uomini comuni in questo altro mondo possibile. Quanta speranza e quanta sete di coloro che più che pensare una storia differente, la vivono e la inventano quotidianamente e la continuano a coltivare nonostante il loro stipendio basso, il loro futuro precario, i loro fragili affetti e amori, la loro salute minacciata, il loro stretto spazio ecologico e le loro fugaci gioie.

Alcune inquiete domande Che relazione esiste tra le nostre ricerche spirituali, le nostre liturgie, le nostre sofferenze e insoddisfazioni e quelle della maggioranza dei popoli e della gente anonima? La nostra fede è ancora capace di cantare nella notte oscura, come cantarono mistiche e mistici lungo la loro vita?


Notte oscura... spazi e tempi dove si coltivano sogni, desiderio di muoverci per trovare, toccare... Stato emozionale, ansia, inquietudine, respirazione ansimante... Una notte... spazio del sogno: nella notte salii... dice Giovanni della Croce. In una notte determinata, una notte che è il nostro tempo, lo specifico di oggi, nel quale continuiamo a cercare. Questa è la nostra fedeltà: cercare e ancora cercare... mentre resta l'eco del verbo misticopolitico: salii... È proprio vero che cerchiamo un altro mondo? È vero che siamo disposte e disposti a immaginare qualcosa di diverso, per entrare nella creatività di una nuova creazione?

Queste domande le potremmo riscattare per poter ricreare la vita e percepire le sottili riforme interiori e i germogli esteriori che ne danno testimonianza. Intanto, continuiamo a guardare...

Il sogno ci introduce in una sfida etica: continuare a cercare, sempre, in tutte le situazioni, perché la storia si racconta e racconta. È significativo notare che l'autore dell'Apocalisse guarda e scruta stando in un'isola: uno spazio ridotto, limitato, ma allo stesso tempo la possibilità di un orizzonte ampio, dilatato. Gli spazi storici dai quali guardiamo e intravediamo, sono certamente limitati e a volte stetti, ma l'orizzonte li dilata e questo nella misura in cui continuiamo a guardare.

9/ Parole silenziose - Mosaico di Pace 1/06

Parole silenziose
di Antonietta Potente

L'inizio di un anno non è una semplice questione cronologica: non è qualcosa che si aggiunge, per prolungare, né qualcosa che già è passato, per accorciare. Il tempo è uno dei linguaggi più significativi della vita, nella quale si intrecciano altre dimensioni. Nell'universo della fisica il tempo si relaziona con il movimento e con la staticità; la mutazione e la conservazione. Secondi e frazioni di secondi, unità infinitesimali insieme a tempi lunghi, periodi, ere. Età dell'universo, età della terra: i primi esseri umani, età del colibrì, età delle piramidi, età di un individuo, un giorno, un battito del cuore, periodo di un'onda sonora, velocità della luce, periodo di vibrazione atomica; la luce attraversa un atomo, la luce attraversa un nucleo... Abbiamo bisogno di un tempo per poter udire, o capire. Per poter vedere o riconoscere, intuire o percepire. Abbiamo bisogno di un tempo per nascere e nessuno può permettersi di non rispettarlo. Anche la morte obbedisce alla creatività del tempo. Il tempo è eterogeneo e l'obbedienza ai suoi ritmi ci parla misteriosamente. Ma nel tempo non camminiamo da soli, da sole; il tempo è abitato così come sono abitati i luoghi, gli spazi. L'inizio di un anno non è una questione filosofica che ci porta a meditare sul tempo, ma piuttosto una questione etica: come continuare a camminare?

Continuare a camminare.

Mi hanno chiesto di accompagnare la riflessione mistico-politica di Mosaico di Pace e quella dei suoi lettori e lettrici, con alcune riflessioni che nascono intorno all'eco di altre parole ascoltate o toccate e viste lungo il cammino. Ma la prima cosa che mi domando è: cosa significano queste brevi pagine dal titolo "Parola a rischio"? Cosa significa dentro una storia che sembra abbondare di parole così come di immagini? Cosa significa, nel mondo religioso ed ecclesiale, una "Parola a rischio", quando in realtà più volte abbiamo usato la "parola" per auto-silenziarci e diventare diplomaticamente neutrali?


Rischiare che? Rischiare dove e quando?

Queste domande restano aperte, perché lettori e lettrici rispondano mentre riflettono sui temi mistico-politici di Mosaico di Pace. In questo nuovo anno, le mie riflessioni, vorrebbero solo condividere la sonorità dell'esperienza della "Parola fatta carne".
Tutte e tutti siamo invitati a continuare il cammino e a continuare a muoverci dentro questa storia quotidiana, fatta di popoli e culture, cosmovisioni e sogni individuali e collettivi. Tutti e tutte sentiamo il desiderio di muoverci armonicamente, con movimenti più sintonici, con gesti più autentici senza perdere il filo conduttore delle sapienze storiche, né perdere il contatto con il presente, per non lasciare la vita svuotata e senza sogno. Tutte e tutti sentiamo che ci plasmiamo con il tempo, le epoche, gli avvenimenti intimi e collettivi. Tutti e tutte vorremmo sentire che la vita che passa è come il sangue che corre nelle nostre vene. Per questo cerchiamo sempre l'eco delle parole di altre, altri, e per lo stesso motivo viviamo scrutando i tempi e i loro magici linguaggi. Percepiamo che le dimensioni della vita non sono segnate solo dai nostri bisogni fisici e materiali ma, piuttosto, percepiamo che ci sono dimensioni della vita non ancora toccate e sapienze non ancora udite e ascoltate.

Parola fatta carne.

Ho scrutato il contesto in cui vivo; ho cercato luci significative, ho cercato di porre orecchio alla Parola e alle parole che la frammentano nel tempo e nei differenti contesti. Mi sono anche chiesta che significa dedicare brevi riflessioni in questo spazio dal titolo "Parola a rischio". Ho respirato gli ultimi avvenimenti del contesto socio-politico in cui vivo: intimi sogni rivoluzionari, iniziative, abbozzi di itinerari alternativi nell'immaginario individuale e collettivo di un popolo. Non ho incontrato qualcosa che significasse ciò che il tema "Parola a rischio" evoca in me. Percepisco, invece, il desiderio di parole autentiche, sobrie, quasi silenziose. Mi ritornano alla mente quei ritornelli biblici: la parola è come la pioggia (cfr. Is 55, 10-11), la parola è come una spada che penetra...La parola è viva ed efficace... (cfr. Eb 4,12).

Ma la Parola è diventata concetto, logos, verbo, e poi libro, scritto, spot, e poi ancora immagine virtuale, simbolo, paradigma, moda. C'è un momento in cui la Parola sembra essere diventata completamente neutrale, così che ciò che vorremmo dire per mezzo di questa rubrica suona così lontano da ciò che in realtà sperimentiamo molte volte, ascoltando parole e ancora parole, siano esse stralci di prediche, conferenze, o comizi politici, o propaganda, o abili arringhe nei tribunali.

A volte la Parola diventa legge morale, altre volte dottrina, altre volte, invece, simbolo, disegno, colore, musica. Per alcuni e alcune è voce, per altri è narrazione intorno alla quale si ascolta e si evoca, per altri ancora semplicemente suono, respiro, gemito, grido, lamentazione.

Per molti la Parola è diventata libro e solo libro, scrittura che sintetizza e assicura la nostra sete, così come tranquillizza le nostre domande e ricerche. Ma c'è qualcosa che torna con insistenza nella tradizione cristiana, cioè in quella Parola narrata o detta in un circolo: la Parola è diventata carne, così tanto che può anche essere silenziosa perché la cosa più sonora non è un suono ma la carne, i corpi, la realtà. Il suono della Parola e dei suoi rispettivi frammenti storici non tocca solo l'orecchio ma tocca gli occhi.

Parola a rischio.

"Parola a rischio": forse davvero vorremo cercare la forza della Parola, sapienza, come la vita l'ha espressa. Non per voler essere perfetti e perfette testimoni, o perché ci dichiarino coerenti, ma piuttosto perché la parola come logos, concetto o verbo pronunciato, non soffre nessun rischio, anzi può diventare puntualmente neutrale e non offendere o ferire nessuno. Quella parola, di cui il profeta ci annunciava la fedeltà in Isaia 55, è un'altra cosa. Non è un logos, né un verbo, ma piuttosto il parto lento e delicato della vita che si trasforma, che si nasconde e poi cresce, sono gemiti, come pioggia o come lacrime, liquidi umani, sangue, sudore, dentro il ritmo esistenziale e biologico della vita. Sono persone che nascono, altre che muoiono, sono piante e animali, bambini e anziani, popoli, gruppi etnici, donne e uomini concreti, risorse naturali: acqua, gas, petrolio, alberi, piante, animali, mari, minerali e vegetali. È l'aria, l'atmosfera, i microrganismi più insignificanti. Specie antiche e nuove, trasformazioni segrete o evidenti dei processi storici.

Quando ci confrontiamo sulle problematiche storiche e quotidiane più concrete, sentiamo tutti e tutte, credenti e non credenti, un'inquietudine profonda: il problema non è l'esistenza di Dio, ma piuttosto la nostra esistenza che - per i credenti - corrisponde e si sintonizza con l'esistenza di Dio. Ma il mistero non gira intorno a un'esistenza qualsiasi: basta vivere, basta coltivare la vita, o inventare leggi che custodiscano la vita. Il problema è che la vita è in relazione sempre più con un tipo di vita e questo tipo di vita, non è neutrale. Non è un qualsiasi tipo di vita. Ciò che è a rischio non è dunque la parola, ma la vita; nessuno di noi deve sentirsi minacciato per ciò che dice, ma piuttosto per ciò che vive. Scrivo da un continente che non percepisce la minaccia di qualcuno per delle parole, o per delle idee, ma piuttosto per ciò che fa. So benissimo che in Europa a volte ci sentiamo eroici o eroiche perché diciamo delle cose, perché "denunciamo", ma credo che in certe parti del mondo questo non sia più sufficiente. La parola si è fatta carne: per cui ciò che rischia è la carne, è la stessa vita e non la parola.

Gesti eloquenti.

Allora sì, potremmo fare un elenco di nomi, o semplicemente di situazioni per poterci riconoscere, concretamente, in questo rischio. Tutti questi ultimi anni, a livello mondiale, ci raccontano come è la situazione rispetto allo sviluppo umano. Tutti questi anni, gli organismi istituzionali che dovrebbero vegliare sugli equilibri economici e ecologici mondiali, ci dicono come stiamo in relazione allo sviluppo sostenibile. Nel settembre del 2000 i capi di Stato e dei Governi di 189 Paesi firmarono la dichiarazione del Millennio, con l'obbligo morale di favorire lo sviluppo, sradicare la povertà, promuovere la dignità umana e raggiungere la pace e l'equilibrio ecologico e ambientale. Partendo da questa dichiarazione, si proclamarono 8 obiettivi strategici di sviluppo e 18 mete concrete, da raggiungere nel 2015 o prima, ma tutto ciò è ancora a rischio.
Quando la vita è a rischio, forse anche la parola lo sarà: resistenze segrete e creative, per poter continuare a vivere. La parola è a rischio solo per l'eloquenza della vita, anzi la parola si può permettere di essere silenziosa e di non esprimersi più. Ma ciò che parla è la vita: sono persone concrete, sono i loro gesti. Nei gesti parla la vita. Echi lasciati nei venti della storia, frammenti di vita individuale e collettiva; a volte parole, altre volte gemiti o semplicemente descrizione di visioni. Genere letterario più vicino alla vita quotidiana che a quella ufficiale e istituzionalizzata. Spazi allargati e molteplici: creazione e storia, tempio, santuario e strade, vicoli, albe e tramonti; embrione umano ed età avanzata, cantico cosmico ed ecologia della vita. Gioco segreto tra i tempi e gli spazi, tra il corpo e la sua sensibilità più intima, mistica umana e mistica cosmica. Trama sottile dei movimenti affettivi e ludici e di quelli sociopolitici e rivoluzionari dei popoli. Autrici e autori ignoti; audacia mistica di chi percepisce il desiderio di toccare la profondità degli avvenimenti, della storia e della vita.

8/ Caterina e Teresa - 8/11/06

Caterina e Teresa, passione e sapienza nella mistica delle donne

dialogo con Antonietta Potente, Giselle Gomez, Shahrzad Houshmand, Francesca Brezzi, Massimo Orlandi


MASSIMO ORLANDI

Le mie parole non sono all’altezza. Però ho trovato una frase di Gandhi che dice: le donne sono le custodi per eccellenza di tutto ciò che è puro e religioso nella vita.

Mi sembra una porta di accesso bella per entrare in questo mondo femminile che questa sera sarà al centro della serata. Io proverò ad essere quell’occhio curioso e indiscreto che prova a calarsi ad ascoltare a cogliere un po’ di questo mistero e ad assorbire un po’ di quel femminile di cui c’è tanto bisogno nella nostra società; di essa hanno molto bisogno gli uomini e forse un po’ anche le donne. Però l’altra porta d’ingresso da aprire, vorrei che fosse attraverso l’emozione una poesia che ho letto e che ci porta per la prima volta alla scoperta di questo libro. Mi sembra un modo molto poetico di entrare nel mondo femminile. E’ un canto della poetessa Julia de Burgos che trovate nel libro:

Io ho voluto essere come gli uomini volevano che fossi: un’intenzione di vita, un gioco a nascondino con il mio essere. Però io ero fatta di presenze e i mie piedi appoggiati sulla terra promessa non sopportavano di camminare indietro e procedevano avanti, avanti, burlandosi delle ceneri per raggiungere il bacio di sentieri nuovi.

La poesia è una delle componenti di questo libro. Ci troverete passi di danza; ci troverete colori, suoni, emozioni, atmosfere. Leggere questo libro è un’esperienza speciale ed è un po’ come ammirare un paesaggio in ore diverse del giorno non lo afferri mai, però ogni volta libera qualcosa di verso. Quindi un libro che racconta, un libro di suggestioni, di suggerimenti, di emozioni che ogni volta possiamo incontrare: non sono mai le stesse. Non si ha mai la sensazione di averlo completamente afferrato. Il compito più difficile spetta subito a Francesca che è chiamata a introdurci in questo mondo, nel mondo di Caterina e Teresa come lo hanno rappresentato Gisélle e Antonietta. Nella tua rete di suggestioni che cosa è rimasto impigliato?

FRANCESCA BREZZI
Veramente tantissime cose e quindi cercherò di riassumere alcune di queste suggestioni. La prima cosa che voglio dire è che questo è un libro da leggere. Rinvio alla lettura diretta perché è un libro talmente ricco che le nostre parole, per lo meno le mie, possono solo renderlo in maniera banale. Vorrei dire che è uno scrigno che mi ha offerto molti tesori, nei quali, nelle sue metafore, mi sono molto ritrovata.
Una caratteristica che ho apprezzato subito di questo libro, pur provenendo da delle teologhe di altre culture, è che mi sono trovata subito a casa mia. Mi sono ritrovata con tutte le mie precomprensioni, con tutte le mie stesse categorie. Questa ricchezza però è una ricchezza composita, molteplice, fatta di tanti fili.

Una seconda caratteristica: questo libro si può leggere come un romanzo e mi ha fatto venire in mente i grandi romanzi degli scrittori e delle scrittrici dell’America latina di cui io sono molto appassionata. Perché la ricchezza delle metafore, la dolcezza del discorso fa si che sia come un romanzo, non un libro pesante di psicologia sistematica.

Ho apprezzato questa ricchezza e questo termine che ho ritrovato tante volte: tessere e ritessere. Questo secondo me è un libro ricco di metafore femminili, se non vogliamo dire femministe, (perché è un termine che mette paura a qualcuno, ma che io vorrei usare): tessere e ritessere la tela, che a me richiama un’altro libro di Antonetta: Un tessuto di mille colori. Tessere e ritessere,e il termine “il parto”. Continuamente c’è il richiamo al parto, alla nuova creazione, alla creazione. Sono tutte metafore che solo due donne possono usare appropriatamente. Non dico che gli uomini non le possono usare. Però due donne le usano in maniera appropriata. Questa ricchezza di metafore però ci consentono di cogliere significati, io direi, di alta teoretica teologica e filosofica. Come dicevo, mi ci sono ritrovata. Io non sono teologa, sono filosofa, però mi sono ritrovata in questo loro percorso. La caratteristica della mistica, quale emerge da questo libro, è in piena sintonia con la riscoperta della mistica che si è fatta in questi nostri anni: la riscoperta della mistica come (e questo lo vorrei sottolineare) modo di giungere al divino per una strada diversa da quella delle teologia sistematica, ufficiale, ma nello stesso tempo non una mistica come annullamento del nostro sentire, ma come espressione di una alta teoretica, di una riflessione di grande rilevanza come appunto in Caterina e in Teresa (non a caso dottore della chiesa) noi ritroviamo.

Quindi mistica non come espressione di una sentimentalità, di un’emozione, ma come espressione di una riflessione di grande rilevanza. Ma che tipo di riflessione? Non si tratta di un discorso teologico sulla linea della teologia ufficiale, ma di una riflessione ce io chiamo di un pensiero alto, di un pensare diverso, che è il pensare diverso che nella seconda metà del Novecento ha caratterizzato proprio il pensare Dio in maniera differente, ricorrendo ad un pensiero differente. Noi possiamo arrivare a riscoprire (questa è la grande opera della riflessione femminile) una genealogia femminile, attraverso queste grandi figure che ci indicano pensare Dio diversamente.

Riscoperta della mistica, e all’interno della mistica riscoperta delle donne: è questo un filone di grande importanza: le donne devono parlare in prima persona, e invece sono assenti in gran parte della storia del passato, soprattutto nella storia della teologia. Sono assenti perché la loro voce non è arrivata. Però noi abbiamo delle grandi figure, appunto Caterina e Teresa che rappresentano una voce ascoltata. Nel loro tempo ci furono poche donne ascoltate. La riscoperta di queste figure femminili ci consente di ricostruire questa genealogia e, come dicono le autrici del libro, di guadare avanti, al futuro. Il libro non è (e sarebbe già una bella opera) una riscoperta di figure del passato dimenticate, quanto piuttosto ci dà indicazioni per costruire il nostro futuro aiutate da queste figure del passato.

In questo libro è apprezzabile la metodologia. Un’altra delle figure metaforiche che mi ha fatto ritrovare a casa mia è la figura della danza. In questo libro le autrici entrano con passo di danza e richiamano continuamente questo tema della danza proprio per indicare da un lato una sorte di leggerezza, non di pesantezza, ma nello stesso tempo anche per indicare un approccio diverso: si devono avvicinare i testi, loro dicono, con un’ermeneutica critica. E questa credo che sia un’indicazione di grande importanza che le teologhe ed anche le filosofe stanno attuando: l’ermeneutica critica, l’ermeneutica del sospetto.

Ecco avviciniamoci ai testi con l’ermeneutica del sospetto. Uso spesso la metafora del restauro della Cappella Sistina, ma si potrebbero fare tantissimi altri esempi. Si tratta di avvicinarci ai testi del passato eliminando quello che il tempo, la storia, l’ambiente, la tradizione vi hanno depositato sopra. Tutte quelle ombre. Pensiamo appunto alla Cappella Sistina: com’è apparsa dopo il restauro, quali colori brillanti ha manifestato. Si tratta di togliere il sovrappiù. L’ermeneutica del sospetto è un po’ questo: togliamo il sovrappiù e avremo le parole autentiche che sono state dette.

MASSIMO ORLANDI

Grazie Francesca. Nel libro, le protagoniste non arrivano subito: si fanno un po’ attendere e noi rispettiamo questa cosa per cui le teniamo un attimo in attesa. Prima però compaiono alcune parole che ci arrivano con un impatto diverso dall’uso abituale. Ne scelgo due. La prima è la parola mistica che, per quel poco che ne capisco, mi ha sempre fatto pensare a un’esperienza di pochi privilegiati dello spirito, e invece voi autrici la definite in un modo molto diverso, come ad esempio gratuita esperienza del desiderio di contatto con il mistero. Come infinito desiderio di una vita che mantiene uniti. Un desiderio, una cosa che tutti possono sperimentare, provare.

E la seconda parola che, almeno a noi uomini ci mette un po’ sull’attenti è femminismo o femminista che di solito ha un sapore di militanza, di lotte importanti, giuste, ma anche di schieramento, mentre nel vostro significato per quello che ho letto significa qualcosa di diverso: un’apertura. E’ un po’ la storia stessa delle donne.

Vorrei tornare un attimo, prima di arrivare a Caterina e Teresa, sul significato di queste due parole.

ANTONIETTA POTENTE

Per la mistica, bisogna tenere conto di dove è stato scritto il libro. Voi lo avete in italiano, ma è stato scritto in America latina, tra la Bolivia e il Nicaragua. Non credo che in America latina si possa parlare della mistica come abbiamo parlato per tanti secoli in Europa. Quando scriviamo noi abbiamo in mente delle donne concrete. Per noi è mistica la lotta delle donne per esempio per imparare a leggere e scrivere, per conquistare i loro diritti minimi, che sono quelli di avere perlomeno una minima sicurezza nella salute, per i loro figli. Uno comincia a vedere che deve ritradurre questi termini, anche perché Caterina e Teresa anche hanno l’idea di dover sopravvivere in una storia così difficile com’erano le due storie che sono toccate a loro due nel 1300 l’una e nel 1500 l’altra. E’ quasi obbligatorio in America Latina ritradurre questi termini. C’è un rischio. Io non sono latina americana, il rischio è di parlare di queste cose come se fossero temi. A noi,m come diciamo nel libro, ci piaceva tantissimo poter restituire alle donne ed anche agli uomini qualcosa di più reale, perché come diceva Francesca Brezzi, tutti e tutte si possano riconoscere. Per me la cosa più bella è sentire che una persona che dice di non essere teologa, dice che si è riconosciuta. Vorrei che si riconoscessero tutti e tutte in questo tipo di rilettura della mistica. Quando è uscito il libretto in America latina, l’ho fatto vedere ad una donna che non sa leggere e scrivere ed ha visto la copertina che nell’edizione dell’America latina è più allegra. Voi siete molto seri, noi siamo più contenti. Questa donna ha guardato il libro e ha detto: che bello. Per noi questo è importantissimo. Lei non sa leggere e scrivere, non sa chi sono Caterina e Teresa perché non entrano nella sua cosmovisione. Ma per noi dire: che bello è già un gesto mistico e credo che dobbiamo scambiarci questi tipi di esperienza per incominciare a fare una rilettura critica, come diceva Francesca Brezzi (che poi è un tipico criterio femminista).

Sulla questione del femminismo. E’ vero che probabilmente noi ritraduciamo anche il termine, però per noi è importantissimo. Non abbiamo mai considerato il femminismo in negativo. Ci sembra importante, se noi abbiamo potuto riprendere questo contatto con queste due figure io credo che lo dobbiamo alla storia di altre donne che hanno dovuto sfondare delle porte; a volte forse neanche loro avrebbero voluto essere tanto violente, ma lo hanno dovuto fare e noi dobbiamo riconoscerlo. Ci sono diversi modi di essere femministe. Un modo importantissimo per noi donne è essere solidali con le donne. Voi qui siete abituati a modi ideologici, ma ci sono modi di solidarietà con queste categorie di persone, con le donne, con i popoli, con altra culture, con altre religioni. Per noi è importante riconoscerle anche come un gesto di gratitudine perché non ci saremmo mai avvicinate a queste due figure, perché nelle scuole di teologia non si insegna il femminismo e uno deve ripercorre una storia anche da sola e deve nominarlo: non bisogna aver paura.

MASSIMO ORLANDI

La domanda per Gisélle è questa: io ho avuto la sensazione che questo libro nasca da un’urgenza, da un bisogno. Vorrei capire come è stato concepito, com’è maturata quest’idea dentro di voi, perché avete avuto bisogno di raccontare queste due figure attraverso il libro.

GISELLE GÓMEZ

Per noi sperimentare Teresa e Caterina come ispirazione della vita ci ha fatto sentire la necessità di condividere con gli altri e con le altre questa nostra esperienza.

Quando leggerete il libro vedrete che parliamo di archetipi. Usiamo questo termine, che è quello usato da Jung quando parla degli archetipi. E ci pare importante riconoscere la presenza di Teresa e di Caterina come archetipi ispiratori per le persone. E vorremmo che ispirassero non solo noi.

L’esperienza di trovare non solo in noi, ma nella gente non solo il desiderio di condurre una vita più piena, ma anche rotture, ferite, insoddisfazione, che è il bisogno di tutte le persone di sentirsi toccate, accarezzate da qualcuno, non ci permette in alcun modo di trascurarle, ma richiede di dire questa sono io e questa parola, questa vita voglio condividerla con gli altri.

Nel IV capitolo del libro, verso la fine, utilizziamo un testo di Clarissa Pinkola Estès, una donna in ricerca, in un libro che si chiama “Donne che corrono con i lupi”, e mostra come noi possiamo riscoprire noi stessi, fa una sintesi di come noi donne ci sentiamo rotte dentro, con mancanza di vita, di sintonia con noi stesse, incapaci di riscoprirci come donne e come persone e l’esperienza che interessa è Caterina; e lo proponiamo perché ci ha ispirato e sentivamo che dovevamo dedicare questo testo che a noi ci ha ispirato.

MASSIMO ORLANDI

Shahrzad mi perdonerà se la faccio ancora aspettare, ma noi dobbiamo far entrare in scena Caterina e Teresa e qui forse è l’aspetto più spiazzante del libro, perché, in modo diverso da quello che uno potrebbe aspettarsi, non c’è la biografia, né la descrizione dei fatti, delle opere, del cammino di vista. Ci sono delle tracce, simboliche, del percorso di vita, mas Antonietta e Giselle chiariscono molto bene che non si tratta di prendere esempio e di imitarlo nella propria vita, ma di fare qualcos’altro. E’ il tema dell’archetipo. Caterina e Teresa non devono essere paradigma, ma modelli e forze interiori, strumenti di comprensione interiori. Ci si entra in contatto con la solidarietà femminile. E’ un passaggio chiave e vorrei che Antonietta ce lo spiegasse.

ANTONIETTA POTENTE

In una certa tradizione teologica e spirituale esistono dei modelli che quasi sempre sono abbastanza esteriori. Con rispetto a Cristo,m sempre si è parlato di imitazione come se fosse una tensione per imparare dei gesti, dei modi di stare, a noi sembrava che queste due donne e tante altre che ciascuno può scoprire nella sua vita, non si impongono come modelli. Forse per riscoprirli noi dovremo guardarci più dentro e riscoprire che queste sono forze non sono modelli. La santità non è così egoista come noi pensiamo, così esclusivista, come noi pensiamo secondo una certa teologia della perfezione. La santità è di tutti e di tutte per cui se ci guardassimo dentro, troveremmo queste energie piene di desiderio (sono termini che usano tutte e due). Questo per noi è importante per regalarlo agli altri e alle altre che leggeranno. Ci sono molti punti di sospensione nel libro. Questi puntini li abbiamo lasciati perché ciascuno e ciascuna aggiungesse quello che sente e perché cercasse. Non solo perché non è un testo esegetico su Caterina e Teresa . Forse, anzi ne sono certa, lo avremmo potuto fare, ma non è uno stile latino americano. Quando c’è la possibilità di scrivere o di tradurre, chi scrive e traduce sente tutta la forza e l’energia come se fosse lo spirito dal di dentro che incomincia a farti sentire protagonista. Loro due ci hanno fatto sentire protagoniste dei nostri carismi, delle intuizioni che nella tradizione sono grandissime, ricchissime. Ciascuno, uomini e donne dovrebbe cercare queste tradizioni dentro, perché se sono tradizioni davvero sono tradizioni che esistono sempre, in qualsiasi cultura, in qualsiasi contesto storico. E questo ci sembra importante poterlo dire.

MASSIMO ORLANDI

In un altro punto voi dite di sentire Teresa e Caterina in complice sintonia esistenziale. Forse è davvero il momento di farle entrare in scena e di capire in che cosa consiste questa sintonia che avete trovato. Cosa avete trovato come energia creatrice per l’oggi: sono sempre vostre espressioni rispetto a quello che vivevano queste donne tanti secoli fa. Si va indietro di oltre 600 anni per Caterina e di un secolo meno per Teresa, ma siamo sempre molto lontani.

ANTONIETTA POTENTE

Io sarò brevissima. Questa forza di osare qualcosa. Lo dico per Caterina, ma credo che lo posso dire anche per Teresa. Queste due donne hanno osato moltissimo. Hanno osato con Dio, con la chiesa con le loro intuizioni molto riformatrici, hanno osato con i loro contemporanei, le loro compagne di cammino. Caterina è più simile ad alcune donne latino americane che vogliono imparare a leggere e scrivere, perché lei non sapeva leggere e scrivere, e studia tutto perché qualcuno glielo possa insegnare. La tradizione dice, ci sono anche degli affreschi, che Gesù le insegna a leggere il breviario. Sicuramente questi affreschi li avrà fatti un prete, perché in quel tempo il breviario non c’era. E’ importante questo osare tutto quello che un certo tipo di società forse non le aveva offerto e la cosa bella è che osano attraverso il mistero, toccando questo mistero. Per me assomigliano a molte donne della bibbia e a moltissime donne reali che ci accompagnano nel cammino.

GISELLE GÓMEZ

Uso un’altra categoria femminista, che è la capacità di trasgredire per rendere onore alla vita. Mi spiego: sento che l’intuizione più grande di Teresa di Gesù è ciò che conosciamo storicamente come la Riforma del suo ordine. E da questa intuizione abbiamo un avvicinamento profondo a Dio, al Sacro. In questo avvicinamento scopre che Lui è più grande di tutto.

C’erano i confessori e la gente che la circondava che dicevano che non poteva continuare con la Riforma e ricordavano quello che aveva ascoltato da San Paolo, quando dice che le donne non devono predicare nell’assemblea. E si convince che quello che dice San Paolo, la parola, non ha niente a che vedere con la fondazione. E in questo momento sperimenta che Dio le dice che non serve che dica ai confessori che segue solo una parte delle cose scritte, la scrittura ha detto molte cose. E’ solo per dare un esempio; nella sua vita incontriamo la scoperta che va facendo progressivamente di un Dio che è più grande di quello che le presentano i suoi confessori e i suoi teologi. Era molto critica nei confronti di ciò che le avevano raccontato. In questo avvicinamento a Dio è capace di scoprire che la vita stessa è molto più grande di quello che può conoscere attraverso gli strumenti ufficiali, e ne possiamo incontrare una testimonianza profonda nel Castello interiore, quando indica questo spazio molto grande.

MASSIMO ORLANDI

Dopo aver introdotto Caterina e Teresa è momento di prendere un altro aspetto del libro. Nel libro si parla dell’esigenza da parte di chi fa una ricerca spirituale mistica di muoversi attraverso orizzonti geografici o anche interiori, comunque si parla di nomadismo. Siamo approdati con loro in America latina; ora portiamo queste riflessioni di due mistiche della civiltà cristiana alla riflessione di una teologa iraniana, con una formazione molto diversa. Vorrei sapere che cosa le suggerisce questa riflessione.

SHAHRZARD HOUSMAND ZADEH

Innanzi tutto mi sento molto in consonanza con quella donna latino americana analfabeta che vedendo il libro ha detto: che bello!. In questo campo anch’io mi sento analfabeta. Cerco di capire ma a volte il linguaggio, la comprensione è diversa. Ha bisogno di una traduzione delle diverse religiosità. Ho trovato il libro bello pensando a questa immagine delle donne che cercano con delicatezza di sciogliere i nodi e poi ho apprezzato la bellezza - non molto usale - di vedere un libro scritto da due donne che non ti lascia capire quale parte è stata scritta da una e quale parte dall’altra.

Ho cercato di capire quale passo l’avesse scritto Antonietta e quale Giselle. Questo mi ha già fatto entrare nella loro mistica, perché in fondo la mistica è assolutamente potersi aprire, poter ascoltare, per arrivare magari a potersi unire in un modo o in un altro. L’unità che ho visto in loro è trasmessa in tutto il libro. Questo per me è stato il primo approccio alla loro mistica. Quello che vedono queste due sante, per me è stato uno stimolo a rivedere anche la mistica del mio Testo e della mia religione. Quando ad esempio dice che Dio è più grande di quello che dicono i teologi o anche i filosofi; e poi diventano, loro che erano formalmente analfabete, “il libro” per lo studio nei secoli su di loro, questo lo vedo riflesso nella mia religiosità. Perché Allah porta verso questo messaggio. Non solo Dio è grande, ma Dio è sempre più grande. Di tutto quello che si dice e si può immaginare o toccare è sempre più grande. Usare poi le immagini di queste due mistiche per trovare una spinta e per conoscerci e non cogliere soltanto un’immagine da imitare; questo ritrovarsi dentro mi ha fatto ricordare di nuovo un passo della mia religione, della tradizione islamica, dove dice (ho dovuto meditare per anni sul suo senso vero): in verità chi conosce se stesso conosce il suo Dio. Antonietta e Giselle ci invitano, con queste due figure, a giocare con la profondità della vita (è molto bello ciò che dicono nel libro), a rileggerci dentro, a trovare Dio dentro di noi. La santità per tutti, è quello che ci insegnano e ci fanno meditare. E’ una strada aperta per tutti. Questo di nuovo lo rivedo nel mio testo sacro, il Corano. Di solito il Corano chiama e ci si rivolge come: o voi esseri umani, senza specificare la forma maschile o femminile. O voi figli di Adamo, O voi uomini, ma non nel senso maschile perché in arabo la parola indica la complessità. C’è un versetto che dice (visto che per noi musulmani il Corano è anche un miracolo nella forma letteraria, a volte io ci tengo a leggerlo come una poesia): o tu essere umano: donna, uomo, cristiano, musulmano, persiano o latino americano o italiano, occidentale o orientale, in verità tu sei in cammino faticoso verso il tuo Signore, ma sappi che alla fine lo incontrerai. Quasi faccia a faccia ci vuol far capire. Questa per me è la strada della santità presentata dal Corano. Con la speranza e la perseveranza, arriverai.

MASSIMO ORLANDI

Questo libro nasce per le donne, per questo parliamo al femminile, Ma senza dubbio è anche per gli uomini che sono in sintonia con la stessa ricerca e la stessa sete, con il desiderio di avvicinarsi nudi al mistero. In quattro righe all’inizio c’è una dedica e un pensiero che vorrei che Antonietta allargasse dicendo questo: che cosa avete pensato che Caterina e Teresa potesse dire alle persone che sfoglieranno il libro. In che modo vi siete poste come intermediarie rispetto al vissuto, al pensiero, alle fatiche di queste due sante.

ANTONIETTA POTENTE

Che le persone credano che sono molto più belle di quanto fanno credere certe sintesi che altri fanno su di loro. Io credo che questa santità (di cui adesso ascoltavamo in altra lingua e che si ritraduce in questo faccia faccia con Dio) si dà tutte le volte che una persona riscopre che è protagonista. Per cui che sia una donna o un uomo, occidentale o orientale, di una religione o di una cultura, personalmente credo che nei cammini dei popoli ci sono sempre queste grandi intuizioni di volere essere o di voler sentire che qualcuno pronuncia il tuo nome. E a volte ci sono persone che non sentono mai pronunciare il proprio nome. Credo che Teresa e Caterina, nella loro storia, per essere donne, certamente, o sentivano pronunciare male il loro nome o forse non lo sentivano nemmeno pronunciare e prendono invece questa iniziativa: si fanno dare un nome da Dio. E’ una iniziativa di vita. Credo che a noi davvero ci consegnino di continuare, di fare tradizione: di continuare a prendere questa iniziativa di vita. Se a noi due hanno fatto quest’effetto, perché non possono farlo agli altri? E’ una grande gioia sentire che il tempo si può superare. Io non sono una donna del Trecento. Giselle non è una donna del 1500. Il tempo si supera quando qualcuno ti restituisce davvero il nome, la voglia di prendere parte alla storia. Certo l’abbiamo scritto per le donne, forse anche per abituarci ad un altro linguaggio. Però io credo che non è solo per le donne e gli uomini è per la creazione. Quando una persona è contenta pensa sempre che quello che da gioia lo deve dedicare ad altre persone. Se a noi queste due donne ci hanno dato gioia (e la danno a tante altre donne che seguono queste spiritualità) lo dovevamo condividere. Già altre volte con Giselle abbiamo scritto che questi non sono spazi privati. Questo è quello che ci dobbiamo scambiare non solo nell’ambito religioso, ma anche politico, sociale. Questi sono spazi di vita e bisogna allargarli e nessuno è maestro o proprietario di questi spazi. Bisogna farli circolare. Se a qualcuno non piace l’esegesi nostra sui testi di Caterina e Teresa, sulla simbologia, non importa. La vita non si risolve con queste esegesi chiuse. La vita è molto più grande, come diceva Giselle, come Teresa c’insegna. Questi spazi così grandi, circolari, non gerarchici, per cui davvero per noi (forse nessuna delle due sa danzare molto bene) è una danza. Teresa e Caterina ci hanno invitati per cui invitiamo altri che danzeranno sicuramente meglio di noi due.

MASSIMO ORLANDI

Una domanda riprendendo uno spunto di Shahrzard sul fatto che questo libro lo avete scritto in due, che non è una cosa così comune: scrivere insieme e non scrivere e mettere insieme che è una cosa diversa. Anzi è scritto a quattro voci, perché ci sono anche le voci di Caterina e di Teresa che vengono inserite nel libro, senza mai indicare chi ha parlato delle due. Uno poi se lo può andare a cercare nelle note. Perché la composizione risulti corale. Credo che non sia soltanto una scelta di metodo, ma una scelta di contenuti e di stile per creare questo rapporto tra donne e anche tra donne diverse. Vorrei chiedere a Giselle: come siete riuscite in questo senza scendere a compromessi. Come si lavora insieme per scrivere?

GISELLE GÓMEZ

Si lavora, lavorando. Abbiamo condiviso le nostre nostalgie, i nostri desideri, la nostra maniera di comprendere la vita, e questo ci ha fatto venire il desiderio di condividere con altre persone e di scrivere insieme per altre persone.

E’ evidente che per scrivere insieme si deve avere una sintonia perché il rischio è di compromettere qualcosa, di perdere uno o un altro aspetto: la sintonia è un presupposto importante.

Un aspetto importante per noi è stato usare un linguaggio alternativo non solo perché scriviamo al femminile, (volevamo scrivere alle donne), ma anche perché abbiamo voluto esprimere la solidarietà tra le donne e con le altre persone.

MASSIMO ORLANDI

C‘è anche un’altra componente che entra in questo percorso di donne ed è la componente Sud America. E’ la vita in cui Giselle è vissuta e quella in cui Antonietta è stata adottata. Come la presenza di quel tipo di vita, di mistica, di rapporto con il mistero entra in questo libro e che cosa ci insegna?

FRANCESCA BREZZI

Stavo pensando proprio adesso alle loro parole. Abbiamo tante voci, adesso qui abbiamo fisicamente lo spagnolo, l’arabo, la religione islamica. Fisicamente noi assistiamo a un gioco di traduzioni che non è semplicemente la traduzione da una lingua all’atra. E’ molto di più. Noi ci sforziamo di mettere in atto una traduzione. Noi ci troviamo di fronte, per citare un filosofo che mi è caro, ad una sorta di ospitalità linguistica. Noi abbiamo l’ospitalità linguistica sia perché si tratta di tradurre i contenuti di culture altre e sia oggi con Shahrzard abbiamo una sorta di ospitalità interreligiosa. Noi dobbiamo realizzare una relazione interreligiosa. Le teologhe latino americane lo stanno portando avanti in maniera esemplare, perché ci offrono dei contenuti che se a noi suonano anche tradizionali vengono tradotti in termini completamente diversi che ne danno anche la profondità. Ne abbiamo avuto un esempio adesso. Per esempio questo concetto di spiritualità a cui accennava Antonietta. Il concetto di spiritualità presente nel loro libro e, per quel poco che io ho letto, presente nelle teologhe latino americane, è un concetto molto diverso da quello male inteso che noi della cultura occidentale abbiamo, della spiritualità che si contrappone alla corporeità. Un malinteso platonismo e un malinteso cristianesimo. Quella di cui parla il libro e le teologhe latino americane è una spiritualità intesa come trasformazione del mondo, cioè come prassi. Io dico prassi politica intendendo politica nel senso autentico della parola, e quindi come prassi di trasformazione del mondo. La spiritualità di cui le teologhe latino americane sono portatrici è appunto, come diceva prima Antonietta, una spiritualità, intesa come azione trasformatrice, vogliamo dire anche rivoluzionaria? Non abbiamo paura delle parole: un’azione trasformatrice della società e quindi con uno sguardo all’eco femminismo, uno sguardo di attenzione e di cura per la terra, che io ho ritrovato in questo testo. Lasciamo riposare la terra. Questa cura per la terra che ha i suoi tempi di maturazione. Dalla cultura latino americana abbiamo da imparare veramente molto, perché questa è un’attenzione che dobbiamo recuperare, riattingere perché altrimenti ci troviamo in questi situazioni di disastro ambientale.

MASSIMO ORLANDI

Forse è il momento di alzare un po’ lo sguardo sull’attualità e di vedere questa donna del 2006 e il suo ruolo nella società. Ritrovo una frase di Giovanni Vannucci che diceva oltre 30 anni fa: la rinascita del femminismo è un fatto importante. E’ Dio che si risveglia attraverso la donna e che vuole una società più umana più aderente alla vita. Mi pare che ci sono tante situazioni in cui questo non avviene. Che cosa la donna latino americana, occidentale, dell’oriente può fare; quali energie può liberare per ampliare un po’ questo orizzonte omologante, soffocante, pesante che respiriamo.

ANTONIETTA POTENTE

Io credo che probabilmente la risposta stia in relazione con tempi differenti. Io sento che c’è un filo comune, e un filo non del 2006. La donna sempre, credo, ha fatto storia, ha tessuto storie in tutti i momenti, dalla preistoria fino ad oggi nei differenti ambiti religioso, politico, sociale, culturale. Il problema è non volere considerare questa storia. E noi donne abbiamo spinto perché ci dicessero: vi facciamo entrare. Adesso, per lo meno in America latina, abbiamo un’altra strategia che non è aspettare che ci invitino. E’ un po’ la strategia dei popoli indigeni che è la strategia di non chiedere permesso più a nessuno e prendere questa iniziativa che sempre hanno avuto. A me non piace che uno venga a dire: adesso ti do la parola. Quando ho qualcosa da dire, lo posso dire. E’ quindi una solidarietà delle donne tra loro per darsi o, come si dice anche nell’ambito del femminismo, ridarsi il potere. Cioè ce lo diamo tra di noi così come i popoli indigeni: le culture, le religioni non aspettano che il potere venga dall’alto, ma glielo danno le persone che veramente amano la vita, vogliono prendersi cura davvero della vita. E questo fa camminare la storia. Certamente il problema è degli altri che non vogliono riconoscerlo, però per noi questo è uno spazio certamente privilegiato. Credo che anche nell’esperienza di scrivere il libro insieme, quando parliamo di sintonia, è aiutarsi: io ti do il potere di scrivere e questo potere lo diamo ad altre persone, in questo caso donne e uomini, anche a quelli che non sanno scrivere e leggere. Per lo meno vedono la copertina con tutti i colori, che sono l’immagine della vita di tante donne in ogni parte del mondo. Possono dire: Che bello!” qui ci siamo anche noi. Credo che questo sia importante.

C’è poi il problema del riconoscimento e delle paure: io credo che gli uomini, più che non riconoscerci (adesso magari ci riconoscono troppo), abbiano paura, soprattutto negli ambiti del pensiero, della riflessione, nella vita quotidiana, pubblica, politica di tante culture e di tanti popoli. Però ci siamo sempre state. Noi ci siamo sempre state. Come ci sono sempre state le religioni. Non è che ce n’è una più in alto e una più in basso. C’è un Dio un po’ più interessante ed un altro meno. Ci sono sempre stati questi lineamenti di Dio così ecologico e così femminile e così multiculturale e così indigeno come adesso stiamo cercando. Credo in questa autorità: una persona che nessuno considera, mi può dire: scrivi e questo è uno scambio importantissimo. E’ bello che mi possa invitare in questa danza o a tessere.

GISELLE GÓMEZ

Finendo il libro, abbiamo pensato di non fare conclusioni. E non le abbiamo fatte perché vogliamo invitare a cercare, che ciascuno e ciascuna ricerchi il proprio cammino. Queste sono conclusioni.

Mentre facevi la domanda e Antonietta rispondeva ho pensato ad una canzone di un cantautore nicaraguese, Luis Enrique e che si chiama la negra Maria. E’ una canzone che scrive per sua madre e una parte della canzone dice: si alza, si mette il grembiule, si prepara a celebrare la messa nell’altare maggiore della cucina. Penso che questo sia il contributo che noi donne possiamo dare alla vita. E’ come dire no al dualismo. Ogni spazio è sacro. Ogni realtà è un luogo dove si manifesta, dove sta e ogni cosa ha l’anima, anche se la parola non mi piace molto per la tradizione neoplatonica. Però ha vita, ha armonia, ha desiderio e io credo che questo sia il contributo che noi possiamo dare alla vita.

SHAHRZARD HOUSMAND ZADEH

Siamo state presenti, come dice Antonietta. Adamo ha avuto accanto Eva. La parola Eva in arabo contiene la radice della vita. Come siamo state presenti! Solo una piccola nota, perché avete avuto altre notizie sulle donne musulmane, allora io vi dico quello che penso. Come donna musulmana non ho sentito molto l’esigenza del femminismo, perché, riferendomi al testo Cranico, non ho trovato difficoltà. Riferendomi alla storia del peccato di Adamo, vi sembrerà strano ma per me la prima mistica è stata Eva. Il Corano così racconta la storia: Dio dà la libertà a questi due, Adamo ed Eva, di girare nel giardino e proibisce di mangiare il frutto di un albero. Questo è il racconto che si trova anche nel Corano, ma con una differenza. Stanno bene in armonia, in unità e pace. Trovano tutto quello che vogliono, ma a un certo momento è Adamo che sceglie di andare verso l’albero proibito. Non è Eva nel Corano. Adamo va e decide in libertà e coraggio, avendo avuto Eva accanto ritrova libertà e coraggio anche di peccare e andare verso l’albero proibito. Adamo va verso l’albero; Adamo pecca ed il Corano dice: anche Eva mangia. E’ strano, ma Eva mangia insieme al suo amato. Dopo il Corano dice che Adamo ha dovuto essere perdonato. Qui non nomina di nuovo Eva, perché Eva non ha avuto bisogno del perdono, ma solo misticamente si è fatta così uno con il suo amato, che è andata insieme a lui: ha fatto unità anche qui con Adamo e poi è scesa sulla terra, ha lasciato il Paradiso, con lui. Io vedo già la mistica in Eva e non ho difficoltà di pensare che il peccato è entrato con il lavoro di una donna. Nel mio testo questo non c’è. Poi sono ancora presenti e come, le donne. Perché il profeta Muhammad, se non avesse avuto due donne accanto, lo dico cn coraggio, non sarebbe mai arrivato dove è arrivato. Due figure come Khadija che è stata la moglie, ma che non ha solo protetto e aiutato, ma ha creduto in lui prima che fosse stato scelto. Khadija ha creduto in lui quando aveva solo 25 anni e si è innamorata di lui e l’ha scelto come sposo, avendo 15 anni più di lui. Ma ha creduto in tutti questi passaggi difficili della vita del profeta, non solo dopo, ma prima della sua elezione. Un aiuto essenziale e poi anche Fatima, la figlia, che addirittura viene nominata la madre di suo padre. E per il cristianesimo: Gesù figlio di Maria. Quasi sempre il Corano dice: Gesù figlio di Maria. Allora le donne sono presenti e come!. Solo che il mondo non gira come dovrebbe. L’esegesi dei testi e l’interpretazione è stata spesso nelle mani degli uomini. Ma noi, come dice Antonietta, con coraggio quando abbiamo da dire qualcosa la diciamo per testimoniare non una lotta, ma una pace che richiede il ritorno alla sincerità ed alla verità.

MASSIMO ORLANDI

Se ci sono delle domande…La qualità dell’ascolto testimonia che avete ascoltato con piacere e con attenzione e spero anche con gioia.

Intervento

Bueno. Buona sera. Sono Maria Maddalena e vengo dall’Honduras, sono indigena dal nord dell’Honduras. Stando qui alla presentazione di questo libro mi sembra tornare a vivere o forse di continuare a vivere e di poter continuare il mio cammino: perché per noi donne indigene la vita è molto importante e noi stesse siamo le datrici e le portatrici di vita fin da quando nel nostro ventre teniamo un figlio e quando lo allattiamo. Anche pensando a tutte queste donne che per più di duemila anni scrivono questi libri significa ritrovare forza, specialmente per me stessa, perché vengo in Honduras da una lotta molto forte e sono di quelle donne che corrono con i lupi. E tutto per la difesa della nostra Terra, della nostra madre Terra. E la difesa della vita umana perché il nostro popolo indigeno è assassinato per la difesa dei nostri diritti. Non so se c’è il tempo che posso permettere di mostrare la mia inquietudine, le mie ispirazioni. Il libro ripercorre gran parte delle culture latino americane e mi piacerebbe che potesse essere socializzato nelle nostre comunità indigene dove ci sono tante donne sognatrici, ansiose di seguire una lotta equilibrata, di essere ascoltate. Nel nostro Paese il Governo ha molta paura del femminismo, della lotta delle donne, che passo a passo le donne portano avanti. Non so perché sono qui, ma c’è un motivo, per la repressione e tutta la violenza che sta soffrendo il nostro popolo nel nord d’Honduras ed in particolare la mia famiglia. E’ una storia molto lunga e triste e desidero condividerla. Sto qui perché sono una donna che dall’età di 12 anni, ora ho 39 anni, lavora per il suo popolo e per i 9 popoli indigeni dell’Honduras. Ora sono molto perseguitata e minacciata da quelli che occupano la nostra terra e sono qui in Italia per richiedere asilo politico. Ora ho un appuntamento per un secondo colloquio con la Commissione che mi farà domande e esaminerà i documenti. Ho grande speranza. Sono molto inquieta e spero che il libro mi ispiri molto perché negli ultimi giorni sono stata depressa. Ma il libro è stato come un analgesico, una pomata che mi fa tornare a respirare a tornare alla vita. Sento che sto lottando non per me stessa, ma per gli altri, per molti bambini ed anziani e per tutta una cultura millenaria che dopo la conquista spagnola è sopravvissuta per più di cinquecento anni e abbiamo bisogno di spazi per continuare a vivere.

Intervento

Io volevo tornare al libro. Non conoscevo Teresa, poco Caterina. Io vengo da un’altra tradizione religiosa, sono una buddista. Dal momento che mi sono sentita interpellata come donna ad entrare in questo circolo donne, mi chiedo come posso riempire le righe bianche, le pagine bianche che avete lasciato nel libro.

MASSIMO ORLANDI

Grazie Marina, mi sembra il modo migliore per completare questa serata senza chiuderla.

ANTONIETTA POTENTE

L’intervento di Maria non è certo estraneo al libro. Noi che viviamo in America latina conosciamo queste situazioni. Non significa passare ad altro tema. Il libro può essere una consolazione per donne che davvero si alzano a volte con depressione, perché davvero non sanno trovare soluzioni ai loro problemi.

Per rispondere a Marina io credo che anche il femminismo è un’esperienza del sacro, e la vita è un’esperienza sacra e sentire che ci sono delle donne che chiedono di aprire gli spazi circolari per salvarsi è un’esperienza sacra. Così come ci sono dei popoli che devono aprirsi per salvare la loro vita. Che piaccia o non piaccia ai loro Governi, queste emigrazioni forzate aprono spazi sacri. Questo sarà il circolo. Noi lasciamo le pagine in bianco non per errore, ma perché vorremmo che queste cose circolassero. Ma non devono circolare solo le idee. In certi ambienti prima circolano le idee e poi si aprono gli spazi, invece prima deve circolare la vita, i diritti, la possibilità di creare spazi alternativi, punti di incontro dove non solo Dio non ingombra, ma anche gli altri non occupano tutto lo spazio di Dio perché per fortuna come ci ricordava la nostra amica, Dio è sempre molto più grande. Io credo che bisogna cambiare.

GISELLE GÓMEZ

Quando ascoltavo Maria non potevo impedirmi di pensare che altre persone che conosco allargano il circolo Penso che serva la solidarietà. Penso alle donne del mio paese, dove ci sono guerre, uragani, terremoti; quando muore una mamma con sei figli, la vicina prende cura dei sei figli Io credo che il femminismo sia un’esperienza sacra perché nella ricerca di un altro mondo possibile incontriamo la stessa luce, lo stesso desiderio, gli stessi sogni che ha Dio.

MASSIMO ORLANDI

Vorrei ringraziare le nostre relatrici dedicando una frase di una religiosa, di sorella Maria di Campello, che da un piccolo convento sperduto nell’Umbria corrispondeva con Gandhi. Una bellissima figura di donna che sapeva dialogare con la natura e con le persone senza guardare alle loro provenienze religiose: ogni donna degna di questo nome deve sempre esprimere armonia, deve saper trovare la parola che giunge al cuore

7/ Echi di mondi lontani - 16/5/06

Echi spirituali e politici di mondi lontani
di Antonietta Potente

Il titolo del canto che ora ascolteremo è “Il cammino delle comunità aymara e quechua”. È un canto dove, io credo, si fa teologia, perché si parla di Dio e della storia. Questo Dio ha differenti volti, e questo ci può introdurre nel nostro tema. Vorrei che questa non fosse solo una conferenza, ma anche un momento di scambio per aiutarci a vivere. Ci sono varie forme per aiutarci a vivere e una è quella di scambiarci delle idee, dei pensieri, dei sogni, delle intuizioni. Questo è un momento propizio per farlo, anche se a volte sembra che parlare di queste cose non sia una novità. Ma noi non siamo qui per dire delle novità, ma per aiutarci a vivere bene.

Canto (Leon Gieco)
Ruta del coya

Dios sol, Dios agua
que cae del cielo gris al alma
Viento que arrastra voces que no se quieren ir
Rio que se llevò sangre, barro y paja por sueňos

Dios sal, Dios lagrimas
Un horizonte en cruz en Jama
Allà bien alto, donde el metal no alcanza,
crecen tus alas, nieve quieta y naciente el alba

Dios luz, Dios luna
Un campo de estrellas, altura…
Rosa de estos vientos en America inmolada
Ruta del coya, rabia de siglos en marcha

Dios paz, Dios guerra
Le dan sepoltura en tierra
Van reclamandole una primavera por nacer
Muerte y salvacion por el camino del angel

Dios da, Dio quita
Le cuesta ver donde està la herida
Nunca hubo un lugar
Donde se la pueda preguntar


Questa sera cercheremo di allargare, allungare e fare più grandi i circoli della nostra vita. Noi ci aiutiamo anche quando accogliamo idee che ci vengono da altre parti del mondo e per questo motivo ho pensato che ci possiamo incontrare attorno agli echi storici, concreti, che ci stanno venendo da altre sapienze e da altri contesti sociopolitici.

Sono necessarie però alcune premesse per condividere il linguaggio.
In questi ultimi anni, nelle mie riflessioni, io uso spesso due termini che mi accompagnano per aiutarmi a capire: il termine ‘mistica’ e il termine ‘politica’. In realtà non credo che siano due aspetti differenti: potremmo scambiare tutta la forza di questi due termini per imparare a vivere in un altro modo. Non è una novità sentire che oggi si parla di mistica dell’economia, di mistica del lavoro, di mistica in tutti i differenti campi e quindi anche nell’ambito politico. Come mi piacerebbe rivitalizzare questi termini per aiutarci a vivere oggi e non per piangere o per lamentarci che la mistica sia assente. Vi spiego cosa intendo, insieme ad altre persone, quando uso questi due termini.

Considero la mistica come un’esperienza cosciente delle dimensioni storiche, personali e collettive più profonde. La mistica fa parte della storia, che però bisognerebbe considerare in altro modo includendovi aspetti meno conosciuti e più inediti che fanno parte della realtà. Mi riferisco alla mistica come a un’esperienza esistenziale del mistero. Il mistero intuito come la profondità della vita. Alcuni quando parlano della mistica dicono che è la dimensione ultima. Io credo che sia vero, però non ultima verso l’alto, ma verso il basso, ultima perché è la possibilità che abbiamo di toccare più dentro possibile nella vita delle persone, negli avvenimenti storici, negli avvenimenti di una comunità credente, nello scambio della fede. Dobbiamo imparare a toccare queste dimensioni per poter vivere in un altro modo. Dico che è un’esperienza esistenziale per evitare un significato puramente teorico. E’ esistenziale perché serve per vivere, per trovare altri modi di vita, altri modi per costruire relazioni.
Ma il mistero non è solo la dimensione ultima verso il basso, ma è anche – e qui seguo la tradizione più classica – l’esperienza di qualcosa che non si può semplicemente dire: la radice del termine greco ‘mus’ significa infatti ‘mantenere le labbra chiuse’. Sappiamo infatti che il linguaggio è insufficiente. Io ho sempre più l’idea (può darsi che mi sbagli) che quando noi diciamo qualcosa sulla storia nostra e degli altri, il linguaggio risulta insufficiente e forse è meglio restare silenziosi. E credo che in questo restare silenziosi si salvi qualcosa. Io non credo che la predicazione consista nel dire delle parole (anche se dicendo così vado contro il mio carisma di domenicana), perché non credo che le parole salvino le persone. Il silenzio è quello che ci permette di sentire le dimensioni più profonde della storia degli altri, della nostra storia: Dovremmo parlare solo per accompagnarci a fare più silenzio.

Se percepisco la mistica come un’esperienza del vissuto di ciascuno, è chiaro che l’avvicino al termine ‘politica’. Credo che sia necessario far entrare questa logica della dimensione più profonda nell’ambito della politica. Come intendo questo termine ‘politica’? Come la dimensione collettiva, comunitaria, la dimensione d’insieme della nostra vita: una responsabilità e una maturità nel circolo della vita. E’ la dimensione dove si giocano le differenze di tutti i soggetti che sono nella vita, riconosciuti o no, e che fanno parte di questo circolo che è vitale. In questo momento storico io credo che bisogna imparare a riorganizzarsi in circoli. E non mi riferisco a realtà come l’Azione Cattolica (queste cose non le conosco), ma mi riferisco a una posizione circolare tra pari che dobbiamo cominciare a riscoprire. Forse l’abbiamo vissuta o ne abbiamo avuto l’intuizione, ma spesso qualcosa ci ha impedito di metterci realmente in questa posizione circolare. Invece credo che ora sia urgente, perché la vita circola e può continuare ad essere vita se circola.

Di per sé, credo che la divisione tra questi due termini, politica e mistica, si debba a una mentalità, a certe interpretazioni della storia che li hanno tenuti separati; volontariamente separati, proprio per rompere il circolo della vita e disporla tutta gerarchicamente. Se si vuole organizzare la vita per gradi, occorre rompere il circolo e ordinare le cose in un altro modo, separando questi due termini.
In questo momento storico questi due termini potrebbero rappresentare l’ispirazione per vivere in un altro modo: riprendere confidenza con la politica nel senso ampio della vita d’insieme, degli insiemi storici, degli insiemi istituzionali, avendo questa tensione profonda, vivendo questa dimensione interiore.

Cosa ci autorizza oggi a parlare di queste cose, di mistica, di politica, della storia, delle sapienze e delle etiche dei popoli, cioè di comportamenti differenti dentro la storia?

Io sento sempre di più che non possiamo parlare invano. Sappiamo che per parlare dobbiamo avere un mandato, ma non da qualcuno che pensa di darci un ordine. Cosa ci autorizza a stare qui, cosa ci autorizza ancora a fare politica, in Italia dove si è vissuto un parto difficile (e continuano i dolori del parto), in Bolivia dove c’è stato un parto difficile ma bello e adesso siamo felici, non ingenuamente, perché abbiamo dei motivi per stare contenti intorno al frutto del parto? Cosa davvero cerchiamo stando qui e scambiandoci questi sogni, queste idee, se non vogliamo perdere tempo in discorsi oziosi?

Non vorrei che il nostro tema “ascoltare echi di mondi lontani”, fosse semplicemente la risposta al desiderio di avere notizia di ciò che accade in altre parti del mondo. Notizie di questo tipo ne avete moltissime, più di quelle che abbiamo noi che viviamo in quelle parti del mondo. Se poi voleste davvero percepire che cosa sta succedendo là, dovreste invitare una persona che appartiene per sangue a quelle terre, paesi e popoli.

Vorrei invece che ci aiutassimo a fare una lettura più profonda e a interpretare questo spazio storico che ci circonda tutti e tutte e che anche a voi tocca vivere, seppure in modo diverso. Quasi sempre in questi ultimi anni ci hanno insegnato che ciò che ci tocca di più sono le leggi economiche e sociali, dettate da gruppi privilegiati oligarchici, politici, finanziari, transnazionali. Io penso che oggi intravediamo qualcosa di diverso (se lo vogliamo vedere): nel mondo ufficiale, con le sue leggi e i suoi perversi equilibri, sento che esiste un altro movimento che, anche se sottile, si sta espandendo, facendo entrare in crisi il sistema internazionale, che non riesce a reprimerlo. Ci sono quantità immense di persone che si muovono da un mondo all’altro e questo flusso non si può più fermare. Credo che non si tratti solo di una migrazione e di uno spiazzamento fisico, si stanno movendo le sapienze e le religioni, e forse ancor più le fedi di queste persone. Non è semplicemente un movimento che possiamo ostinarci a leggere solo dal punto di vista economico, anche se certamente l’economia mondiale, il modello neo-liberale di alcuni paesi lo ha provocato, come mito o come possibilità reale di vita. Per alcuni popoli può essere un mito venire in Europa o andare nel Nord America e per molti popoli non si tratta di un mito, ma di una questione di vita o di morte.

E’ un movimento mondiale che a me piace chiamare (non è un’invenzione mia, l’ho intuito leggendo un libro di Antonio Negri) ‘nuovo nomadismo’. Chi sogna da tanti anni una storia differente deve imparare a leggere questo nuovo nomadismo. Credo infatti che questo sia il punto comune in questo momento storico. Non abbiamo in comune solo i progetti tra Nord e Sud del mondo, o le idee di pace e di giustizia condivise dai movimenti sociali dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest: quello che abbiamo in comune oggi è questo grande nomadismo di persone che si muovono, non come molti dicono senza un motivo, ma con un motivo molto concreto che per questo a molta gente dà fastidio: è il movimento del diritto a vivere e a costruire un altro tipo di vita. Senza saperlo, oppure sapendolo, cambiano il movimento della storia, perché ci costringeranno a vivere in un altro modo, costringeranno le politiche a essere diverse.

Mi prendo la responsabilità di interpretare questo fenomeno come teologa, cioè dalla prospettiva su cui lavoro di più. Credo che noi abbiamo il diritto di parlare o d’incontrarci intorno a questi temi e questo diritto ce lo dà la nostra fede. Fede intesa come sensibilità e dialogo con Qualcosa che è inesprimibile, fede intesa come le dimensioni silenziose della vita e della storia, ma anche fede intesa come ricerca alternativa, speranza verso ciò che possiamo ancora costruire e scoprire nella storia, nelle nostre storie personali, nelle storie degli altri. Questa fede ci dà il diritto, anzi ci obbliga a rileggere la vita e gli avvenimenti storici, a causa delle migrazioni costanti dei popoli, delle idee, delle sapienze, delle culture, delle religioni. Adesso c’è un imperativo che ci obbliga con urgenza, non solo perché i popoli che ricevono questi flussi di persone devono ripensare le leggi interne dei loro paesi, ma perché questo fenomeno mette in discussione gli organismi mondiali.

Sento anche che in questo momento storico, mentre gli ambiti politici, volenti o nolenti, sono obbligati ad affrontare questa problematica, le religioni sfuggono. Le più statiche in questo movimento sono le religioni, perché politicamente è necessario muoversi: la destra o la sinistra, i fondamentalisti o i non fondamentalisti, i pacifisti o i non pacifisti si debbono svegliare per ripensare un posto per noi e per gli altri nella società. Mentre le religioni, intese come sistematizzazioni dottrinali, quale più e quale meno, sembrano refrattarie a considerare questi problemi. Allora io, come teologa, sento che dobbiamo pensarli e non solo le teologhe o i teologi, ma tutte le persone di fede. Non possiamo semplicemente entrare nel gioco assistenziale verso le nuove persone che arrivano da altre parti del mondo. La fede ci chiede ancora una volta di osare di più. Dobbiamo chiedere alle religioni di entrare in questa nuova sapienza della storia: ciascuno dal suo punto di vista e di esperienza della fede deve chiedere alla sua religione, ai suoi gruppi di riconoscimento o di appartenenza come leggono questa dimensione attuale della storia. Ma non sotto il profilo dottrinale, ma esistenziale. Il punto forte è che non stiamo parlando con le teorie: incontriamo gente concreta, parliamo con gente concreta. La stessa cultura ci sta arrivando, non secondo schemi teorici o come modelli esistenziali, ma attraverso persone concrete, che rivendicano l’elementare diritto alla vita. Direi che davanti a questi fenomeni della storia attuale c’è un imperativo etico profondamente eloquente, al quale dobbiamo rispondere.

Questa storia provoca delle risposte. Possono essere risposte superficiali, paurose, di fuga o di nuove divisioni, però noi dobbiamo lasciarci coinvolgere e vedere come entriamo in tutto questo. Si tratta di un imperativo non solo etico, ma anche estetico. Dico estetico nel senso che questo imperativo ci chiede di pensare a come ri-situarci di fronte alle situazioni urgenti della vita, ma anche a come ri-situarci di fronte al mistero, al silenzio, a ciò che la storia emana non solo come necessità, ma anche come bellezza. Credo che dobbiamo ri-situarci in questi fenomeni postmoderni della nostra filosofia intesa come amore alla sapienza o amore alla bellezza. Dobbiamo ri-situare il pensiero, perché le politiche non cambiano semplicemente a causa di leggi nuove, ma per un pensiero differente. Dobbiamo pensare in un altro modo. Nella spiritualità cristiana abbiamo sempre parlato della conversione come se fosse una cosa che non appartiene al pensiero. Invece credo che la conversione più difficile sia quella della testa, della mentalità. E’ urgente, spiritualmente parlando, convertire le mentalità e ri-situarci filosoficamente. La domanda è: qual è il mio amore a una sapienza di cui ho appena notizia? Come mi situo in questa sapienza, con quale atteggiamento?

Io sono sicura che la maggioranza di voi, sentendo che avremmo parlato di echi politici e spirituali di mondi lontani, ha pensato che avrei parlato della situazione della Bolivia e di Evo Morales. E invece no. Ne parleremo poi, se ci sono domande, non c’è nessun problema, io sono molto contenta, la maggioranza di noi è molto contenta. Però gli echi lontani sono qualcosa di diverso. Io credo che il Primo Mondo debba cominciare a ri-situarsi geograficamente: qui non c’è più niente di lontano, gli echi sono vicini, vicinissimi. E se li continuiamo a tenere lontani è perché anche noi siamo caduti in questa mentalità neoliberale, ci sembra di poter avere sempre la prima parola o l’ultima e gli echi ci sorpassano, perché parliamo sempre noi. In questo momento non c’è un confronto, tra Nord e Sud, credo che questo sia un momento in cui dobbiamo parlare della stessa cosa: i modi di relazionarsi alla vita, le sapienze, le culture, le religioni differenti, il mistero in forme differenti dentro la realtà.

A questo punto vorrei dirvi qualcosa sull’eco. Abbiamo usato nel titolo di questo intervento la parola ‘echi’ perché credo che fino a questo momento si tratti solo di questo, forse perché non riesco a individuare altre cose. Vorrei interpretare l’eco in tre prospettive: della mitologia greca, della fisica (il concetto di eco come fenomeno fisico) e della realtà di oggi. L’eco è un fenomeno. Un fenomeno è qualcosa che avviene. Non è quindi poetico scrivere ‘Echi politici e spirituali di mondi lontani’, ma riguarda ciò che accade. Non se ne scappa. Possiamo anche fare della poesia, perché è un dovere fare poesia, ma questo è un fenomeno, cioè è un qualcosa che sta avvenendo nella nostra storia e che ci tocca. Se è un fenomeno, è qualcosa che si realizza, che possiamo leggere, interpretare, dal quale possiamo imparare, anche imparare a vivere. Attraverso i fenomeni, gli esseri umani nelle differenti epoche storiche hanno imparato a vivere in un altro modo e noi ci riferiamo a questi echi di sapienze, culture, modi di vita, perché hanno questa potenzialità.

Ricordo che secondo la mitologia greca Eco è una ninfa che aveva cercato di distrarre la dea Era da Zeus, utilizzando la tattica di parlarle incessantemente. Quando Era scoprì l’inganno, castigò la ninfa, obbligandola per il resto dell’esistenza a ripetere solo le ultime parole pronunciate dagli altri. La ninfa, incapace di prendere l’iniziativa nel parlare e sempre obbligata a ripetere, comincia a vagare per i campi e così conosce Narciso, un pastore molto bello di cui s’innamora. Ma Narciso non la riconosce, pensa che è matta e la rifiuta. Allora Eco pensa di essere veramente malata, segue Narciso da lontano e per la tristezza non mangia e non beve più, fino a sparire quasi del tutto; di lei rimane solo la voce, un’eco che ripete le ultime parole di Narciso.

Credo che questa mitologia ci possa aiutare a riscoprire il fenomeno di cui stiamo parlando. L’esistenza contemporanea dei popoli, con le loro culture, le loro religioni, le loro cosmovisioni, il nuovo nomadismo che ci arriva come notizia e che si avvicina sempre di più, assomiglia a Eco, la ninfa. Per qualcuno, forse, questo nomadismo è il frutto del castigo di qualche dio o di qualche dea, che ha castigato i popoli a ripetere le ultime parole di una frase. E’ interessante notare che si tratta delle ultime parole, cioè di quello che resta, dello scarto. Forse è vero: in un primo momento questo fenomeno ci sembra uno scarto, perché arriva come la parte finale di qualcosa che non riusciamo a capire bene o che non abbiamo voluto capire e che adesso ci troviamo davanti mentre vaga per la tristezza: ne resta solo l’eco. Però io credo anche che pur restando con quest’immagine della mitologia greca, la voce continua a vagare in spazi storici reali, ci tocca e ci arriva; prima o poi, ma ci arriva.

Se prendiamo l’eco come fenomeno fisico, il mito diventa realtà o restituisce forza alla realtà, così possiamo continuare a interpretarlo. L’eco quasi sempre si produce quando un’onda sonora si riflette. Quando si ode, non solo si percepisce l’onda diretta, ma anche tutti i riflessi che provengono da un suono. Entriamo in un altra sensibilità. Il fenomeno del nuovo nomadismo ci arriva forse non direttamente, ci arriva come eco, come un riflesso, un riverbero, un fenomeno derivato da una riflessione del suono. Basta un leggero prolungarsi del suono, una volta che si è estinto il suono originale: noi continuiamo a percepirne i riflessi sonori. Quando il ritardo è maggiore l’eco è più intensa.

Questo aspetto mi sembra profondamente importante. Cosa significa per noi? Credo che sia una questione di spazi, sono onde sonore che ci arrivano dagli infiniti spazi dei mondi postmoderni. Per me l’eco corrisponde alle altre culture, ad altri modi di pensare, ad altre storie inedite, altre logiche, altre aspettative e altre rivendicazioni. Le rivendicazioni storiche postmoderne non sono le rivendicazioni di trenta o quaranta anni fa. Gli echi storici dei popoli sempre ci sono arrivati, soprattutto in questi 40-50 anni, ma non sono gli stessi echi storici: non solo ci arrivano con più intensità, ma ci arrivano in un altro modo. Se leggiamo nei documenti della Chiesa alcune considerazioni sulla realtà di 40 o più anni fa, percepiamo che dobbiamo ri-situarci rispetto a queste letture storiche, anche se parliamo degli stessi popoli.

Nella realtà, parlare di questi popoli, delle loro situazioni di pena, di dolore, di ingiustizia, a volte ci fa contenti, perché ci sembra di riuscire ancora a tenere in mano questa situazione, ma ci fa anche essere tristi, perché ne sentiamo tutto il bilancio di pena. Noi rimaniamo probabilmente con la nostra mentalità occidentale, così sicura, così ferma nei suoi pilastri dottrinali. Siamo rimasti fermi, mentre, anche se è aumentata la povertà – o forse precisamente per questo – gli echi dai popoli ci arrivano in un altro modo, con delle nuove rivendicazioni e con dei metodi di rivendicazione differenti. Credo che in questo momento i popoli ci stiano giudicando: giudicano le religioni nella loro dottrina e nella loro staticità, giudicano le politiche statiche e sterili dei paesi chiamati democratici e giudicano le nostre filosofie, cioè il nostro modo di relazionarci e le nostre etiche. Qui siamo coinvolti tutti. Qui non si tratta solo di vedere se affitto il primo piano ai senegalesi o ai marocchini o agli indiani, qui si tratta di voler continuare a vivere in un altro modo. In questo momento storico questo può essere il contributo delle sinistre, delle persone che pensiamo possano seguire ideologie più elastiche e più aperte. Questi sono sogni che potremmo riprendere per continuare a vivere, tenendo conte che però dovremmo imparare a vivere in un altro modo.

Io credo che anche in questo aspetto dell’eco siamo statici nella questione della fede, perché la nostra fede sembra così poco creativa. Anche quando parliamo dell’amore siamo così poco creativi! Da un lato si fanno dei trattati teologici sull’amore (‘Deus est charitas’), dall’altro si finisce per scrivere l’orario della Caritas (dalle 8 alle 9) e questo riduce il discorso sull’amore a un assistenzialismo e la fede tace un’altra volta. La fede invece deve essere creativa e deve dire delle cose sulle situazioni storiche. Non si può chiudere il discorso dicendo “ma noi non ci possiamo interessare di queste cose” o “ci interessiamo aprendo uffici della Caritas”. Perché riduciamo le cose in questo modo? Nella storia le fedi e le sapienze delle religioni hanno il diritto di rivendicare uno spazio di sogno grande, perché quando si parla delle cose di Dio, il corpo, la mente, i sentimenti cominciano a entrare in altre dimensioni. Allora dobbiamo osare parlare di questo e pretendere dalle nostre religioni che dicano cose differenti, che assumano la storia in modi diversi. Ci sono grandi sapienze che cambieranno la storia. La storia non cambia solo perché qualcuno ha delle ideologie più interessanti degli altri, ma qui cambia per motivi di vita concreta, che certamente ci chiedono un cambiamento profondo di mentalità.

Termino riprendendo un testo biblico, per le persone che vedono un riferimento importante in questa parola gratuita lasciata nella storia, che è parola del mistero. E’ Giovanni 4, l’incontro di Gesù con una donna che nel testo non ha un nome: si chiama ‘la samaritana’ e cosi la si fa entrare in una categoria storica e culturale molto forte di popolo, dove le donne avevano da sostenere grandi difficoltà di genere. Non entro nella questione del testo, solo vorrei farvi notare che in questo testo si mostra un movimento migratorio, che non è tanto determinato dalla necessità di cercare un posto, è la migrazione della religione. E il primo che dà questa indicazione è Gesù. Lui dice a questa donna: “Donna, è arrivato il momento in cui né su questo monte né su un altro monte si adorerà, ma i veri adoratori, le vere adoratrici, sono quelli che adorano in spirito e verità”. Questo versetto ultimamente mi ha accompagnato molto e mi sembra profondamente bello il fatto che dà autorità alla fede per chiedere alle religioni che dicano qualcosa.

E’ un sogno. Le religioni ufficiali per poter continuare a vivere la loro diaconia nella storia contemporanea devono lasciarsi spiazzare. E lo devono fare con i loro propri popoli: né su questo monte, né sull’altro monte. Ed è significativo che per questo si usa l’immagine dello Spirito, cioè di questa possibilità divina e storica di allargare gli spazi, di accomodare gli spazi in un altro modo, in un modo sempre più caldo perché la gente si possa incontrare. E la verità. La verità che è sempre ignota, fin quando la tiene una persona sola o solo un gruppo, la verità che non risplende fino a quando le persone non si uniscono, non parlano, non si scambiano dei gesti, delle idee, dei sogni.

Io credo che davvero questo sia un momento importantissimo per la nostra storia. Importantissimo perché già da tanto parlavamo dei ‘nuovi soggetti’, anche nelle lezioni di teologia all’Angelicum che alcuni di voi frequentavano. Adesso sento che questo concetto dei nuovi soggetti ha più forza e non perché è cambiata molto la situazione, ma perché abbiamo altre possibilità, sono entrate in gioco altre forze, forse tremende; è vero che il processo migratorio ha dei lati molto oscuri, perché c’è gente che si vuole approfittare economicamente di questo processo e altri lo vogliono escludere. Però guardando da un’altra prospettiva, scopriamo la possibilità di entrare in un nuovo movimento storico.

Certamente sono consapevole che devono cambiare le categorie fondamentali del nostro modo di pensare Dio. Per questo il canto dice di dare spazio a questo Dio che non ha solamente lineamenti umani, ma ha i lineamenti del sole, della luna, della terra, delle lacrime, del sale, dei fiumi, dei mari, dei vulcani, che cioè ha queste dimensioni misteriose. Come possiamo aiutarci a entrare in altre relazioni con il mistero, con la storia, a riconoscere che potremmo riscoprire delle relazioni nuove nella realtà e a non aver paura di queste nuove possibilità?

Credo che questi flussi di persone abbiano la stessa forza del sangue. E il sangue fluisce. A volte lo perdiamo. Mentre preparavo queste riflessioni pensavo all’emorroissa, questa donna che da dodici anni vive una situazione in cui il suo sangue fluisce incessantemente. Per alcuni popoli vedere partire i figli è come una emorragia lunga e dolorosa; per altri potrebbero leggersi alcune profezie dei profeti dell’Antico Testamento quando chiedono a Gerusalemme di riconoscere questi che vengono da lontano, che vengono a invitare di salire al monte del Signore, come dice Isaia 2. Questo è un flusso di sangue. Sappiamo che del sangue non bisogna avere paura, però bisogna parlarne e non permettere che sia solamente un’emorragia, ma che venga un’altra volta a fluire come qualcosa che dà vita alla storia. Bisogna che i popoli parlino e noi dobbiamo lasciar parlare il più possibile le culture, le religioni. E quando dico i popoli, le culture, le religioni, io non faccio dei miti di perfezione, non dico: questa cultura è più perfetta dell’altra. Siamo abbastanza maturi per pensare che non si tratta di chi è il migliore o da dove viene la salvezza, che è il discorso tra Gesù e la samaritana. Credo che ci sia un’indicazione più profonda nella la storia: qui nessuno ha la ragione, nessuno ha la verità, la dobbiamo cercare e si può solo cercare prendendo contatto. Nessuno ha la ricetta per un altro tipo di vita alternativa a questa, ma bisogna cercarla.

Questi potrebbero essere imperativi etici per creare istituzioni che ci permettano di incontrarci tra di noi. Credo che questo sia uno dei criteri di discernimento per vedere se le istituzioni, le strutture - che siano strutture religiose, politiche, sociali - servono o non servono per incontrare questi flussi migratori. Se non servono bisognerà lasciare questo monte o altri monti e cercare questo stile di montagna fatta per la passione per la verità e la passione per lo Spirito, cioè per questa mobilità interiore che dà vita.


DISCUSSIONE


Giorgio di Lanuvio: Grazie, è stata un’ora di riposo, non in senso passivo ma in senso evangelico, contemplativo. Accetta un complimento: sei splendida. E’ la prima volta che ti vedo. Grazie per la testimonianza di vita. Questi sono gli echi che arrivano a noi. Prima dicevi che a livello informativo noi siamo più aggiornati, ma guarda che le notizie che arrivano di là sono pochissime e molto filtrate. Quindi se tu potessi spendere una parola e dirci che cosa sta nascendo, che gemme di primavera stanno nascendo in America Latina, per cui abbiamo tanto pregato e condiviso in questi anni. Sogno giorni in cui il vangelo sia preso in mano da persone come te, che possano avere questo contatto che non sia solo di carattere razionale, ma esperienziale.
Ho una gioia grande nel cuore perché mi sembra che stanno arrivando a maturazione le intuizioni che Bonhoeffer nel carcere di Tegel ha scritto in ‘Resistenza e Resa’, cioè interpretazione non religiosa dei concetti biblici. E’ una grande gioia per me. Gesù che è venuto non a portare una religione, ma la vita. Mi colpisce molto in questo periodo Giovanni 10, in cui si dice: “Io sono venuto perché abbiate la vita”. Una vita piena e completa.
Mi veniva in mente Pedro Casadaliga, quando parlavi. Ma volevo farti anche una domanda più personale. Se vuoi rispondi, altrimenti lascia stare. Ognuno di noi ha un contesto in cui vive la propria affettività, in cui si gioca la sua quotidianità, si gioca i sogni, la fatica, le speranze… Anche tu ce l’hai. Potresti dirci qualcosa al riguardo?
Concludo dicendo che io a vent’anni avevo due sogni. Il primo era di vedere le Chiese riunite intorno all’Eucarestia dopo essersi chieste perdono. E’ un sogno, dico: “Signore, morirò e non lo vedrò realizzato”. Pazienza. Il secondo sogno era che non ci fossero più fratelli e sorelle che muoiono di fame. Anche questo sogno morirò e non lo vedrò realizzato. Ho fatto una piccola riduzione di sogni: mi piace scrivere qualche poesia. Sarei felice di vedere che qualche popolo si riscatta da una lunga storia di umiliazione e si riguadagna il diritto alla libertà e a gestire i propri beni e la propria storia, senza che gli altri gliela rubino.

Claudio: Di fronte alle tue sollecitazioni vengono subito delle domande del tipo: cosa possiamo fare? C’è sempre questo interrogativo: cosa stiamo facendo? cosa possiamo fare? Ma c’è anche un altro tipo di interrogativo, forse più importante, prioritario e mi piacerebbe avere un tuo commento: chi sono? chi siamo? E poi in successione dovrebbe venire quasi di conseguenza il fare.

Cristiano Colombi, del SAL: Una riflessione che mi è venuta in mente qualche tempo fa considerando questa lunga stagione di voto in America Latina, questa rivoluzione del voto. In sintesi: mi colpisce la grande capacità di resistenza dell’America Latina, cioè la grande capacità di mantenere, coltivare, aggiornare, mettere in discussione, rilanciare continuamente i propri sogni. In modo diversi, a volte contraddittori, con soggetti forse diversi, ma mi sembra che rimane questo filo rosso. E mi colpisce anche il fatto come questo sta in netta contraddizione con quella che è spesso la nostra attenzione nei confronti dell’America Latina, che invece è in un momento di calo. Forse adesso con la moda dei nuovi presidenti ritornerà un po’ in auge, però negli anni scorsi tutto questo processo andava avanti, mentre qui l’attenzione verso l’America Latina stava calando. Quindi dal buio, da un luogo che avevamo quasi dimenticato, riscopriamo che invece le cose sono andate avanti e sono cresciute.
E poi penso anche alla nostra esperienza qui. Noi allo stesso modo siamo combattuti, siamo violentati. Penso a tante esperienze sociali, ma anche esperienze religiose, esperienze delle parrocchie, esperienze molto concrete di delusione o di sconfitta. E forse davanti a questo noi reagiamo in modo diverso. Questa forse può essere una lezione. Volevo da te una riflessione su questa capacità di resistenza.

Gianni, missionario del PIME: Purtroppo non ho potuto ascoltare tutta la conferenza della teologa Antonietta Potente, che in passato avevo letto. Non ci conoscevamo, ma mi hai aiutato ad essere ‘missionario in punta di piedi’ entrando in un’altra cultura. Cosa voglio dire? Leggendo in passato ‘Teologia in frammento’ tu mi hai aiutato ad essere capace, prima di portare qualcuno o qualcosa, di ascoltare il popolo presso il quale mi sono inserito. Certo, è faticoso inserirsi nel popolo dell’Amazzonia. Ho lavorato cinque anni in Amazzonia e posso dire che sono ancora agli inizi. E’ un processo doloroso, è una morte, andare lì senza nessuna sicumera, senza nessuna superbia, nessuna protervia e inserirsi nelle culture. Ti chiedo: tu che mi hai già aiutato con la tua vita, con la tua testimonianza, che è una parabola che dice tutto, come mi puoi aiutare ancora di più, anche dal punto di vista teologico (dato che mi appassiona la teologia) a educarci a una teologia nonviolenta, cioè una teologia che - proprio a partire dal dettato del Concilio Vaticano II, dove fu abbozzato questo aspetto di una teologia che non deve violentare le culture - deve raccogliere i frammenti di bellezza, di bene presenti nelle culture, ma nello stesso tempo senza cadere in forme di estremo culturalismo, che perda di vista l’ecumene più generale?

Risposte di Antonietta Potente:
Riguardo ai segnali che ci possono venire concretamente dall’America Latina. Unisco le due domande, non tanto per non voler parlare del contesto dei miei affetti e delle mie intuizioni, ma perché credo che sia lo stesso contesto.
Certamente io dico queste cose perché ultimamente ho ricevuto molta speranza dal processo che viviamo in Bolivia, un processo che mi riguarda perché vivo lì, ma un processo che sta nelle mani di altre persone, che sono la maggioranza numerica e che il mondo pensava che già avessero già detto tutto, rivendicato tutto. E’ un processo differente, che ha bisogno di un’analisi differente: non possiamo continuare a leggere questi processi con gli stessi criteri sociopolitici di sempre, perché i protagonisti non hanno gli stessi criteri. In un incontro recente, le domande si muovevano sempre in questo universo storico che è proprio dell’Occidente: destra, sinistra, centro, una politica di centrodestra, una politica di centrosinistra… Lì c’è una politica di sopravvivenza e la sopravvivenza è mistica, perché sopravvivere significa toccare la vita davvero: non me la invento, non è una vita virtuale, è la possibilità di sentire con il proprio corpo il mistero. E il mistero riguarda il nostro presente, il nostro futuro.
Io credo che la chiave di lettura in questo momento consista nel passare da una immagine dei processi storici sociopolitici utopica o ideologica, concettuale, a un’immagine dei processi storici esistenziale. Io sono convinta che la maggioranza di noi ha una sensibilità verso la necessità e il bisogno degli altri, ma lì non c’è solo un processo di rivendicazione di una giustizia economica nei confronti di chi ha bisogno, c’è una necessità reale. Oltre a questo c’è una sfumatura più forte, in questo momento storico, che è quello dell’identità e della dignità. Giorgio citava Bonhoeffer. Io credo che l’intuizione più bella che Bonhoeffer ha avuto sia che il mondo è adulto, che noi abbiamo a che fare con un mondo maggiorenne. Non vuol dire che è un mondo perfetto, non si tratta di culture che sanno più di noi o che hanno più aspetti positivi. Non credo che si debba entrare in questi giochi competitivi. Ma sì, io non posso trattare nessuna persona, nessun essere vivente, senza considerare il suo essere maggiorenne, le sue risorse.

Entro nella questione delle resistenze dell’America Latina.
Io credo, per quel poco che capisco intellettualmente e per quello che percepisco come corpo, per quello che sento misticamente, che gli indigeni siano strategici. Sono popoli profondamente strategici nei confronti delle religioni, hanno strategie che solo loro conoscono. Come dice Carl Jung, questo segreto non è un segreto che spaventa: a me sembra così bello non conoscere il meccanismo del movimento di una storia. E credo che questa strategia sia in relazione con le loro necessità esistenziali, di sopravvivenza economica e di vita, però unite alle loro esigenze di dignità e di identità. La loro storia è eloquente in questo senso. Forse è poco chiaro per noi, perché continuiamo a leggerla con altri criteri.
Io credo che anche qui viviamo la stessa cosa. In questo momento il mondo non è diviso solo tra oppressi del Sud e oppressori del Nord, ma si sono perseguitati i nostri sogni, che siano del Nord o del Sud, dell’Est o dell’Ovest. Sono minacciati tutti i sogni alternativi, che devono vivere la minaccia della prepotenza di altre realtà. Però io credo che anche in queste parti di mondi che pensiamo in un altro modo, che non corrisponde alla realtà dell’Asia, dell’Africa, e dell’America Latina, l’utopia della resistenza venga, se davvero possiamo considerare la nostra azione come una questione di vita o di morte esistenziale o di come poter tornare ad essere mistici, cioè a vivere sentendo la vita e non solo vivendola passivamente o con false obbedienze.

Rispetto alla domanda su cosa e prima ancora su chi siamo, credo che si tratti di un processo mistico politico. Molto velocemente: io credo che i cristiani – che siano cattolici, riformati, evangelici, anglicani - devono chiedere alle loro chiese di cambiare. Punto. Cioè qui non c’è più da discutere. Mi sembra così strano che noi pensiamo ancora all’istituzione come un mostro che ci fa soffrire, che ci perseguita. Va bene, ci perseguiterà, ma noi abbiamo chiaro quali sono i nostri piani di azione in questo momento. Queste cose dobbiamo chiederle. In Cochabamba, dove io vivo, la Chiesa ha parlato del processo che accompagna questo nuovo momento storico che è il processo che ci porterà a formare una nuova assemblea costituente per rivedere la costituzione. E’ un processo profondamente democratico, che si sta gestendo in un altro modo rispetto ad altri momenti in cui la Bolivia ha vissuto questo. Noi ci eravamo incontrati prima che io partissi con un gruppo di religiose di una zona e dicevamo, leggendo il documento dei vescovi, che forse quello che dovevamo chiedere, mentre il popolo vive tutto questo processo e che noi siamo parte del popolo, è che la Chiesa nostra (perché lì siamo la Chiesa locale) entri in un processo di costituente nuova, cioè si riunisca in un altro modo e cominci a fare questa autocritica; perché è inutile che noi qui scriviamo cose belle sulla giustizia, il diritto delle persone, il diritto alla libertà, quando viviamo in un silenzio totale, in queste paure da corridoi, queste paure così sterili. Per cui io credo che questo sia il momento più chiaro per le persone che hanno una fede, che sia una fede religiosa o una fede politica: bisogna essere più esigenti. La nostra fede è così neutrale, così poco esigente con noi stessi, per cui ci sono dei grandi vuoti etici nella vita delle persone. Cioè noi siamo, come dice l’Apocalisse, né caldi né freddi. E’ un vuoto etico non essere né caldi né freddi, “ti vomito dalla mia bocca” è la soluzione del profeta dell’Apocalisse. Non possiamo più vivere con questi vuoti etici, non possiamo semplicemente dare la colpa ai mostri e ai fantasmi. Oltretutto sono convinta, e me lo facevano pensare i vangeli di questi ultimi giorni, che il potere uno ce l’ha se noi glielo diamo, se nessuno glielo dà parlerà da solo; ma uno che parla sempre solo prima o poi lo rinchiudono.

Come possiamo realmente riscoprire la possibilità di essere esigenti. Questa è la mistica. Cosa pensate, che la mistica sia avere le visioni? Può darsi. Ma questo è il fenomeno mistico che dobbiamo vivere oggi, per cui non possiamo più solo scambiarci le colpe: avete colpa voi, le istituzioni… No, io credo che in questo momento c’è da superare questi vuoti etici, questi vuoti di fede religiose e politiche, c’è da superare anche il dialogo. Io non sogno neanche con questa parola del dialogo, tanto il dialogo non serve a niente, se non si fanno dei veri cambiamenti con il corpo, con la vita dentro, che si fa toccare da questo mistero che trasforma la storia.

E credo che qui stia anche la teologia, questa teologia nonviolenta di cui parlava Gianni. Io credo che per fare una teologia nonviolenta non bisogna essere gelosi del mistero, gelosi di non sapere, gelosi di stare soli, perché gli altri in certi momenti stanno in compagnia. Ci vogliono delle personalità mature per fare una teologia nonviolenta. Non ci vogliono delle dottrine sicure, ma delle personalità sicure. Per questo i mistici lungo la storia ci hanno accompagnato non con delle dottrine, ma con delle personalità. Noi dobbiamo crescere come persone mature. E certo, se ci alimentiamo di una teologia da cortili, cioè da centri ristretti, non cresciamo come teologia matura e come persone mature, e allora non possiamo dire niente.
Il discorso sarebbe lungo. Personalmente io credo che le stesse fonti della teologia oggi debbano allargarsi, non basta oggi fare teologia solo con la Parola di Dio, il Magistero, la Tradizione, queste tre fonti devono allargarsi, ci sono altri contributi che consentono che il Magistero, che la Tradizione, che la Parola di Dio siano vive. Per cui credo che siamo interpellati, i teologi e le teologhe, a entrare in questo cammino mistico-politico. Gli altri fedeli lo stesso. Quelli che hanno avuto o continuano ad avere una militanza politica, ideologica, di trasmissione di ideologie, debbono essere più esigenti con se stessi, con la loro fede, coi loro sogni. I sogni sono una cosa seria.
Per cui io credo che viviamo un momento bello. Forse difficile, ma credo che questo non spaventi nessuno. E’ bello perché siamo in tanti. Non siamo solo in tanti cattolici, evangelici, musulmani... no, ci sono anche quelli che non ci appartenevano o che non appartengono a nessuno, ma ai quali la sopravvivenza, questo sogno reale, esistenziale, della vita, del diritto all’identità, alla dignità, adesso ha dato la possibilità di parlare. Ma queste sono categorie storiche, sociologiche, antropologiche che come sento intellettualmente, dobbiamo ancora far entrare o alle quali dobbiamo dare più spazio dentro i nostri ambienti. Non possiamo certamente giocare solo con una giustizia di cose, dobbiamo entrare in un’altra dinamica mistico-politica.

6/ La fedeltà

Preferisco stare sulla porta
di Antonietta Potente


La fedeltà è attesa.
La fedeltà è ricerca, non immobilità. La fedeltà più bella è l’attesa, il continuare a cercare in che modo essere fedeli. Dobbiamo porci queste domande: “Come essere fedeli a un giustizia che non c’è?” “Come essere fedeli a un equilibrio ecologico che non conosciamo davvero?” “Come essere fedeli a una vita che per tante persone è troppo incerta e precaria?” Il nostro mondo ci fa credere di essere in ricerca e invece non è così: l’economia è chiusa, come sono chiuse le leggi economiche. Purtroppo noi siamo convinti della validità assoluta di queste leggi e non lasciamo spazio all’incertezza. La fedeltà è vivere sempre sulla porta, perché gli spazi verso i quali dobbiamo andare sono più vasti di quelli che percorriamo. Incontrare le persone è come stare sulla porta, come è scritto nel Salmo: “Preferisco stare sulla porta della tua casa che abitare nella casa degli arroganti, dei potenti, di quelli che hanno tutto…”. “Preferisco stare sulla porta”, cioè mi basta stare sulla porta, perché la fedeltà è la possibilità di credere all’invisibile, ma per credere all’invisibile si deve dare fiducia agli altri. Le nostre leggi servono solo per difenderci, non per dare fiducia: per questo siamo così lenti nell’attuare la giustizia anche a livello istituzionale e legislativo. Non stiamo sulla porta dell’altro perché ci sembra che dobbiamo subito entrare. Il Mistero è invece stare sulla porta. Sempre. Dobbiamo attuare una vera e propria conversione: dare fiducia a quello che l’altro ha nella sua casa e non entrare subito, ma attendere sulla porta. “Restare sulla porta” non è un atteggiamento passivo, ma un atteggiamento profetico, di persone che stanno sveglie, ma non vivono di possedimenti o eredità. Vivono della fiducia che danno alla vita, anche alla propria.

La fedeltà è presenza.
Un altro aspetto della fedeltà è il tempo. Nel nostro incontro precedente vi invitavo a non abbandonare le situazioni con le quali non siete in armonia, perché le scelte sono vere se allargano gli spazi, non se sono dettate dal desiderio di fuggire. Questo è legato alla familiarità che abbiamo con il tempo: ci riteniamo i suoi veri padroni, lo consideriamo come suddito anche se diciamo che siamo “schiavi” del tempo; in realtà siamo schiavi del tempo perché lo vorremmo gestire. La fedeltà è una riconciliazione con il tempo; il tempo è sempre lento, siamo noi che lo contaminiamo. Non seguiamo umilmente la vita (come dice il profeta Michea), ma siamo convinti di esserne i padroni: padroni del tempo, degli spazi, delle cose. Il tempo ci sembra veloce, probabilmente siamo frustrati e le nostre inquietudini ci spingono a dire “Non ce la facciamo”. Dobbiamo riconciliarci e chiedere perdono al tempo, alle cose, alle persone perché non sappiamo stare presenti. Spesso chiediamo perdono per quello che non abbiamo fatto, ponendo la domanda moralista del giovane ricco: “Che cosa devo fare?”. La prima cosa che dobbiamo fare è essere fedeli, stare presenti. Se pensiamo alle persone che sono state “fedeli” nella nostra vita, pensiamo a coloro che sono presenti o sono stati presenti.

La fedeltà è silenzio.
Dobbiamo essere fedeli e presenti anche nelle situazioni di conflitto, e aggiungo un ingrediente in più: silenziosi e soli. La fedeltà nelle situazioni di conflitto ci permette di fare questa strana esperienza del silenzio e della solitudine, che è bella soprattutto dopo tanto tempo, quando la ripensiamo. I conflitti non si risolvono parlando; sarà perché vengo da un mondo indigeno dove si parla poco, ma ho sperimentato che, se c’è un conflitto, la fedeltà è molto silenziosa. Non si tratta di un silenzio di paura, di intimidazione, ma di attesa; è un silenzio che coincide con lo scorrere lento del tempo, che è sentito come breve, perché è intenso.

5/ Le donne latinoamericane

L' impatto della tradizione latinoamericana sulla visione cristiana della donna
di Antonietta Potente


Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Né lei né io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
Danzeranno sulle nostre corolle
Ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
Nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
Le imbarcazioni dei conquistatori allontanarci per sempre.
Saranno nostro l’oro e le piume
Il cacao e il mango l’essenza dei sacuanjoches.
Ci ama non muore mai.
(Gioconda Belli, La Mujer habitada)


Le donne assomigliano alla storia dei popoli o la storia dei popoli è la storia delle donne. Storie ecologiche delle biodiversità universali, storie quotidiane delle cose; parti di lotte giornaliere per vivere, ma anche feste, audaci tentativi di cambio di vita, di destino. Mi costa molto entrare in questo terra; non trovo il nodo d'inizio per incominciare a dipanare, sbrogliare questo gomitolo di lana così aggrovigliato. Il tema è molto teorico; nessuna di noi ha coscienza di aver creato un impatto sulla visione cristiana della donna. Prima di tutto perché la visione cristiana della donna non è così originale come a volte pensiamo.Secondo, perché mi si chiede di riflettere a partire dalla tradizione latinoamericana, dove la stessa tradizione cristiana ha influenzato moltissimo la visione di donna. Bisogna ammettere che i coloni autoctoni della tradizione latinoamencana nella tradizione cristiana sono ancora abba­stanza pallidi, perché il cristianesimo, in questo continente come in altri, si è solo inserito, ma non è ancora rinato.
L'America Latina è un universo immenso di storia, di vita e di morte. Vulcani, laghi, montagne, pianure, mari, laghi, cieli ... come scrive la scrittrice nicaraguese Gioconda Belli. Sono tempi frammentati, diversi tra loro. Tradizioni più o meno inedite, la maggior parte delle volte interpretate ma non rivelate pienamente; tradizioni nelle quali resta come un gemito ciò che canta la scrittrice:

Né lei né io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.


Allora, mi domando che cosa posso dire ai lettori, alle lettrici; che cosa vorrebbero sapere? Perché associare tanti miti, tante storie: la tradizione, le donne, l'America Latina, il cristianesimo?Incomincerò ad addentrarmi nel tema parte per parte, anche se il gomitolo continua ad essere uno e a mantenere l'armonico e il complice laccio tra le varie dimensioni delle problematiche umane, personali, storiche, sociali o ecclesiali.
Tradizione: tra l’inedito e l’ufficilaità
Per iniziare questa breve memoria, mi piacerebbe fare alcune distinzioni. Il problema gira attorno alla domanda: a che tipo di tradizione ci riferia­mo? Per non cadere in facili interpretazioni, mi sembra importante dire che quando parliamo di tradizione dobbiamo per lo meno distinguere due tipi di significati. C'è la tradizione come insieme di valori, costumi, abitudini culturali assume da un popolo e da una società. Un concetto gene­rale, più vicino alla sensibilità di una classe borghese che all'universo culturale popolare o di base. Questa, potremmo definirla una tradizione ufficiale. Ma vi è anche un altro senso che possiamo dare aI termine. Tra­dizione come sensibilità, vita implicita nella esperienza quotidiana dei popoli, degli individui, uomini e donne. In questa, s'intrecciano aspetti del cosciente e dell'inconscio, individuale e collettivo. È qualcosa che si trasmette, si tramanda, si insegna, Iascia tracce, impronte o semplicemente orme. Questa la potremmo chiamare una tradizione inedita, soffiata all'orecchio o tramandata di bocca in bocca, di mano in mano, di sguardo in sguardo.
Certamente siamo tutti e tutte d'accordo nel dire che la tradizione delle donne ha toni più simili a quelli delle tradizioni inedite che a quelli della tradizione ufficiale. Non solo nei popoli del Nord del mondo, ma anche nei popoli dei Sud. Le donne, infatti, si muovono con complicità tra storia ufficiale e storia inedita; fanno parte di un mito e di una costruzione, sono lo specchio di sagome pensate da altri.
Dentro la tradizione ufficiale, si articolano quelli che potremmo chiamare i modelli, gli stereotipi. Modelli di donna: ogni cultura o società ha i suoi e li conserva coscientemente o inconsciamente. È dunque normale che il cristianesimo abbia i suoi che in alcuni momenti storici hanno giocato un ruolo importante nella vita delle donne. Da questi modelli più o meno sociologici o più o meno religiosi, nasce e si coltiva la storia di molte donne. Ruoli, immagini, comportamenti "etici", tutto si alimenta partendo da questi paradigmi che la storia ha definito secondo la propria semiotica.

Il modello cristiano
Il modello cristiano, dunque, non fu tanto differente, né originale. La teologia e la spiritualità vi contribuirono con la loro ermeneutica maschile e patriarcale. L'immagine di Maria, rifletteva l’immagine che la storia voleva coltivare nella donna, ma anche nel popoli: madre, sposa silenziosa e obbediente che si muove solo intorno alla casa. Non approfondisco quest'aspetto che forse potrebbe suonare quasi retorico, visto che già da anni — per lo meno noi donne — abbiamo scoperto e criticato quest'immagine.In America Latina, Maria — e dunque la donna — a volte assumerà colori spagnoli regali: i vestiti delle statue non sono autoctoni, salvo che per alcuni esemplari di opere in cui si vede un'influenza indigena. Il modello di donna cristiana è un modello di come devono comportarsi le minoranze etniche, sociali, religiose. Non importa se sono maggioranze numeriche, perché per la cultura ufficiale sono minoranze. Maria serve per convincere non solo le donne, ma tutti coloro che sono semplici e devono rimanere semplici, cioè obbedienti, mansueti. In alcuni momenti, quasi per consolarci, si dirà che il silenzio di Maria è eloquente e che la sua fedeltà contribuì alla storia della salvezza, ma l'importante fu plasmare le persone secondo un modello che in realtà non ha una radice totalmente evangelica, ma piuttosto culturale, sociale.
In questo senso, la questione del genere si scoprirà sempre più come costruzione sociale, anche se in alcuni ambiti questo non si ammette. Chi scoprì questo furono proprio le donne, le donne di tutto il mondo.

America latina
Parlando di storia latinoamericana dovremmo metterci d'accordo a quale tradizione ci stiamo riferendo. La storia del continente è americana, caribica, autoctona, negra, meticcia. Ci sono culture preispaniche, c'è la donna dell'impero maya, incaico, c'è la tradizione della donna raccontata dai cronisti, c'è la donna libera delle isole e dei mari, la donna dei miti e della realtà, la donna negra. Ci sono, fino ad oggi, le donne dei conquistatori, ma anche la donna delle periferie, la donna intellettuale, la donna contadina, ecc.
Rileggendo la storia, è impossibile non ammettere il ruolo che hanno giocato le donne nel cambiamento dei paradigmi sociali. Impossibile negare un'azione constante per ritrovare il proprio spazio pubblico nelle coordinate di una storia sempre pensata dagli stessi e da pochi. Le donne a differenza d'altri gruppi esclusi dovettero vivere duri impedimenti prima che le loro azioni fossero considerate legittime, ma nessuno può dire che furono assenti. I limiti che le culture hanno tracciato tra pubblico e privato, poco a poco sono stati superati, così come la frattura dico­tomica tra il pensiero e l'azione, tra la teoria e la vita. Fu precisamente il femminismo, come alcune donne scrivono, il motore principale che dette la possibilità di dilatare questi spazi e questi limiti: ciò che sta "fuori" — la strada, la politica, l'economia, lo stato, la politica — e ciò che sta "dentro" — la casa, l'intimità, la soggettività, l'identità .... Non saprei dire se questo è latinoamericano o è del Nord del mondo e non m' interessa saperlo.
Certamente le donne del Nord del mondo hanno fatto storia e hanno avu­to la possibilità di fare eloquenti sintesi teoriche politiche e pratiche. Ma ciò che interessa è che tutte le donne sono in rete e dalla storia delle don­ne impariamo — anche se con difficoltà — una storia di solidarietà.Certamente, lo spazio latinoamericano è uno spazio di rilettura, come sempre una rilettura contestuale, storica, relazionata con le situazioni reali della vita della gente. L'impatto si verifica per la fedeltà a contesti e situazioni reali, e non solo per sistematizzazioni teoriche. L'impatto è la realtà delle donne, i loro successi, le loro conquiste dentro gli spazi quo­tidiani. Limpatto è la capacità ermeneutica delle donne intellettuali, ma anche la capacità di raccogliere la vita reale delle donne a farla diventare tradizione o criterio ermeneutico necessario. È la memoria viva di tante donne che in America Latina continua ad essere coscienza critica e de­nuncia. Ma sono anche sapienze ancestrali, mantenute occulte, segrete, che solo si lasciano intravedere nei propri spazi culturali. Sono le dimen­sioni vive della vita, la capacità di solidarizzare tra donne, soprattutto, per sentire che in fondo c' è una storia comune.
La storia non è molto benevola con le minoranze o con ciò che considera come minoranze. La cultura stimmatizza questa mancanza di benevolenza e qualcuno la assume e la propaga come una dottrina. L'impatto della tradizione latinoamericana è un impatto di reale liberazione, di possibilità di vita che sprizza dai suoi pori il sogno della dignità. Ma l'impatto teorico è ancora lontano, soprattutto negli ambiti ecclesiali o dottrinali. È la nostra capacità di osare che causa impatto, la nostra capacità di continuare il cammino. È la nostra capacità di gioire tra di noi che ci aiuta a leggerci in un altro modo, ma anche a leggere in un altro modo la storia passata e il presente. La storia latinoamericana è una storia di disobbedienza e anche quella delle donne.
È un impatto nella vita reale, nei fatti: piccoli racconti di donne educate per sposarsi e per servire mariti, figli, casa, cucina, Chiesa, Dio.... Donne soggette al marchio ristretto della logica formale. Ma sono, le stesse donne, depositarie di una sapienza anteriore a tutte le rivoluzioni emancipatrici. Nella logica di un contesto quasi monotono nascono, per secoli, personalità differenti e complici con la vita: ombre che continuamente eclissano gli uomini e le loro noiosissime istituzioni: ombre che si muovono in complicità con il sogno: trame sottili per recuperare dignità e farla recuperare. Ma non è così nella vigente visione "cristiana" della donna. ancora rivestita da tanti miti. Esiste una rilettura teologica delle donne latinoamericane, ma nella Chiesa non esiste alcuna voglia di cambiare la prospettiva sulla donna. Influire su un modello di donna cristiana significherebbe influire su un modello di Chiesa, di comunità: cioè uscire dal circolo esclusivo che il movimento gerarchico della vita genera ed entrare in una spirale, in una danza delle persone e delle strutture.

Appunti in margine
Sto scrivendo con i miei occhi disse Frida Khalo, artista, pittrice messicana: e scrivere con gli occhi è scrivere in un altro modo. Certamente, lo spazio latinoamericano è ancora oggi uno spazio alternativo, ma soprattutto perché ha voglia di vivere in un altro modo, soprattutto perché i suoi occhi disegnano sogni differenti che non si sono perduti solo perché sono venuti meno le rivoluzioni o i cambiamenti sociopolitici sperati. Noi donne abbiamo un'altra strategia, ma certamente non è una strategia ufficiale, anche se, probabilmente, qualora riuscissimo a farla provare, innamorerebbe molti, donne, uomini e animali. È la strategia che ci aiutò a tessere le trame delle relazioni che non si dividono tra pubbliche e private, comunitarie e individuali. Sono relazioni che servono per vivere e le relazioni che servono per vivere certamente sono politiche, sociali economiche, ma anche affettive, intime, profondamente umane, ecologiche e ambientali.
Allora, una domanda: esiste spazio per tutte queste dimensioni e per il loro più intimo e armonico gioco nella tradizione cristiana? Ma anche: esiste spazio per tutte queste dimensioni con rispetto alla visione della Chiesa e di Dio?
Se c'è ancora spazio, o desiderio che questi spazi si intreccino e si estendano, allora ci sarà spazio anche per un possibile impatto — tracce, orme, segni — che le donne lasciano lungo la storia. Ma questo lo devono sapere soprattutto la teologia e la Chiesa, che sono le due realtà che più gestiscono la visione cristiana della donna.
Non si tratta solamente di sostituire modelli, ma di continuare a pensare alla possibilità di una stona che può esistere perché si trasforma, cambia.
Noi la storia la scriviamo con gli occhi, direbbe Clarissa Pinkola riferendosi alle donne dell'Africa, o con la risata, direbbe la Bibbia riferendosi a Sa­ra, la sposa di Abramo, e al suo ridere irriverente e ardito (Gen 18,12).
La storia la scriviamo in un altro modo e quest'altro modo lo s'inventa tutti i giorni, perché la situazione cambia e i modelli lasciano semplici contorni.
Noi la storia la scriviamo a partire dalla realtà, perché la realtà ci cambia mentre cambia con noi. Il cristianesimo ha troppi modelli fissi per potersi plasmare e plasmarsi insieme alla vita che è urgenza storica e soteriologia reale, di tutte e di tutti, in ogni continente.

4/ Le domande etiche del nostro tempo - 7/11/04

Angelicum, (Pontificia Università S. Tommaso dei domenicani in Roma) 7.11.04

Le domande etiche del nostro tempo
di Antonietta Potente

Grazie a padre Mongillo. E’ stato il mio maestro di teologia morale. Vi dico sinceramente che ho delle difficoltà di linguaggio, però non mi riferisco alla lingua perché fino a ieri ho parlato in castigliano, perché penso queste cose in castigliano, ma difficoltà semiotiche, di simbologia, di linguaggio simbolico che si usano nei differenti contesti. Forse se avessi parlato prima di andare in Bolivia, avrei avuto meno difficoltà, perché sento che voi siete in sintonia con certi concetti e vi riferite a contesti, che io ho perso di vista oppure stanno in me, ma visti da un’altra prospettiva.
La prima difficoltà è il concetto di giovani. Perché io pensavo che avrei parlato ai giovani. Mi dispiace, ma io pensavo che in una assemblea di giovani ero la più vecchia. E invece mi consolo, perché qui ci siamo tutti. E’ un incontro pluralista, una pluralità di età. Però mi crea un po’ di difficoltà perché non so che cosa volete sapere. Poi se ci sono delle domande; vi dirò quello che ho pensato, e come l’ho pensato.
Anche il concetto di futuro, che si usa molto qui, come il concetto di tempo, di futuro, di passato; poi il concetto di futuro come paura io non riesco a capirlo più perché io so, tutti sappiamo (per la maggioranza della gente nel mondo) che il futuro è importante, perché le cose possono cambiare. Pensano o pensiamo che possiamo cambiare. E’ vero che è un concetto di futuro ambiguo, perché è un concetto che sempre parte da questa fedeltà tremenda in alcuni momenti del presente.
Anche il concetto di passato mi fa un po’ di difficoltà, perché io non credo che il passato fosse tanto comunitario come noi pensiamo. Era patriarcale, era molto gerarchico e noi lo chiamavamo comunitario. Ma il passato occidentale è dualista non è un passato comunitario. Ci sono altri passati, dal punto di vista di altre cosmovisioni , che sono, mi sembra, più comunitari, che forse assumono questo rischio e provano una reazione all’individualismo. Ma da noi qui il passato occidentale è un passato dualista, gerarchico, patriarcale, nel senso che c’è una figura che detta le leggi, i dinamismi di questa comunità.

Dopo questa premessa, cercherò, più che di dare nomi alle domande etiche della vita, di dare alcune idee, alcune luci sul contesto in cui noi alimentiamo la nostra etica. L’etica si vive in un contesto, perciò credo che dobbiamo cominciare a riconciliarci sempre di più con questo contesto. E voi poi continuerete a pensare, a disegnare i vostri contorni d’accordo con il contesto in cui vivete. Sono cosciente che queste riflessioni avranno un limite metodologico per la prospettiva che io ho nel pensare a queste domande etiche.
Vorrei riportare o mantenere tutta la nostra attenzione su un contesto di vita molto vasto. Per questo cercherò di utilizzare una metodologia che evochi quest’ampiezza, questo spazio grande che caratterizza la nostra storia più di altre storie, certamente. Oggi abbiamo l’idea che il mondo è piccolo. E’ finita questa idea centralista del mondo, già da tempo. Per cominciare scelgo alcuni stralci di un testo biblico che ci servirà come punto di riferimento, intorno al quale ci fermeremo per ripensare a questo contesto così grande che noi chiamiamo storia, mondo, cosmo e che appartiene a tutti e a tutte ed è formato da tante persone e anche da tante cose. Si tratta di alcuni suggerimenti che vengono dalla Lettera ai Romani, capitolo 8, soprattutto ai versetti 22-24 e poi salto al versetto 26, anche se dovremmo prendere tutto il testo. Evoco solo questi versetti. Il testo dice così: “sappiamo che tutta la creazione geme soffre fino ad oggi le doglie del parto. Non solo la creazione, anche noi che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente, aspettando il riscatto del corpo. E allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili”.
Questo sarà un punto di riferimento che vorrei che tenessimo in conto in queste riflessioni. La Scrittura ci da questi frammenti di luce, ma precisamente perché il contesto di cui parliamo, di cui parleremo è così grande e i soggetti che lo vivono sono così tanti e diversi che non possiamo solo usare un testo biblico come punto di riferimento.
In effetti non c’è solo la Sapienza biblica che soggiace nei luoghi e nei tempi, ma ci sono anche altre Sapienze molto eloquenti, che evocano gli stessi aneliti etici della vita e del mistero, gli stessi gemiti: la creazione dell’umanità e dello spirito.
Così che vorrei fare riferimento a una tradizione orale e allo stesso tempo simbolica e molto viva che è molto cara ai popoli del Continente Latino Americano.
Mi riferisco alla Wypala, la bandiera dai molti colori dei popoli indigeni, che rappresenta l’arcobaleno (cuichi), alleanza di armonia e di pace ed è il simbolo del rispetto delle differenze culturali.
E’ anche il simbolo delle proprietà dei popoli originari del Continente, di tutte queste persone che - anche se la storia sembra contraria ai loro destini e ai loro desideri - continuano a vivere e a darci l’idea che è possibile un altro mondo. Si tratta, quindi, del simbolo degli sfruttati, dei maltrattati, ma anche di persone un poco inedite che non sono troppo maltrattate economicamente però che non hanno potuto ancora prendere il loro spazio in questa storia. Dico sempre che è il simbolo della diversità. Per queste categorie di persone la wypala è l’espressione del pensiero filosofico, precisamente perché la filosofia non è semplicemente un atto intellettuale, ma piuttosto un atto etico, un amore alla Sapienza, alla Sofia che soggiace nella vita. Questo simbolo si usa negli atti solenni, nelle cerimonie, nelle feste, nelle marce di protesta, negli incontri delle comunità e in tutti gli atti importanti religiosi o sociali.
Perché associare il testo biblico di Romani 8 con questa simbologia dei popoli e di tante categorie sociali e culturali? Questi due casi (testo e simbologia della bandiera con tanti colori) evocano questo spazio-mondo della vita dei popoli, della creazione e di Dio. Tutte le più sottili dinamiche che l’esistenza contiene: vita umana intessuta con la biodiversità della creazione, con la diversità di Dio e dei misteri. Vita storica intrecciata con i più capillari e più segreti avvenimenti del Mistero. Psicologia umana cosciente o incosciente, collettiva o individuale, fede o religiosità coltivata nel segreto e manifestata nei luoghi solenni o comunitari delle religioni. Nel testo biblico di Romani 8 il contesto storico è abitato da un anelito, un desiderio che si intercala come grido, gemito, ricerca e dolore del parto, speranza, attesa, infinito desiderio della creazione e di chi la abita: l’umanità, i popoli, lo Spirito. Noi potremmo dire che forse quello che non capiamo dei giovani (diciamo molte cose sui giovani), ma quello che non capiamo sono i gemiti, così come non capiamo molti gemiti storici, sociali, economici, ecologici della realtà. Anche se diciamo molte cose sull’ecologia, sulla società, sull’economia, ecc.ecc.
Nel secondo caso del simbolo della bandiera di differenti colori, i quali non sono solo gioco festoso di un sogno, ma sono l’espressione della vita, visto che ogni colore significa un aspetto di questa stessa vita e vorrei solo indicare il significato dei colori. Prendendo i colori come il simbolo di uno spazio, uno spazio-mondo. Il simbolo delle energie dei segreti che viviamo come esseri umani (donne, uomini, bambini, anziani, giovani).
- Il rosso rappresenta il pianeta terra e l’espressione della conoscenza, dello sviluppo intellettuale, è la filosofia cosmica.
- L’arancione rappresenta la società e la cultura. E’ la loro espressione di società e di cultura. Ma rappresenta anche la conservazione e la procreazione della specie, considerata come la più grande ricchezza di un popolo. L’arancione è la salute, la medicina, la formazione e l’educazione, la pratica culturale della gioventù dinamica.
- Il giallo rappresenta l’energia e la forza; espressione di principi etici, di leggi collettive e della differenza di genere (donne e uomini): una solidarietà umana.
Il verde rappresenta l’economia e la produzione. E’ il simbolo delle ricchezze naturali: le risorse della superficie e del sottosuolo. Rappresenta il territorio, la produzione agricola, la flora e la fauna. I giacimenti idrici e minerari.
- Il bianco rappresenta il tempo, espressione dello sviluppo e della trasformazione permanente. Scienza e tecnologia; arte; lavoro intellettuale e manuale che genera reciprocità e armonia dentro le strutture della comunità.
- Il blu rappresenta lo spazio cosmico, l’infinito, espressione del sistema stellare dell’Universo e degli effetti naturali che si sentono sulla terra. E l’astronomia e la fisica. L’organizzazione socio-economica, politica e culturale.
- Il violetto, infine, rappresenta la politica e l’ideologia. E’ l’espressione del potere comunitario e armonico, strumento dello Stato. E’la richiesta di una struttura sociale, economica e culturale di un popolo.
Tutti questi colori hanno origine nel raggio solare. Sono una luce.
Forse qui c’è la difficoltà. Io avevo pensato ai colori perché i giovani di tutto il mondo hanno un’attrazione per i colori. Non bisogna andare in Latino-America o in Africa per usare molti colori nel modo di vestire. Ma anche qui c’è un ritorno all’identificarsi con i colori: i colori come simbolo della vita, indicano tutti le nostre più sottili energie di vita, quelle che abbiamo dentro e che cerchiamo di far uscire nonostante l’educazione e la storia.
Vorrei sottolineare come parte importante di questo contesto biblico e culturale (la wypala e Romani 8) questa espressione della vita che emerge come ricerca. Sono tutti i fili più sottili della vita, della storia comunitaria e individuale. Sapienza, sensibilità, politica, economia, salute, ecologia, il mondo umano e cosmico, le risorse naturali, le risorse dei popoli, delle piante e degli animali. In mezzo a questa moltitudine di colori risuona ancora più chiaro il grido biblico della Lettera ai Romani: la creazione geme e soffre sino a oggi nei dolori del parto. Ma i dolori sono dolori del parto. Non stiamo soffrendo inutilmente. Non restiamo inquieti. Inquieti perché non sappiamo cosa fare. Stiamo generando qualcosa di differente, dentro. Il futuro ci fa un po’ paura, perché non sappiamo che cosa stiamo generando. Se stessimo generando sempre le stesse cose, certamente non avremmo paura, però partoriremmo un mostro. Sentiremmo dolore nel generare sempre le stesse cose… Dice il testo biblico del libro del profeta Isaia: sono dolori come quando uno da alla luce vento. Non ha niente a che vedere con un parto di vita.
Noi soffriamo, le nostre generazioni soffrono perché stiamo dando alla luce qualcosa di nuovo. E che facciamo in mezzo a questi dolori del parto, in mezzo a questi colori che toccano tutta la speranza della vita?
Credo che a questo punto dobbiamo contestualizzare meglio il nostro tema delle domande etiche, dell’arcobaleno delle domande etiche che emergono dalla storia, o forse potremmo dire delle nostre inquietudini etiche che si alimentano nella storia. Le nostre, le mie, quelle di ciascuno di noi, si inseriscono in quest’ambito tanto vasto della vita. Questo è il parto, che nel simbolo della bandiera della wypala, rappresentiamo con i più diversi colori. La domanda etica di ciascuno, di ciascuna non può essere l’espressione egocentrica, di chi ricerca la sua perfezione e la sua santità come se fosse un’isola.
La problematica etica in questo momento è aprirci, non è pensare alla nostra perfezione. La sfida etica di tutti i mondi e soprattutto dei nostri mondi più stabili (come può essere il nostro continente europeo) non è solo sapere che cosa devo fare, è se mi posso aprire o no. Se posso spalancare le porte, perché non può essere una ricerca etica in un’isola. Il primo passo di questa danza etica della vita è il risveglio dell’appartenenza comunitaria tra sensibilità umana, ecologica, diversità di genere, culturale, religiosa. Sensibilità politica per la città. Sensibilità ed esigenza degli spiriti umani e degli aneliti ambientali; segreti di armonie quotidiane. Eloquenti gridi profetici della giustizia e della pace. La proposta che io vi faccio e che mi faccio è spostare l’attenzione. Al centro della nostra preoccupazione sta la nostra problematica esistenziale, come donne e uomini storici, ma non come donne e uomini che si pensano figli unici, cioè soggetti egocentrici con rispetto al proprio genere, con rispetto alla propria cultura, alla propria religione e alla propria situazione umana.
L’etica come ricostruzione, come parto degli individui e dei popoli non può mai essere egocentrica. L’etica è una inquietudine comunitaria. Per questo a partire da una prospettiva di fede, la mettiamo sempre in relazione con il Mistero, con Dio.
Quando parliamo di etica, abbiamo un gusto del Mistero, anche quando non nominiamo Dio, o Gesù. Però c’è il Mistero. Sono epifanie di vita, manifestazioni di vita, sono gesti, sono ambienti che possiamo formare.
Mentre questa mattina entravo qui, dove ho studiato tanti anni, e dove alcuni anni ho insegnato, mi tornava alla mente che io sempre ho sognato che l’università tornasse ad essere quello che erano all’inizio, almeno nella nostra tradizione domenicana, cioè luoghi universali dove si scambiano idee differenti, non dove si insegnano solo delle idee perché altri le imparino a memoria. Dove si cambiano le idee differenti e tutti abbiamo delle idee differenti. Abbiamo delle capacità di poter fare una università.
Credo che questa sia la problematica etica di tutte le istituzioni, di noi, giovani e vecchi, come persone: aprirsi.
E’ la problematica etica istituzionale della comunità credente. E’ la problematica etica istituzionale dei centri di studio. Io continuo a insegnare in una università cattolica. Ma questa è la problematica etica. Come possiamo aiutarci uomini, donne, di differenti generazioni, e di differenti culture a aprirci, a restare aperti. La problematica che indicava padre Mongillo è una problematica molto vera. La problematica di Dio. Dio è aperto, tanto aperto che quando non riusciamo a definirlo ci spaventiamo o diciamo che siamo eretici, perché siamo abituati a muoverci dentro una bolla di vetro, sicura, qui capiamo il futuro. L’inquietudine etica è molto più ampia; è come questi gemiti. E’ molto interessante. So che c’è il mio docente di Nuovo Testamento che mi aveva insegnato le Lettere di Paolo. Io non so se interpreto bene, però mi sembra molto interessante questo dei gemiti. Lui usa questo temine per metterci davanti a questo mistero che non è così facile da capire. Io ammiro molto quando incontro delle persone che hanno le soluzioni. Davvero le ammiro perché io non le ho. E non mi scandalizzo di non averle, però mi stupisce. Mi piace sentire che altri hanno delle soluzioni. Ma c’è posto per i gemiti? La vita etica è un gemito molto grande nella storia. La vita etica non è un manuale dove si risponde a delle questioni. Sono gemiti anche quando cerchiamo di sintetizzarli, quando scriviamo, facciamo sintesi, sistematizziamo concetti. E’ come tartagliare qualcosa, perché la profondità è molto grande. Per questo io credo che il problema sia che non si tratta soltanto delle mie domande etiche, ma delle domande etiche di tutti e di tutte, della creazione, delle risorse naturali che chiedono di essere usate in un altro modo, dell’aria, delle cose cadute in questi stretti vicoli dell’economia neoliberista.
Nella logica evangelica, che è la nostra tradizione, questo è molto chiaro. La sintonia tra Gesù e quelle persone, uomini e donne, che esprimono un desiderio etico è molto forte. Queste donne e uomini, contemporanei di Gesù che si mettevano in sintonia con lui, esprimevano un desiderio di vita. Il bisogno di un bicchiere d’acqua, il bisogno di casa, di accoglienza, di vestito, di compagnia, di perdono. Mi riferisco al testo di Matteo 25, 31-46. La relazione tra lui e loro è profondamente intensa è una vera identificazione, sono la stessa cosa. Leggo che lui stesso ripete: se lo avete fatto a loro, lo avete fatto a me. E’ la cosa più bella e anche la cosa che ci rivela questa identificazione storica, non spirituale. Loro rimangono ciò che sono, sono sempre loro; lui non gli toglie nulla o non li sostituisce. Lui semplicemente dice ce si identifica con le loro domande etiche e le loro domande etiche sono profondamente essenziali, non girano intorno a desideri borghesi di sterili abbondanze, di sovrappiù economici e cosmici.
Le loro domande etiche sono essenziali perché se non esiste la vita, questa vita fatta di casa, famiglia, terra, iniziativa, non esiste la possibilità di vivere. Per sempre. Era molto chiara la liturgia di oggi, una liturgia che ci rimanda all’escatologia, alla soteriologia che è la liberazione storica da questo parto storico molto lento, però bello, perché è nostro, di tutti quelli che cercano il bicchier d’acqua, di tutti quelli che cercano di dare il bicchier d’acqua. Se a qualcuno questa prospettiva sembra troppo sociale o troppo umana pensi bene a quello che le prime comunità ci hanno narrato. L’esigenza evangelica non gira attorno alla perfezione di un essere umano isolato, l’esigenza evangelica irrompe come alternativa di vita con altri e altre dentro questa realtà storica.
In altre parole la domanda etica del Vangelo non è la domanda moralista: che cosa devo fare? soprattutto quando è in relazione con l’attesa del premio o la paura del castigo. La domanda etica più bella che attraversa i sentieri della narrazione biblica è molto più profonda e si svolge attorno ad una sete di incontro e di comunione, di casa e famigliarità: Maestro dove vivi? Domandano i primi discepoli e discepole di Gesù. Sei tu o dobbiamo aspettare un altro? Geme Giovanni dalla prigione: Quando ti abbiamo visto e dove ti abbiamo visto. E’ l’inquietudine di chi è circondato da tanta gente. Saranno queste domande: quando? Dove sei tu? Domande condivise con quelle degli altri. Saranno queste domande che ci permetteranno di costruirci e costruire lentamente nelle nostre personalità e ricostruire spazi umani e cosmici più etici e più autentici. L’etica come la grazia è soprattutto condivisione, scambio, scambio di colori, scambio di energie differenti, di impegni, compromessi differenti. Se no, io credo, saremo dei perfetti musei. Il problema, mi sembra, è aprirci. Il problema in negativo è la chiusura; i fondamentalismi nascono da queste chiusure. Io credo che l’Occidente –e mentre parliamo siamo qui in Occidente o in quello che consideriamo l’occidente del mondo- non può più esportare modelli perché continuerebbe a esportare modelli sterili. Quello che deve fare l’Occidente, l’Oriente, il Sud, il Nord è aprirsi e intercambiare. Qui non si tratta di trovare il mago che ha le domande pronte per i giovani, per i vecchi, per le donne, per i bambini, per gli operai, per la creazione.
Qui si tratta di aprirci, di fare università. Cioè di stare insieme per poter capire le differenze. Non stiamo insieme per diventare tutti uguali. Questo sarebbe noioso. Ma stiamo insieme per scambiare le differenze. Io credo che qui c’è molta gente che non è italiana e sarebbe bello se potesse dire quali sono le sue differenze e non che cosa è venuta ad imparare qui. Ma quali sono le sue differenze, i suoi colori etici dentro questa realtà. Questa è una sfida. Io credo molto forte per ciascuno di noi, donne e uomini, come individui (non siamo più figli unici), per le religioni e anche per la nostra religione, per il cristianesimo, per le istituzioni che abitiamo a partire da questa religione cristiana. Aprirci. Restare aperti. Il Mistero è aperto, per cui dobbiamo entrare in questa prospettiva.

Finisco leggendovi un canto: Già arrivano i giorni da amare. Un canto nicaraguense.

La casa che abiti.
Giorni da amare. La terra vegetale flora e animale. Già
arrivano fiumi con acqua senza contaminare
Acqua che bevono coloro che hanno sete come voi.
Già arrivano i boschi, polmoni della grande città.
Selve che profumano nell’oscurità.
Notti di pace che mancavano all’umanità.
Non è naturale che il Pianeta vada tanto male.
Che l’uomo aggredisca l’uomo.
Che l’uomo aggredisca l’animale, il vegetale.
Si ascoltano pappagalli gridando a gran velocità,
bambini giocando con felicità intorno alla loro età.
Già si pensano cose che rallegrano l’umanità.
Aria che ha il profumo di Natale in uguaglianza.
Si aggiungono giorni per amare il mondo che abiti.
Giorni per amare la Terra vegetale, flora e animali.

Domande di: ANNAMARIA, GIORGIO, DONNA CONGOLESE, FRANCESCA, DONNA NAPOLETANA, PADRE MARCO dalla Sicilia, PADRE MONGILLO (non registrate)

ANTONIETTA POTENTE.

L’intervento di Annamaria è una riflessione che ci fa pensare che sempre gli scambi devono essere molteplici e che sempre abbiamo bisogno dei protagonisti (giovani, vecchi, bambini), quando ci incontriamo, questa pluralità, questo pluralismo deve aiutarci a essere presenti e a far essere presenti i soggetti che ci interessano.

La questione di Giorgio. Io credo che le Scritture non sono un modello. Cioè mi spiego: pregare con le Scritture non è un modello; è una tradizione. La tradizione è sempre del cuore per essere vera. Perché altrimenti è una tradizione sterile, sarà solo una normativa per cui io, formata in questa tradizione, certamente vengo provocata dalle Scritture. Non posso fare teologia anche se la faccio in altro contesto, con altri paradigmi culturali, però sempre è il mio cruore, la tradizione.
Il problema qui non è il modello, la metodologia.
Altri pregano senza le scritture. Però il problema è scoprire qual è il cuore delle culture. Non abbiamo tutti lo stesso cuore. Tutti non devono assumere lo stesso cuore. Per cui mi sembra molto importante la questione dell’autenticità.
Qui non si tratta di trovare dei modelli comuni, ma si tratta di essere autentici, per parlare da cuore a cuore.
Per qualcuno saranno le Scritture (Antico e Nuovo Testamento), per altri solo l’Antico Testamento o solo il Nuovo. Altri usano il Corano. Altri useranno altre cose. Altri hanno solo l’ambiente, la vita. Il loro cuore è questa sintonia con la vita.
A me quello che sembra importante è non tradire il cuore, perché la tradizione è il cuore. Quando i grandi maestri della preghiera ci insegnano la preghiera del cuore, ci insegnano a stare dentro, non a strare di fronte a Dio, perché potrebbe diventare un idolo. Non a stare solo di fronte agli altri, ma, dicevo in questi giorni ad un gruppo, ma a stare con la sapienza.
Non solo la sapienza secondo le immagini della Bibbia. Con la sapienza non solo si discute e si dialoga. Noi parliamo molto nel mondo occidentale del dialogo con le culture, il dialogo con le sapienze.
Qui la problematica sapienziale sta nel Libro della Sapienza, nel capitolo otto. La sapienza diventa la tua compagna. Il testo dice: quando tornerò a casa mi metterò a letto con lei, mi appoggerò a lei. La sapienza è una questione di comunicazione dal di dentro e questo atteggiamento sapienziale, io credo che sia l’atteggiamento etico dentro al Mistero e non davanti, dentro alla comunione con le persone. La memoria è la tradizione, le tradizioni sono diverse, i cuori per fortuna sono diversi.
Il problema che condivideva Giannette. Non dobbiamo chiederci, come facciamo a salvare questi poveri giovani?
Come facciamo a salvarci tutti! Questo mi sembra il problema. Io credo davvero che ci sia da spostare l’attenzione. Non c’è qualcuno che sa delle cose in più. C’è qualcuno che sa delle cose diverse. Cominciate a pensare meno alla categoria logica, gerarchica, nel senso piramidale che poi è competitiva.
Incominciamo a pensare dalla categoria della diversità. Non c’è qualcuno qui tra di noi che sa delle cose di più di quelle che so io, di quelle che sapete voi.
C’è qualcuno (lo siamo tutti) che sa delle cose diverse. Come possiamo mettere insieme queste cose diverse?
Mi sembra che ci sia una grande paura, una grande diffidenza, reciproca certamente, degli adulti nei confronti dei giovani, nei confronti dei bambini anche e dei giovani e dei bambini nei confronti degli adulti.
Cresciamo in questi stereotipi. Quasi tutti abbiamo bisogno di una sicurezza. Quindi, io sono sicura di questo modello…e quindi questo modello mi fa da criterio di giudizio di fronte all’altro che può essere giovane o vecchio o bambino.
Io credo che sia necessario spostare questa visione e aiutarci a considerare la diversità; il paradigma oggi molto eloquente, molto vivo è quello della diversità, nel senso come possiamo ascoltarci e non come possiamo salvare questi, gli altri o chi so io.
Perché questo errore (non lo dico perché è una nuova moda. E’ una sapienza molto antica), abbiamo fatto molti errori in questo senso.. Per quanti secoli abbiamo pensato che dovevamo salvare delle persone!
Abbiamo fatto delle stragi, oppure non abbiamo fatto niente, quando non abbiamo fatto delle stragi. Per cui abbiamo perso il gusto di ascoltare e di entrare in questo scambio con la diversità, che, mi sembra, era il gusto più bello che aveva Gesù con i suoi discepoli e le sue discepole.

In merito a quello che diceva Francesca, aprirsi. Io credo che l’istituzione non è un’altra cosa. Credo che l’istituzione siamo noi. Il problema, sono convinta, anche se ci costa molto, che se noi ci apriamo si aprono le istituzioni. Se non si vogliono aprire, io non lo so …, moriranno. Che cosa ci posso fare. Io non posso neanche ammazzare la gente perché non si vuole aprire. Perché farei lo stesso danno. E’ un po’ come il Vangelo di oggi.
Sembra che per qualcuno la mentalità funziona per eliminazioni. Questi mi danno fastidio, allora ammazziamoli: la prima lettura di oggi. L’altro lo stesso: quante donne, quante mogli, chi sarà mia moglie. Anche lì lo volevano eliminare. Per fortuna non si saranno più donne, uomini, mogli, mariti. Mettiamo tutti bene.
Io non credo che il problema sia l’eliminazione. Il problema è l’inclusione. Includere. Come formarci (…oggi non si può dire), come educarci ad includerci dentro questa storia.
L’istituzione non è un mostro, sono persone, per cui dobbiamo aiutarci ad aprirci, aprirci. A trovare il gusto dell’apertura, perché aprirci non è una ricetta, non è un modello. Aprirci è una progressiva espansione della vita. Ci apriamo perché altri entrino. Ci sono le istituzioni, c’è la nostra istituzione ecclesiale che ha dei momenti con grandi nostalgie di chiusura, ma credo che sia paura, è un’altra cosa. Forse nel mondo indigeno lo porteremo dal curandero che gli toglie la paura. C’è un rituale per togliere lo spavento. Per cui se l’istituzione ecclesiale è spaventata la porteremo da un curandero che gli toglierà lo spavento. Forse noi dovremmo curarla tanto dal di dentro con questa grande passione. Io credo che non bisogna discutere sulle paure degli altri. Discutiamo sulle nostre che sono già abbastanza.

L’altro problema. L’autenticità della Chiesa in America latina. Lì c’è di tutto. Perché la Chiesa è universale e, come dirti, gli spiriti universali arrivano dappertutto. Io credo, però, che ci sia qualcosa che ci salva ed è l’autenticità. Non sono tanto le istituzioni e in questo momento nemmeno la teologia. Sono le persone autentiche, soprattutto quelli che qui chiamate i testimoni. C’è una massa di persone tanto grande (sono popoli che stanno crescendo in Africa, in Asia): numericamente ci sono più testimoni, io non mi riferisco ai testimoni come Oscar Romero e altri, mi riferisco a comunità concrete. Mi riferisco a queste moltitudini, come dice l’Apocalisse, che non si possono contare, che vi sfuggono, che continuano a nascere. Questi sono testimoni autentici. Forse una grazia. Io credo che l’apertura, lo scambio (noi qui, voi là) sia uno scambio di grazia, gratuito, di idee più che di modelli.
Io non credo che si debba andare in America Latina per salvarsi, o che ci sia là una Chiesa migliore. No, no. Abbiamo grandi difficoltà e grandi blocchi anche teologicamente. Quello che mi sembra bello è questo sapore dalla grazia e questo sapore viene dalle persone. Penso a questi infiniti testimoni che resistono, io non so come mai, e quindi resistono con il loro calore umano. Le celebrazioni là sono certamente più calde, non perché in quei Paesi fa caldo. Sono più calde perché questi testimoni hanno solo da pensare alla loro vita e quindi l’eucaristia per loro è davvero mangiare. Non è andare lì a fare un rituale o solamente a fare memoria dentro a una grande tradizione. Io credo che l’esempio sia la vita, ritornare a questo contatto con la vita.

L’ultimo aspetto riguarda il passato. Il passato ha tutti colori patriarcali e matriarcali. Dove esiste il patriarcato, esiste anche tutta una tradizione matriarcale. Io insisto sul parto nuovo. Qui non si tratta di imboccare il passato, perché era migliore o peggiore. Si tratta di metterci in questa disposizione. Dobbiamo ricreare delle relazioni di genere. Non so come dite qui, perché è un termine inglese, che abbiamo ritradotto. Però dobbiamo reinventare tutte le relazioni. A me sembra che anche qui il problema non siano l’uomo, la donna, i bambini, gli animali. Il problema sono le nostre relazioni e certamente nella storia ha preso piede, ha occupato spazio, la relazione culturalmente più forte, così come nelle relazioni tra le culture. Ha preso spazio più un cristianesimo occidentale che orientale. Però io credo che sia necessario cercare relazioni nuove. Certamente è un problema urgente. E’ un problema etico e ci chiede di relazionarci in altri modi. E’ un po’ fare università. Io credo che fare università significhi trovare stili di vita nuovi, perché università non è solo un luogo per il dibattito intellettuale. Ci dobbiamo mettere insieme e incominciare a vivere in un altro modo, perché siamo differenti. Mentre ascoltavo questo intervento dalla prospettiva del sud d’Italia, mi veniva in mente il testo di Isaia 11. Il testo della pace messianica, dell’agnello con il lupo, del bambino vicino alla vipere, ecc. ecc. Il testo comincia dicendo: verrà il tempo in cui saranno vicini.
Le relazioni di genere, le relazioni interculturali, interreligiose non cambiano se non siamo vicini, cioè se non incominciamo a vivere nello stesso spazio. Saranno molto difficili, perché rischiano di essere solo dialoghi (dialoghi teorici) interreligiosi, interculturali. Se non cominciamo a vivere nello stesso spazio sarà molto difficile. Sarà solo: questo signore ci parla della sua religione, l’altro della sua e tutto continuerà nello stesso modo. La bellezza di questa post-modernità, che è anche un dramma, è proprio in quello che chiamano nomadismo. Gente che va e che viene (non per turismo, ma per vivere. E qui lo vivete in maniera molto forte, noi lo viviamo a rovescio perché se ne stanno venendo tutti qua). Questo nomadismo ha qualcosa di positivo: ci costringe a stare vicini. Vedrete che ci stuferemo di essere razzisti, di essere fondamentalisti. Altrimenti ci ammazzeremo anche noi. Questo nomadismo ci costringe a stare vicini, come dice il testo d’Isaia: verrà il tempo in cui saranno vicini. Essere vicini significa non solo fare una teologia differente, una teoria differente, ma una università differente. Cioè un nuovo universale differente.

3/ La religiosità della vita - 6/11/04

Roma, 6 novembre 2004, Convento di Santa Sabina
La religiosità della vita e la fedeltà al presente
di Antonietta Potente


Padre Joao Chery
Benvenuto a tutti. Allegria di stare qui con voi in questa serata. Questo dialogo con Antonietta fa parte di uno sforzo che noi abbiamo deciso in questo luogo che oggi è la sede del Domenicani, ma era una casa di famiglia. E perciò la famiglia si incontrava nel salotto per dialogare, per chiacchierare, per ascoltare le notizie di famiglia e del mondo. L’Aventino era un luogo lontano, era il luogo dei poveri, degli artisti, degli esclusi dell’epoca. Vogliamo ricordare questo e recuperare questa memoria. La casa di Serafia e Sabina, una è schiava, e le due sono martiri. Ci sarà una serie di incontri. Molti passano per questa casa, e vogliamo dialogare e chiacchierare su temi vari. Già abbiamo fatto una chiacchierata con Brian Pierce, quest’americano che ha fatto un lungo digiuno con altri nell’anniversario dell’11 settembre. La seconda questa sera con Antonietta. La terza sarà con un francese sul vescovo domenicano ucciso in Algeria. Bene. E’ una grande allegria. Molti anni fa, in Brasile, Antonietta è venuta per lanciare la traduzione brasiliana di un suo libro; con lei, tre altri fratelli, una sorella (Gabriella che viene dall’Argentina e vive in Perù) e due altri fratelli stiamo tentando di rinnovare, di risuscitare il dialogo che la famiglia domenicana aveva in America latina.

ANTONIETTA POTENTE
Quando uno vive da un’altra parte preferisce ascoltare le domande. Sono qui a Roma perché mi hanno chiamato per un incontro e così ho avuto la possibilità di incontrare anche voi questa sera. Mi sembrerebbe bello se voi poteste condividere le vostre inquietudini, e dirmi quello che volete sentire.
Sul volantino hanno messo un tema, un titolo: la religiosità della vita e la fedeltà al presente. Io dirò solo poche cose per spiegare questo titolo, soprattutto la prima parte. Credo che sia molto interessante l’introduzione che faceva adesso Joao sull’origine di questi incontri e sull’origine di questa comunità domenicana che ha radici antiche per la nostra famiglia, ma ancora più antiche per tutti. Era una casa, diceva Joao e credo che questa sia l’inquietudine di questi ultimi tempi per tutti noi, per tutte noi di intuire bene che cosa significa una casa in questa storia. Ricostruire un ambiente più famigliare, fare casa in questa realtà. Credo che per questo tutti cerchiamo le origini delle nostre case o l’origine dei nostri popoli, della nostra gente, delle nostre case dove viviamo, cioè le radici profonde. Per me, domenicana, questo luogo è profondamente significativo per le radici di famiglia e adesso con quello che diceva Juau ancora di più, perché ci sono queste radici di donne che qui facevano casa e poi è venuta un’altra persona che ha fatto casa qui, cioè Domenico.
Prima il Maestro Generale mi ha regalato questo San Domenico e lo mettiamo vicino a Ghandi, un’altra persona che ha fatto casa lungo la storia. (Mostra le due statuette sul tavolo).
Credo che dobbiamo far memoria del perché siamo qui, del perché continuiamo ad incontrarci, perché vogliamo incontrarci, perché qui a santa Sabina hanno già cominciato questi incontri. Io credo che ci sia bisogno di questo, di risvegliare un desiderio profondo dentro la nostra realtà. Personalmente credo che per fare casa non abbiamo bisogno delle religioni, abbiamo prima bisogno della religiosità, cioè di riconoscere che la nostra vita ha bisogno di toccare le profondità della storia e delle cose. La nostra vita non ha bisogno di strutture o di sintesi sistematiche, ma prima ha bisogno di toccare questa profondità, di sentire il bisogno, la necessità della profondità. E’ questo che intendo col temine “religiosità”, non è qualcosa che l’essere umano aggiunge alla storia, è qualcosa che gli esseri umani, donne e uomini, di tutte le culture, di tutti i popoli, di tutte le epoche sono chiamati a riscoprire. Tutto il nostro cammino di vita, è un cammino di avvicinamento alla religiosità della vita, cioè a ciò che è profondo in questa vita. Qualcuno poi lo identifica con una religione, dentro un sistema culturale, o con una ideologia.
Però quello che mi sembra importante non è incontrarci solo sulle religioni, ma su questo bisogno dell’essere umano di camminare nel fondo della vita, di fare casa. La casa evoca sempre qualcosa di molto famigliare, ma anche di molto accogliente, quando pensiamo alla casa, pensiamo a qualcosa di nostro. Ma soprattutto chiamiamo casa, amici, persone che con noi danno un calore. Molto più in là delle ideologie, io credo che questa era la Sapienza delle grandi tradizioni, della nostra tradizione cristiana, ma anche di altre tradizioni. Il bisogno di sentire che la casa si fa per il calore e non intorno al pensare la stressa cosa o essere uguali.
Allora mi sembra che quello che dobbiamo risvegliare in tutti i popoli, anche se viviamo in realtà differenti, è questo diritto che abbiamo tutti, uomini e donne, a non vivere superficialmente la vita. Io credo che questo sia il grande dramma di questo momento, che assume colori economici e politici. Il dramma vero non è costituito solo dai lineamenti che assumono le nostre politiche e le nostre economie mondiali, ma è quello di una società che ti distrae e vive sulla distrazione. Ciò vale per tutti. Oggi noi dobbiamo rivendicare un diritto, il diritto di vivere dentro. Le distrazioni non si riferiscono solo alla post-modernità, secondo i nostri criteri moralisti di giudizio, non parlo tanto della post-modernità consumistica, ecc.ecc., mi riferisco alle distrazioni che non ci fanno più pensare cose alternative. Diventano distrazioni anche ciò che è istituzionale, le troppe sicurezze istituzionali e dogmatiche. Sono distrazioni, perché non ci permettono di pensare che è possibile qualcosa di alternativo.
Io comincio a definire ultimamente il “Mistero” come le dimensioni anarchiche della vita, come dice il termine in greco, cioè l’opportunità di far entrare nella storia le possibilità alternative. Invece la mentalità di chi deve gestire tutto è certamente quella di farci distrarre con delle cose che non sono profonde. La paura di perdere il potere, la paura dei poteri che avevamo acquistato in certi momenti storici li spinge a farci distrarre, a venderci altre sicurezze. Allora io credo che la religiosità (anche se è termine ancora ambiguo e potremmo cercare un altro termine. Io preferisco parlare più di mistica) dà la possibilità, il diritto per gli esseri umani di toccare il fondo del Mistero, la vita. I mistici lungo la storia, anche nelle tradizioni diverse dalle nostre, hanno dato spazio a qualcosa di profondamente alternativo.
L’iniziativa è allora la forza di avvicinarsi al Mistero rompendo quello che già sapevano, è il desiderio di vivere il Mistero con un profonda gratuità; gratuitamente. Sapete che l’obiettivo della mistica non è né il merito, né eliminare, o sfuggire il castigo, ma l’unione. Potremmo dire noi: fare casa, il desiderio di fare casa.
C’è un rischio nei termini religiosità, mistico, in questo mondo del mercato dove tutti cercano di salvarsi. C’è il rischio che anche questi termini diventino il frutto, un prodotto della moda.
Allora io vorrei ricordarvi che tutta l’esperienza mistica lungo la storia ha sempre avuto un contesto, perché quest’esperienza non sia sfuggire dalla realtà o sfuggire dalle dimensioni storiche. Il contesto in questo momento continua a essere, (come da tanti anni, in tante prospettive teologiche e per certe scelte fatte dalle comunità credenti) la realtà. E’ la realtà che ci permette di fare l’esperienza del Mistero; non si tratta di un’esperienza isolata o borghese, ma è la vita quotidiana.
E i mistici sono soprattutto persone quotidiane.
Pensando a questo incontro, pensavo al Salmo 34. Soprattutto agli ultimi versetti dove c’è come il riconoscimento di un Mistero che abita, che sta con i suoi occhi. Il Salmo dice: gli occhi del Signore sui giusti. I suoi orecchi al loro grido di aiuto. Il volto del Signore contro i malfattori per cancellarne dalla Terra il ricordo. Gridano e il Signore li ascolta e li salva dalle tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. Egli salva gli spiriti affranti…
Gli occhi del Mistero stanno là dove c’è qualcuno che è alternativo a questa storia.
L’alternativo, in questo momento storico, io credo che non consista nel trovare progetti alternativi, per aiutare i giusti o quelli che gridano aiuto, ma alternative sono proprio le grida di aiuto.
L’alternativo sono le persone, non sono i nostri progetti. Io credo che questa sia la sfida mistico-politica in questo momento storico. Una sfida mistico-politica, culturale, interculturale, interreligiosa.
Non si tratta di sforzarci per trovare delle cose alternative per aiutare quelli che gridano, come dice il Salmo, giorno e notte. Il grido è alternativo, il grido, con la sua forma di gridare, con il suo linguaggio.
L’alternativo davvero sono queste mistiche segrete di resistenza. E dico questo perché quasi sempre il nostro complesso è che l’alternativo siano i nostri progetti.
Un altro mondo possibile. Noi lo pensiamo come se non esistesse e per fortuna che ci siamo noi che lo pensiamo. Invece c’è un altro mondo. Ci sono altri mondi. Altri mondi religiosi, altri mondi culturali, altri mondi di genere, per poter vivere forme alternative. Ci sono altri modi di vivere comunitariamente. Ci sono altri modi di amare entro questi processi etici di ricerca di amori autentici.
La difficoltà è che gli altri mondi li cerchiamo sempre fuori.
Il paradigma è questo modello di mistica, questo temine che potremmo sostituire a quella che chiamiamo religiosità La mistica unisce due aspetti: la religiosità della vita e la fedeltà al presente. La mistica è il presente, è quello che già esiste. Il problema è come aprirci a questo Mistero, a quello che già c’è. L’alternativa non è semplicemente un tesoro che andiamo a cercare. L’alternativa è questa vita: le persone che accogli, che esistono. I giusti. Quelli che gridano. Il Mistero ha gli occhi e gli orecchi fissi su queste persone. Il suo volto è contro i malfattori. Però è un volto che illumina, che sta lì, che accompagna i volti delle persone, delle mentalità, delle storie…
Cosa può servire questo a voi, non so. Mi domando sempre perché mi invitano. Non so davvero più passano gli anni. Voi le sapete queste cose. L’unica cosa che possiamo fare, come si fa in tutte le parti del mondo, è vivificare questo desiderio. Che cosa vogliamo? Diceva Joao. Vogliamo fare casa. Creare spazi aperti dove tutti possano incontrarsi. Però anche degli spazi autentici, sinceri, non soltanto intellettuali, non solo attivisti. Degli spazi dove davvero si risveglia questo desiderio storico, mistico-politico, di incontrare la profondità del Mistero.
Io credo che per far questo certamente dobbiamo risvegliare anche una certa critica. Critica non nel senso di lamentarci perché non vanno bene le cose, ma nel senso di quello che nell’ambito del femminismo si chiama un’attitudine di sospetto. Un’attitudine di sospetto verso quelle cose che abbiamo assunto come parte di noi.
Voi sapete che il sospetto ha salvato molti popoli lungo la storia. Quando proponiamo questa ermeneutica, questa chiave di lettura, questa interpretazione, ci riferiamo anche allo studio: noi di spiritualità e di tradizione domenicana studiamo perché sospettiamo, perché pensiamo che ci sia qualcosa che sta più dentro la storia.
Ci sono dimensioni profondamente vere che dobbiamo ancora riscoprire. E qui entrano tutte le problematiche: quelle istituzionali, religiose, etiche, ecologiche. Io credo che non si tratta di dividere il mondo in problemi; si tratta piuttosto di leggere la sete che tutte queste problematiche ci trasmettono, cioè il grido dei giusti, i giusti che gridano.
Un grido comune. Questo lo dice anche Paolo nella lettera ai Romani al capitolo 8. Gridano tutti. Grida la Creazione. Grida l’umanità. E grida e geme lo spirito. Mi sembra che anche noi che ne siamo parte dobbiamo solidarizzare con questo grido. Il problema non è solo cercare delle soluzioni, ma chiedersi anche come cerchiamo queste soluzioni.
Quando dei gruppi di incontrano, lo fanno perché cercano le soluzioni facendo casa, non separandosi. Non separandosi, questo è il punto. Non solo cercano soluzioni di gruppo o istituzionali, se alcuni propongono una cosa e altri un’altra, ma cercano decisamente queste soluzioni da vicino. Siamo vicini di casa, vicini di destino, vicini di sogno: abbiamo tutti lo stesso sogno dentro. Quando dico tutti, non faccio di tutti una massa. Questo Salmo è proprio molto forte, al finale dice: al volto del Signore sembra non interessino molto gli oppressori, quelli che provocano dentro la storia la distruzione delle case. Quando dico tutti, parlo di tutti e tutte noi che abbiamo sete, e certamente la sete, come la fame, è qualcosa che ci unisce nella realtà. Fa casa.
Quelli che non hanno fame e non hanno sete fanno la guerra alle le case, le distruggono, distruggono le risorse naturali, le vendono solo per arricchire la loro casa. Noi che abbiamo sete e fame da tutte le parti riusciamo a far casa.
Forse questi incontri potrebbero risvegliare sempre di più in noi questa fame e questa sete e anche toglierci la paura di sentire fame e di sentire sete.
In un seminario che stavo tenendo nell’università, di fronte a una prospettiva alternativa che io presentavo, indicando nuovi paradigmi teologici, uno studente – un ragazzo serio, ma non a caso polacco - diceva che a lui faceva paura questa presentazione che io facevo, perché non sapeva dove andava a finire. Allora io gli dissi: perché noi abbiamo sempre paura di quello che non sappiamo? Io credo che in questo momento i nostri popoli, le nostre religioni dovrebbero avere paura di quello che già sanno, non di quello che non sanno. Perché quello che non sappiamo, fa parte del Mistero che è grazia, che è abbondanza, spazio. A che servirebbe parlare tanto di Misericordia se pensiamo che il Mistero già ha chiuso tutte le sue prospettive. Credo invece che dobbiamo provare paura quando sappiamo troppe cose, dobbiamo provare paura verso tutto quello che già sappiamo, verso tutto quello che ci ha portato lì. Mentre dobbiamo eliminare la paura di fronte a quello che non sappiamo. Quello che non sappiamo è molto più ampio, molto più bello.
Continuo poi a pensare che tutte le cose che facciamo devono essere fatte in memoria di qualcuno come dice quel ritornello che Gesù lascia ai suoi discepoli e alle sue discepole: fate questo in memoria. E’ interessante notare che Gesù aveva indicato il tema della memoria per il gesto della donna di Betania che gli unge il capo con olio profumato (Matteo, 26, 6). Tutte le volte che sara predicato il vangelo, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in memoria di lei.
Credo che anche noi dobbiamo aiutarci a vivere la memoria di tutti i gesti mistici e politici, che si fanno nella vita e nella storia, soprattutto dei gesti che fanno le persone anonime. Io so che è retorica in questo momento storico parlare di persone anonime; sono concetti che abbiamo usato per tanto tempo e sono fissati così. Però è vero che la mistica senza le memoria di gente che vive in altro modo, che vive altre dimensioni è falsa. Oppure è la mistica della New Age, la mistica di tante ricerca esoteriche di cui è pieno il mondo, perché siamo un po’ infermi e abbiamo bisogno di molte terapie. Invece si tratta di ritrovare la mistica come segreto, di ritrovare anche queste persone segrete nella storia. Questi grandi mistici della tradizione cristiana, più donne che uomini, appartenevano agli ordini mendicanti, con tutto quello che significava la mendicità.
In questo senso non esiste un’esperienza mistica senza il desiderio di appartenere a una categoria anonima, perché la mistica ha come chiave di lettura il segreto, la gratuità, l’interiorità profonda. Sono categorie delle persone più quotidiane. Dico quotidiane, perché non sto facendo una questione di classe sociale. Dobbiamo ricollocarci dentro questa quotidianità. Per alcuni o alcune di noi, questo potrà significare anche una collocazione economica. Forse per la maggior parte di quelli che sono qui questa sera, no. L’importante è che ciascuno si collochi in questa logica della quotidianità: poveri o ricchi, ma per lo meno di contatto con la vita.
E adesso è meglio se parlate voi.


GIORGIO PIACENTINI
Da dieci anni ho il privilegio di essere un discepolo di Antonietta. Un privilegio anche pesante. Quando sono andato a trovarla in Bolivia, ho avuto botte tremende. Da allora ogni tanto la incontro. In questi giorni ho potuto parlare una mezz’ora con lei. Mi hanno colpito molte cose che in quel tempo breve lei ha detto. In particolare il fatto che sta elaborando un paradigma nuovo, il paradigma della sapienza che consente di vedere tante cose che fanno parte della nostra religiosità in modo diverso. Vorrei chiedere se può dirci qualche cosa in più.

CESARE FRASSINETI
Per quanto riguarda la quotidianità, questa mi sembra una traccia, molto buona. E mentre Antonietta diceva questo concetto, pensavo gli imprenditori e ai politici. Conoscendo gli uni e gli altri devo dire che effettivamente non hanno la dimensione della quotidianità, cioè sono chiusi. Teniamo conto che sono quelli che dominano il mondo. Sono chiusi nelle loro logiche. Perdono totalmente il contatto con la vita. Grazie per questo richiamo. L’altra cosa è la progettualità. Io ho fatto per tutta la vita il programmatore. Vorrei capire un po’ meglio che cosa dice e pensa Antonietta. Mi sembra che il progettare sia una traduzione vitale della virtù della speranza. E’ questa dimensione di futuro che cerchiamo.



ANTONIETTA POTENTE
Molto brevemente su quelle due luci che dicevano Giorgio e Cesare. Io credo nel momento in cui siamo, a livello mondiale, il paradigma, il modello cristocentrico sia un po’ limitato. Credo che questo modello cristocentrico lo potremmo riscoprire lungo la nostra tradizione utilizzando il modello della Sapienza. Parlo di una Sapienza con la “S” maiuscola, una Sapienza che è così reale che per arrivare a questa Sapienza bisogna passare attraverso delle sapienze e nelle sapienze c’è la nostra vita quotidiana. In questo paradigma che sottolineava anche Cesare ci sono le nostre sapienze, ci sono gli aneliti, gli spiriti umani e dobbiamo essere molto attenti alle sapienze per poter riscoprire la profondità della vita, questa possibilità che è già esiste. Credo che in ness